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La cessione delle Chagos: il “regalo” britannico che fa gola ai pescherecci dell’Unione Europea

Il passaggio delle Isole Chagos dal Regno Unito alle Mauritius rischia di aprire la più grande area marina protetta del mondo ai pescherecci dell’Unione Europea, mettendo in pericolo un ecosistema vitale. I dettagli dell’accordo e i rischi economici e ambientali.

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Il governo britannico guidato da Keir Starmer ha recentemente deciso di cedere la sovranità delle Isole Chagos alla Repubblica di Mauritius. Una mossa presentata sotto un’elegante veste diplomatica e decoloniale , ma che nasconde implicazioni economiche, geopolitiche e ambientali di primissimo piano. Mentre a Londra si discute dell’opportunità strategica di questa rinuncia, a Bruxelles la Commissione Europea guarda con estremo interesse al passaggio di consegne, come riporta The Telegraph. Il motivo è prettamente economico: i ricchi e incontaminati banchi di pesca dell’arcipelago.

Un documento interno della Commissione Europea dello scorso marzo 2026, svelato dalla stampa britannica, evidenzia in modo pragmatico come il trasferimento di sovranità britannica possa “aumentare ulteriormente la rilevanza” dell’attuale accordo di pesca tra l’UE e le Mauritius. In termini poveri: le acque delle Chagos, finora inaccessibili, potrebbero presto essere aperte alle grandi flotte commerciali europee.

Da santuario ecologico a risorsa commerciale

Attualmente, l’area che circonda l’arcipelago delle Chagos rappresenta una delle Aree Marine Protette (MPA) più vaste e rigorose del pianeta. Estesa per 640.000 chilometri quadrati e pattugliata costantemente dalla Royal Navy britannica dal 2010, quest’area è una zona a “prelievo zero”. Si tratta di una vera e propria “banca del pesce” che permette alle popolazioni di tonno, squali balena e mante di riprodursi per poi ripopolare l’intero Oceano Indiano.

Il passaggio sotto l’amministrazione di Port Louis rischia di scardinare questo equilibrio. L’Unione Europea vanta già un Accordo di Partenariato per una Pesca Sostenibile con le Mauritius. L’intesa attuale permette a 40 navi con reti a circuizione e 45 palangari di superficie (principalmente mega-pescherecci francesi e spagnoli) di prelevare 5.500 tonnellate di pescato annuo in cambio di soli 725.000 euro versati nelle casse mauriziane. Un affare d’oro per le flotte europee, considerando che il mercato del tonno dell’Oceano Indiano vale oltre 6 miliardi di sterline l’anno.

Ecco una sintesi di come potrebbe cambiare la gestione dell’area:

ParametroGestione Britannica (Fino ad oggi)Gestione Mauriziana (Prospettiva futura)
Status dell’AreaArea Marina Protetta (MPA) rigorosa.Possibile apertura commerciale (96% dell’area).
Pesca CommercialeTotalmente vietata (No-take zone).Inclusa sotto l’etichetta di “pesca tradizionale”.
Controllo e PattugliamentoRoyal Navy.Autorità mauriziane.
Accesso Flotte EstereNessuno.Possibile estensione dei protocolli UE-Mauritius.

Le reazioni: un disastro ambientale e strategico?

La prospettiva che i super-pescherecci europei, dotati di reti lunghe oltre due chilometri, possano calare sulle Chagos ha scatenato reazioni durissime sia nel mondo politico conservatore britannico sia in quello scientifico.

Le critiche si concentrano su diversi punti chiave:

  • L’impatto ecologico: Il professor Enric Sala, ecologista marino di National Geographic, ha sottolineato come l’apertura alla pesca industriale smantellerebbe una “scialuppa di salvataggio genetica” fondamentale per la sopravvivenza dell’ecosistema dell’Oceano Indiano in una fase di riscaldamento climatico.
  • Il costo per i contribuenti e la sicurezza: Esponenti politici come Priti Patel hanno fatto notare che il Regno Unito, oltre a cedere un territorio sovrano in un’area in cui si concentrano gli interessi di potenze come Cina e Russia, dovrà sborsare circa 35 miliardi di sterline per l’accordo globale , ma senza ottenere reali garanzie ambientali.
  • Il precedente mauriziano: Think tank come Policy Exchange ricordano che le Mauritius hanno uno storico di protezione marina ritenuto insufficiente. Una bozza del piano mauriziano prevederebbe infatti l’apertura del 96% dell’attuale riserva a pratiche di pesca definite “tradizionali”, un termine spesso usato come copertura per lo sfruttamento commerciale.

Il Foreign Office britannico ha tentato di gettare acqua sul fuoco, accogliendo con favore le recenti dichiarazioni del governo mauriziano che promettono di non autorizzare la pesca commerciale , ma gli esperti legali sottolineano come il trattato firmato non imponga alcun obbligo vincolante a Port Louis in tal senso e, di fronte a concessioni economiche adeguate, potrebbe anche cedere.

L’Europa, da parte sua, osserva e attende. La diplomazia britannica ha forse risolto una disputa post-coloniale , ma rischia di aver consegnato un inestimabile capitale naturale alle spietate logiche dell’industria ittica globale.

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