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Italia-Argentina, parità monetarie e pari destini…

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Il governo Renzi procede come un treno ad alta velocità (che va a scontrarsi) con le famose riforme  che dovrebbero servire per rilanciare la nostra economia in Europa.
Unendo i tasselli  della storia, le riforme auspicate per l’Italia ma anche per il resto d’Europa raccomandate dall’UE consistono:
-Privatizzazioni
-Liberalizzazioni
-Cessione beni pubblici
-Precarizzazione del lavoro
– Tagli allo Stato sociale
-Permanenza nell’eurozona

Proprio su quest’ultimo dibattito ormai in corso da qualche anno, gli apologeti della moneta unica rievocano lo spettro del default argentino qualora si  si uscisse dall’eurozona, sottolineando quindi gli effetti che hanno portato l’Argentina al fallimento  ma mai citandone le cause.
Sarà per ignoranza o malafede? Non sto qui a fare un’analisi sulla personalità del partigiano pro euro, ma mi limito a rendere note le cause del tracollo economico argentino culminato con il default del 2001 e mai citate dai media italiani per tabù o meglio al fine di evitare ogni accostamento con le logiche appartenenti all’attuale assetto monetario europeo.

Una volta insediatosi come presidente dell’Argentina nel 1989 Carlos Menem attua le seguenti riforme in campo economico per un ipotetico rilancio del Paese:

In primis viene imposto un regime di cambio fisso peso argentino-dollaro USA di 1:1 questo però a partire dal 1992 con l’aiuto del ministro dell’economia ultra liberista Domingo Cavallo
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Quindi il Paese come oggi l’Italia si ritrovò una moneta pesante e non flessibile agganciata a quella americana. Stesse analogie con l’euro per l’Italia, ovvero moneta pesante non svalutabile ed agganciata alla moneta tedesca ovvero l’euro stesso.
Da questa  politica monetaria, l’Argentina iniziò a perdere competitività nei mercati internazionali, importando merci in misura maggiore più di quanto potesse esportare.
Ma non solo, agganciandosi al dollaro, il Paese sud americano si indebitava in moneta pesante con titoli di Stato emessi in valuta americana e sotto legislazione internazionale, situazione analoga al debito pubblico italiano in euro, non svalutabile e non controllabile dallo Stato italiano, ma fortunatamente, a differenza dai nuovi titoli di Stato greci, quelli italiani sono sotto legislazione nazionale.
Sempre con il presidente Menen, l’Argentina avviò privatizzazioni o meglio cessioni degli assets pubblici del paese, iniziando dalle poste fino alla compagnia nazionale petrolifera Y.P.F. privatizzata al 50% per poi completare con altre aziende statali. Non si salvò neanche il mercato del lavoro, che sotto il regime del cambio fisso (analogo all’euro) si dovette adattare alla “flessibilità” sotto il nome di “riforme” quelle che oggi vengono tanto raccomandate da Bruxelles e Berlino ed attuate con il nome di Jobs Act. Quindi la storia che il lavoro di una volta non può tornare perchè il mondo è cambiato, risulta un astuto espediente per adattare il lavoro a logiche monetarie che vanno contro la collettività. Pertanto precarizzazione e  riduzione dei salari, provocarono un graduale impoverimento della classe lavoratrice.
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Si stima che la liquidazione di gran parte del patrimonio nazionale argentino (in stile “Treuhandanstalt” per la Germania Est durante l’unificazione) abbia registrato una perdita di 60.000 milioni di dollari.
Oggi l’informazione non diffonde, da parte di chi difende l’euro, che ci sarebbe la necessità di privatizzare e vendere il patrimonio dello Stato?
(http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/03/28/il-proclama-di-menem-ho-salvato.html?ref=search)
Tornando all’Argentina, furono rimossi inoltre i vincoli doganali per un libero mercato, con la conseguenza di aver portato le piccole e medie imprese argentine fuori mercato (già sofferenti da un cambio fisso con il dollaro)  da prodotti esteri a minor costo. Il risultato fu il fallimento della piccola e media impresa argentina con un ovvio aumento dalla disoccupazione.

Queste politiche attuate da Menem ed oggi raccomandate dall’Europa in un assetto monetario simile a quello dell’euro oggi, portarono il paese dopo dieci anni dal 1992 ad una disoccupazione intorno al 23% ed un crollo della competitività collezionando dieci anni consecutivi di negativo tra export ed import (partite correnti).
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Inoltre Indebitandosi in dollari ed impossibilitata nel sostenere il debito pubblico con propria moneti flessibile (vantaggio per i debitori recando meno profitto ai creditori) e tra le continue proteste da parte della popolazione dovute al deterioramento delle condizioni economiche del Paese, l’allora presidente Fernando de la Rua in una calda notte del dicembre 2001, (calda sia socialmente che astronomicamente) abbandonò il palazzo presidenziale in elicottero, lasciando il Paese nello sbando più totale (http://www.repubblica.it/online/mondo/argentinauno/emergenza/emergenza.html) .
La tortura argentina pose fine all’anno successivo nel 2002 quando il nuovo presidente Edoardo Duhalde liberò il peso argentino dal cambio fisso con il dollaro (l’auspicata uscita dall’eurozona tradotto al caso italiano ed anche europeo) ed avviò anche il ripristino delle protezioni doganali dopo un decennio di ultraliberismo economico. (http://www.repubblica.it/online/mondo/argentinadue/svaluta/svaluta.html)
In quanto a Menem fautore del cambio fisso  come lo sono oggi i partigiani europeisti dell’euro, venne arrestato nel 2001 anno del default argentino. http://www.repubblica.it/online/mondo/menem/menem/menem.html   http://www.repubblica.it/online/mondo/argentinauno/situazione/situazione.html“> 

Dalla fine del cambio fisso ad oggi l’Argentina ha più che dimezzato il suo tasso di disoccupazione e lo spauracchio di un altro default pretesto dei fautori del cambio fisso, ovvero dell”euro è legato ai debiti che il Paese ha contratto in dollari sotto legislazione americana durante il decennio 1992-2002 di cui descritto sopra.
Per il caso italiano, come già accennato sopra, con l’uscita dall’euro, il debito pubblico nostrano, anche se emesso nella moneta unica europea è sottoscritto secondo le leggi nazionali e quindi non verrebbe rimborsato in euro  bensì  in lire, riconvertendo tutti i debiti in valuta nazionale circolante tramite il principio della Lex Monetae ed un’eventuale svalutazione della valuta italiana rappresenterebbe una perdita di profitti per i creditori ed un alleggerimento del debito per lo Stato italiano. Questo rappresenterebbe  un grosso vantaggio rispetto ai titoli di Stato argentini emessi NON sotto legislazione nazionale durante il decennio 1992-2002 e tutt’ora oggi parte di questi bonds “tormentati” dai fondi avvoltoio americani.
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Purtroppo oggi e domani sopratutto con il deteriorarsi della condizione economica italiana ed europea, i difensori dell’eurozona citeranno per spaventare la popolazione lo slogan ” Se usciamo dall’euro faremo la fine dell’Argentina!”
Quindi sta a noi informarci correttamente e capire che coloro che difendono l’indifendibile citeranno sempre gli effetti e mai le cause che hanno portato al tracollo dell’economia argentina, ormai in ripresa dopo aver rimosso quelle cause mai citate dall’informazione…
Anche la conduttrice e modella  Belen Rodriguez ha dichiarato che l’Italia potrebbe fare a meno dell’euro e lo si capisce,  lei è argentina, paese letteralmente saccheggiato negli anni 90′.
Come è anche bene ricordare le parole dell’attuale presidentessa argentina Christina Kirchner:
Preferisco avere un’inflazione altissima e spropositata se so che la disoccupazione dal 34% è scesa al 3,5%; che la povertà è diminuita del 55%; che il pil viaggia di un +8% annuo; che la produttività industriale è aumentata del 300%; che c’è lavoro in Argentina, c’è mercato per tutti, e il mio popolo è molto ma molto più felice di prima, piuttosto che avere un’inflazione del 3% come in Italia, dove c’è depressione, disperazione, avvilimento e l’esistenza delle persone non conta più.
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