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Iran al bivio: a chi il potere se cadesse la Repubblica Islamica? Scenari tra golpe, opposizione e incognite economiche
Scenari inquietanti e speranze: chi prenderebbe il potere a Teheran? L’analisi su successione, ruolo dei Pasdaran e il futuro dell’economia globale senza gli Ayatollah.

Prima di addentrarci nei meandri delle successioni e delle speculazioni politiche, è doveroso fare una premessa di Realpolitik, fredda ma necessaria. Non è assolutamente detto che il regime degli Ayatollah stia per cadere. Chi scommette sulla fine imminente della Repubblica Islamica spesso dimentica la natura stessa di una teocrazia: essa non si ritiene legittimata dal consenso popolare, bensì da un mandato divino. Questa convinzione rende l’élite al potere impermeabile alla critica e, soprattutto, disposta a qualsiasi livello di violenza pur di preservare lo status quo. Inoltre, la storia insegna che le piazze, per quanto infuocate, soffrono l’usura del tempo: dopo giorni o settimane di scontri, la stanchezza fisica ed economica può subentrare, lasciando il regime, ammaccato ma vivo, ancora al comando.
Tuttavia, in economia come in geopolitica, bisogna analizzare anche gli scenari di coda, i cosiddetti tail risk. Se le proteste dovessero superare il punto di non ritorno, se la diga della repressione dovesse cedere, chi riempirebbe il vuoto di potere a Teheran? E quali sarebbero le conseguenze sismiche per l’economia globale e gli equilibri del Vicino Oriente?
Il dilemma della successione: non “Chi”, ma “Come”
Mentre le piazze iraniane ribollono e la salute – politica e fisica – della Guida Suprema Ali Khamenei è oggetto di speculazioni, la domanda centrale non è solo chi prenderà il suo posto, ma come avverrà il trapasso. Secondo esperti regionali e voci dell’opposizione, la risposta è tutt’altro che chiara e dipende meno dall’ideologia e molto di più dalla tenuta delle forze di sicurezza.
Behnam Ben Taleblu, analista senior presso la Foundation for Defense of Democracies, ci offre una chiave di lettura tecnica interessante: la variabile critica è la modalità del collasso.
“Nonostante il titolo di Guida Suprema, bisogna chiedersi quanto Khamenei stia effettivamente governando gli affari del paese,” nota Ben Taleblu.
Il rischio maggiore, in ottica occidentale, è cadere nella trappola del “cambiamento gattopardesco”. L’analista mette in guardia dal sostenere una transizione cosmetica, un rimpasto delle élite che lasci intatta la struttura di potere profondo. Il timore è quello di un “Modello Maduro” o di uno scenario egiziano: una situazione in cui le forze di sicurezza, pur sacrificando qualche testa coronata (o turbante), mantengono il controllo delle leve economiche e militari. Sarebbe il classico gioco delle sedie musicali: cambia la musica, ma chi comanda è sempre seduto al tavolo.
Il ruolo dell’Apparato Securitario: Il vero ago della bilancia
Inutile girarci intorno: il futuro dell’Iran non si decide nei salotti di Parigi o Washington, ma nelle caserme di Teheran. Il consenso tra gli analisti è che tutto dipenda dalla coesione dell’apparato coercitivo: il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC, i Pasdaran), la milizia Basij e l’esercito regolare (Artesh).
Perché crolli il regime, non basta la rabbia popolare; serve una frattura nel monopolio della forza. Ben Taleblu sottolinea che segmenti delle forze di sicurezza devono disertare o rifiutare gli ordini. Senza questo scisma interno, alimentato da scioperi economici che taglino i fondi al regime, il potere reale rimarrà nelle mani delle istituzioni armate. CI sono state voci di reparti che non hanno obbedito, ma per ora non ci sono stati ammutinamenti di massa.
Esiste la possibilità di un golpe militare? Benny Sabti, esperto dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale di Israele, non lo esclude, ma con riserva. L’IRGC è una forza ideologica e asimmetrica, non un esercito professionale classico. Un generale dei Pasdaran potrebbe tentare il colpo di mano, ma l’Iran ha un problema strutturale: la mancanza di carisma. Sabti nota come, al di là di qualche critica interna, manchino figure militari capaci di catalizzare il consenso nazionale come avvenne in Egitto con Al-Sisi. Non ci sono figure così autorevoli da poter chiamare a se il potere, anche perché l’attacco israeliano ha livellato molti comandi.
L’Opposizione: Tra nostalgia, esilio e controversie
Se l’interno è bloccato, l’esterno è frammentato. Ecco i principali attori in gioco:
I prigionieri Politici: Nonostante l’attenzione mediatica, è improbabile che la leadership emerga dalle carceri. Decenni di repressione hanno impedito la formazione di una classe politica alternativa interna. I prigionieri liberati saranno parte del sistema, ma difficilmente i suoi architetti.
Reza Pahlavi (Il “Principe”): Figlio dell’ultimo Scià, Pahlavi sta emergendo come punto focale per la mobilitazione. Si presenta non come un monarca restauratore, ma come un traghettatore verso un’assemblea costituente democratica. I suoi sostenitori lo vedono come l’unica figura unificante; i critici, tuttavia, temono il ritorno al passato e diffidano dell’influenza esterna. Inoltre non è chiaro il suo reale influsso sulla popolazione, al di là degli slogan.
Maryam Rajavi e il MEK: I Mujaheddin del Popolo (MEK) sono l’opposizione più organizzata e militarizzata, con forti agganci politici negli USA (da Pence a Pompeo). Tuttavia, godono di scarsissimo supporto popolare all’interno dell’Iran a causa del loro passato violento e del sostegno dato a Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq. Sono ben visti da certi “falchi” occidentali, ma visti con sospetto dalla popolazione iraniana giovane.
Lo Scenario Economico: Dal dirigismo al mercato?
Qui l’analisi deve farsi tecnica. L’economia iraniana attuale è un ibrido disfunzionale: un mix di statalismo, sussidi energetici insostenibili e il dominio delle Bonyad, le fondazioni religiose che controllano interi settori produttivi (dal cemento al farmaceutico) in regime di esenzione fiscale e opacità totale. Un paese ricchissimo di petrolio e gas, con un’antichissima tradizione imprenditoriale e mercantile, compresso e impoverito da una gestione antieconomica.
Se il regime cadesse, ci troveremmo di fronte a uno shock economico di proporzioni bibliche, ma potenzialmente positivo nel medio termine:
- La fine delle sanzioni: Il ritorno dell’Iran sui mercati finanziari internazionali libererebbe miliardi di dollari congelati e permetterebbe l’export massiccio di greggio e gas, con un impatto deflazionistico sui prezzi energetici globali (a meno che l’OPEC non intervenga drasticamente).
- Ricostruzione Keynesiana: Un nuovo governo dovrebbe lanciare un piano di investimenti pubblici massiccio per ammodernare le infrastrutture petrolifere e idriche, oggi fatiscenti. Questo attirerebbe capitali esteri, ma richiederebbe una stabilità giuridica che oggi non esiste.
- Il nodo delle Bonyad: Smantellare il potere economico dei religiosi sarebbe la sfida più ardua. Significa espropriare asset per miliardi di dollari a un’élite che ha ancora i fucili in mano. Senza questa riforma, l’economia rimarrebbe ostaggio del vecchio sistema. COmunque si può fare tutto, anche nazionalizzando e poi quotando sui mercati finanziari interni.
Le implicazioni geopolitiche: Il crollo dell'”Asse della Resistenza”
Un cambio di regime a Teheran non si fermerebbe ai confini persiani. L’Iran finanzia e arma una rete di proxy in tutto il Medio Oriente: Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen, le milizie sciite in Iraq e Siria, e Hamas a Gaza.
Senza il flusso costante di denaro e armi da Teheran (spesso veicolato dalla Forza Quds), queste organizzazioni si troverebbero orfane finanziariamente e strategicamente.
- Per Israele: Sarebbe il cambiamento strategico più significativo dal 1979, riducendo drasticamente la minaccia sui confini nord e sud.
- Per l’Arabia Saudita: La fine della guerra fredda mediorientale permetterebbe a Riad di concentrarsi sulla sua “Vision 2030” senza il timore costante di attacchi missilistici o droni. Però attenzione: la nuova Persia sarebbe una potenza temibile, perché avrebbe anche la spinta demografica che l’Arabia non ha.
- Per i prezzi del petrolio: Paradossalmente, una maggiore stabilità potrebbe portare a un calo dei prezzi dovuto all’aumento dell’offerta iraniana, ma l’instabilità della fase di transizione potrebbe creare picchi speculativi a breve termine.
Una maratona, non uno sprint
Come sottolinea Ben Taleblu, siamo di fronte a una maratona. Non c’è un successore chiaro che attende dietro le quinte. Khamenei è ancora vivo, i Basij sono ancora armati e l’opposizione è divisa. Tuttavia, le placche tettoniche della società iraniana si stanno muovendo. Il destino del paese non dipenderà da chi grida più forte su Twitter, ma da chi riuscirà a unire la piazza con una parte dell’apparato militare, offrendo una via d’uscita credibile dal vicolo cieco teocratico. Fino ad allora, l’Iran resta l’incognita più grande dello scacchiere mondiale.
Domande e risposte
Perché il regime iraniano non è ancora caduto nonostante anni di proteste cicliche?
La sopravvivenza della Repubblica Islamica si basa su tre pilastri: un apparato repressivo disposto a sparare sulla folla (IRGC e Basij), il controllo totale dell’economia tramite le fondazioni religiose (Bonyad) che garantisce la fedeltà delle élite, e la mancanza di una leadership alternativa unificata e carismatica all’interno del paese. Inoltre, il regime ha imparato a gestire i blackout di internet per impedire il coordinamento delle piazze.
Quale sarebbe l’impatto immediato sul prezzo del petrolio in caso di caduta del regime?
Nel brevissimo termine, l’instabilità e il rischio di sabotaggi agli impianti potrebbero causare un picco speculativo verso l’alto. Tuttavia, nel medio termine, la rimozione delle sanzioni e il ritorno a pieno regime dell’export iraniano (che possiede le quarte riserve mondiali di greggio) porterebbero un eccesso di offerta sul mercato, spingendo i prezzi al ribasso, a svantaggio dei concorrenti come Russia e Arabia Saudita.
Che fine farebbero Hezbollah e Hamas senza l’Iran?
Senza il “polmone finanziario” e logistico di Teheran, queste organizzazioni subirebbero un colpo devastante. Hezbollah perderebbe la capacità di mantenere il suo stato sociale in Libano e il suo arsenale avanzato. Hamas si troverebbe isolata politicamente ed economicamente. Questo costringerebbe questi gruppi a ridimensionarsi drasticamente o a cercare nuovi patroni, difficili da trovare con la stessa disponibilità ideologica ed economica dell’Iran attuale.










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