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IMMIGRAZIONE: LE NON-SOLUZIONI

Quando si cerca la soluzione di un problema, l’ideale è trovarla subito. Ma se non è possibile, può ancora essere utile sapere che cosa NON costituisce una soluzione. Almeno si saprà che in quella direzione è inutile cercare. Per il problema dell’immigrazione clandestina, si ha spesso la sensazione che vengano presi in considerazione dei dati erronei, e questo allontana la possibilità di vederci chiaro. Molti ad esempio non si occupano del problema dell’immigrazione, ma esclusivamente del modo di evitare le tragedie del mare, e ciò non è corretto. Se il problema fosse soltanto quello, basterebbe stabilire una linea di traghetto gratuito Tripoli-Siracusa e accogliere chiunque si presenti. Ma dal momento che molto pochi si dichiarano disposti a una simile soluzione, è evidente – anche a quelli che vorrebbero quel traghetto – che il problema non è soltanto quello dei naufragi. Tutti ci ricordano da mane a sera che la nostra Costituzione prevede che lo “straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”. Se ne deduce che questo dovere l’abbiamo praticamente nei confronti di tutti gli africani e di tutti gli abitanti dei Paesi del Vicino Oriente. Infatti in questi territori, con l’unica eccezione di Israele, non c’è nessuna vera democrazia comparabile alla nostra. Il diritto d’asilo è un bellissimo principio al quale si contrappone un’obiezione che già i romani esprimevano con questo brocardo: ad impossibilia nemo tenetur. Non basta citare la Costituzione come fosse la legge di gravitazione universale. La norma giuridica non è un Sein (essere), ma un Sollen (dover essere). È un dovere, e in tanto esiste, in quanto si abbia la possibilità di adempierlo. In altre parole: checché dica la Carta fondamentale, ci dobbiamo chiedere se possiamo permetterci un’indefinita accoglienza di chiunque si presenti. È un problema innanzi tutto economico, nel momento in cui l’Italia traversa una così grave crisi. Poi è anche un problema socio-politico, perché la maggioranza di quegli immigranti è di religione musulmana e di solito i maomettani rifiutano risolutamente di integrarsi con la società occidentale. Alla lunga, i gruppi allogeni creano gravi problemi che fanno spesso pentire coloro che avevano cominciato predicando il dovere delle porte aperte. Un buon esempio è l’Inghilterra, per non parlare della Francia. Infine c’è il problema della sicurezza pubblica. Se in Francia la polizia non è stata in grado di fermare in tempo gli assassini di Charlie Hebdo, che pure risiedevano lì da decenni, quante probabilità abbiamo di capire chi, fra le decine di migliaia di immigranti, è un terrorista venuto per ucciderci? Visto che parliamo di diritto penale, possiamo anche citare un’altra delle false soluzioni proposte, da ultimo, con piglio catoniano, anche da Michele Ainis sul Corriere della Sera: rendiamo draconiane le pene per gli scafisti. La solita illusione italiana che i problemi si risolvano con nuove leggi. La solita illusione italiana che i problemi si risolvano con le pene draconiane. Come se gli scafisti, a casa loro, prima di partire, studiassero il nostro Codice Penale. O ancora come se gente che si gioca la vita ai dadi insieme con gli emigranti, su un barcone che ha soltanto qualche possibilità di arrivare a destinazione, dovesse poi sul serio essere frenata dalla minaccia di essere condannata da un Tribunale. Ma non è tutto. Fra le soluzioni che abbiamo sentito ventilare c’è anche il “blocco navale”: impraticabile, secondo i competenti. Qualcuno ha parlato di bombardare i barconi degli scafisti, come se ce l’avessero scritto sulla fiancata, che dovranno servire per gli emigranti clandestini. E come sfuggire alla condanna internazionale, per avere compiuto un atto evidentemente illegale? E soprattutto, come essere sicuri che non c’è nessuno a bordo? Si direbbe che troppa gente parli prima di riflettere. Infine ci sono quelli che la sanno più lunga di tutti: non si può far nulla se non si è autorizzati dall’Europa e – nientemeno – dall’Onu. Come se non si sapesse che l’Onu è un carrozzone inqualificabile in cui ogni iniziativa seria si arena, in cui la maggioranza è composta di Stati non democratici, in cui fin troppo spesso si dà ragione a chi ha torto. Nessuna persona risoluta aspetterebbe mai d’avere l’avallo di una simile organizzazione. E se l’aspetta, è segno che non è risoluta. Ma questo lo sapevamo già. Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

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