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ILVA: IL TEMPO SCADE, ORA AGIRE SUBITO di Rosalba Fragapane

 

Se aspettiamo ancora questo è ciò che sarà dell’ILVA…

 

L’ad Morselli di Arcelor Mittal ha comunicato la mattina del 14 novembre ai sindacati il programma della chiusura di tutti gli impianti: come indicato l’altoforno (Afo) 2 sarà spento il 13 dicembre; l’afo 4 il 30 dicembre e infine l’afo 1 il 15 gennaio. Inoltre anche il treno nastri 2, quello ancora in funzione, si fermerà il 26 novembre.

La situazione è precipitata di colpo e come ha affermato Marco Bentivogli segretario della FIM CISL: “ Non possiamo ancora perderci in tatticismi governativi”. Intanto i commissari e l’avvocatura di stato hanno depositato un ricorso d’urgenza (ex 700 c.p.c.) contro Arcelor Mittal. A questo i giudici risponderanno in tempi brevissimi come prevede la legge.

In questa situazione allarmante però non si sa quali misure intanto verranno prese a Roma né quando questo avverrà. Il ricorso ex 700 c.p.c. è per ora la sola risposta dei palazzi romani, – ma per mettere davanti alle proprie responsabilità Arcelor Mittal serve anche un’azione immediata e incisiva da parte del governo. Non si può delegare alla magistratura il compito di decisioni che dovrebbero essere prese dalla politica.

L’addio di Arcelor Mittal diciamolo subito era una tragedia annunciata da qualche mese, almeno già da questa primavera. A Taranto, e non solo, lo sapevano in molti: sindacalisti, operai, impiegati, capireparto, quadri, data la totale schizofrenia contrattuale con cui è stata gestita l’operazione. Insomma la paura e il sospetto erano già venute alla mente quando giorni addietro improvvisamente durante un’intervista a Nicola Porro durante una puntata di “Quarta Repubblica” il segretario della CGIL Landini alzando il sopracciglio ha detto: “E che a questo governo non venga mica in mente di dare un alibi all’ azienda (AM) di ritirarsi perché se no veramente ci arrabbiamo”. Ebbene con l’emendamento di un gruppo di senatori grillini, capeggiati dalla senatrice Lezzi, infilato nel Decreto Salva Imprese e votato in un battibaleno da PD e Italia Viva si toglieva l’immunità penale all’azienda franco indiana. Qualcuno si stupisce di come mai un’azienda primaria nel mondo abbia già avuto pronto un Atto di Citazione verso lo Stato Italiano: ma cosa credete che aziende “mondiali” come questa non abbiano le risorse legali per prevedere un evento del genere? Soprattutto quando la puzza di bruciato si sentiva lontana un miglio. Non vi siete dimenticati quando già a fine giugno scorso le dichiarazioni di diversi esponenti sul versante M5S erano: “Pazienza se L’ILVA chiude, vorrà dire che i tarantini alleveranno cozze pelose”? Ebbene noi lo abbiamo letto questo Atto di Citazione (lo troverete in all. alla fine dell’articolo), un atto che non fa una piega, purtroppo difficile da ribaltare, bisogna ammetterlo. Forse anche a questo è dovuto il ritardo del deposito della richiesta del provvedimento d’ urgenza del governo.

Infatti la verità che viene fuori non è solo la questione dello scudo penale, seppur fondamentale in ogni caso perché non consentirebbe neanche ad un caporeparto di prendere una decisione senza avere il timore di essere indagato da un giudice. Infatti va subito chiarito che lo scudo penale è rivolto non solo ai Signori Mittal come molti media affermano ma è necessario agli addetti, ai capireparto che lavorano in Ilva. Errato inoltre affermare che c’è già l’art.51 c.p. perché questo si rivolge agli amministratori e non precisamente alle maestranze che sono direttamente coinvolte. L’art. 51 appare una norma utile ma troppo blanda nel caso ILVA e non sufficiente. La questione è ben altra: riguarda lo spegnimento dell’Altoforno 2 imposta tassativamente dal giudice preposto entro il 13 dicembre 2019, e a pioggia di tutti gli altri altoforni. Tanto è vero che il timing dato questa mattina dall’ ad Morselli segue il calendario. Senza dubbio è questa la questione più rilevante perché questo bloccherebbe non solo la produzione, ma anche la stessa attività di bonifica che Arcelor Mittal si è impegnata ad attivare con tecniche avanzatissime e un piano ambientale eccellente proposto allora in fase contrattuale investendo 1, 200 miliardi di euro, un piano per il quale l’azienda necessita di avere dei tempi meno stringenti davanti.

Ora per mettere in ogni caso davanti alle proprie responsabilità l’azienda franco indiana servono provvedimenti immediati. In caso contrario la morte dello stabilimento causerebbe dei danni immensi all’Italia. La chiusura di Ex Ilva non solo procurerebbe una perdita di Pil nazionale del 1,5 % ma, come conseguenza, causerebbe la perdita di fatturato per tante aziende dell’intero territorio nazionale che per ricaduta lavorano nel settore o si avvalgono delle partite di acciaio per le loro produzioni. Se su Taranto si parla di 8000/11000 dipendenti si potrebbe calcolare un indotto complessivo di 40.000 lavoratori in tutto il paese, disseminati in varie regioni del Paese Italia. Altro che bomba sociale. Se è vero che fino ad oggi nessuno è mai sceso nelle strade fino ad oggi si sta rischiando e parecchio: una catastrofe che ha fatto tremare le mura del Colle (vedi articolo di SE del 7/11 di Guido da Landriano). Intanto dalla città di Taranto Francesco Briganti della FIOM GCIL intervistato ha però dichiarato: “Noi sugli esuberi non abbiamo ricevuto finora alcuna lettera o comunicazione né dal governo né da Arcelor Mittal di un presunto licenziamento di 5000 dipendenti”. Arcelor Mittal infatti ancora ad oggi sta seguendo il crono programma sugli altoforni, ma per il resto tace. Essendo solo affittuario da contratto, non spetterà all’azienda franco indiana procedere in questo senso, ma ai commissari che erediteranno la azienda. Cosa fare adesso? La risposta sta nel passato, neanche troppo lontano.

L’errore infatti è stato soprattutto del Governo, quando nel 2018, tra l’altro proprio Di Maio (già ministro dello Sviluppo Economico durante il Conte 1) aveva firmato un ADDENDUM al contratto siglato il 14 SETTEMBRE 2018, che legalmente parlando chiarisce e mette nero su bianco ogni equivoco possibile e immaginabile: “L’affittuario ( Arcelor Mittal n.d.r.) potrà altresì recedere dal contratto qualora un provvedimento legislativo e/o amministrativo, non derivante da obblighi comunitari, comporti modifiche al Piano ambientale, come approvato con il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27 settembre 2017 che rendano non più realizzabile sotto il profilo tecnico/giuridico il Piano Industriale” Ecco è proprio questa firma e questo Addendum che ha permesso ad AM di poter dire di voler riconsegnare le chiavi blindando i suoi diritti contrattuali.

E’ evidente che questa vicenda ci potrebbe danneggiare a livello di sistema paese perché il pessimo spettacolo offerto agli investitori stranieri è quello di un paese inaffidabile dal quale tenersi alla larga. Certo nessuno ce lo dirà in faccia ai convegni, ai meeting o alle riunioni internazionali ma poi, nei fatti, all’estero nei “salotti” che contano non vorremmo davvero essere classificati come i soliti italiani di cui non ci si può fidare. Così i grillini mossi dal quel fanatismo che farebbe rivoltare nella tomba Montesqueiu (Lo Spirito delle Leggi è un libello che ogni politico dovrebbe avere sul banco) vorrebbero che lo stabilimento si chiudesse, senza pensare che anche questo avrebbe dei costi stratosferici per le casse delle Stato e che alzerebbe il tasso di inquinamento ambientale a livelli ancora più elevati. Cozze pelose si, ma immangiabili. Per non parlare di una eventuale nazionalizzazione totale per la quale non vi sarebbero neppure le risorse e che, al di là di ogni ipotesi, sarebbe possibile con un paese in crescita, non certo in stagnazione o alla mercè di future recessioni economiche mondiali come siamo in questo momento.

Dunque il vulnus in questa questione ora è prettamente politico e parte da lontano in una commistione fra politica ambientalista intrisa di fanatismo e magistratura ideologizzata come ha ben spiegato su Il Foglio il suo direttore Claudio Cerasa “I silenzi contro i giacobini dell’ecologia” del 6 novembre 2019. Vale la pena di citarlo questo fondo perché nel ripercorrere la vicenda Ilva a partire dal 2012 ci troviamo dentro la vera soluzione al problema. Quella che per ora il Professor Conte ha detto di non avere.

Racconta Cerasa: “Tutto cominciò la mattina del 26 luglio 2012, quando il Gip Patrizia Todisco firmò un provvedimento di sequestro degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva, confermato pochi giorni dopo dal Tribunale del Riesame. All’epoca era in carica il governo Monti, il quale in breve tempo firmò un Decreto Legge per sbloccare gli impianti sequestrati dai giudici e imporre l’avvio immediato degli investimenti per la bonifica ambientale dell’area con procedure avanzate”. Ecco, il senatore Monti che di pragmatismo non hai mai fatto difetto, non ci ha pensato un secondo ed ha eseguito immediatamente ciò che la logica gli diceva di fare. Dunque l’azione immediata del senatore a vita Monti fu imperativa, la stessa che occorrerebbe oggi ed che ebbe persino una vittoria a 360 gradi. Infatti prosegue Cerasa: “A quel decreto il Gip Todisco rispose con un ricorso contro quel decreto legge davanti alla Corte Costituzionale alla quale, di fatto, venne affidato il compito di verificare se vi fosse stato in pratica il tentativo di una procura di voler guidare la politica industriale del secondo paese più industrializzato d’Europa.”

La Corte Costituzionale rispose con un principio ineludibile e sacrosanto: “ Il diritto di fare politiche industriali spetta non ai magistrati, ai giudici, o alle procure ma spetta al potere politico. L’avere l’amministrazione in ipotesi male operato nel passato non è ragione giuridico costituzionale sufficiente per determinare un’espansione dei poteri dell’autorità giudiziaria oltre la decisione dei casi concreti. E una soggettiva prognosi pessimistica sui comportamenti futuri non può fornire base valida per una affermazione di competenza”. Questo è ciò che la Corte Costituzionale ha sentenziato e nel suo articolo di fondo il direttore del Il Foglio ce lo ha ricordato.

La soluzione è proprio questa agire politicamente per il bene del paese. E farlo subito, senza perdersi più in discussioni, riunioni, ritiri. Dare un segno tangibile ai lavoratori dell’EX ILVA di esserci, e a tutti gli italiani. La cosa più incredibile è che francamente non capiamo il PD in questa vicenda. Come è possibile che un partito che ha una storia così grande alle spalle si esponga ai peggiori ricatti? Vuole davvero finire come il PS francese? Più si allunga l’abbraccio mortale con il M5s e meno possibilità di sopravvivere ci saranno. Il calcolo premonitore sicuramente è nella mente di Zingaretti. Inoltre questa manovra non piace a nessuno: alle grandi imprese, a Confindustria, alla Corte dei Conti, ai pensionati, alle piccole e medie imprese, alle partite iva, ai commercianti, agli artigiani. Dovevate evitare un aumento dell’Iva (che parte da lontano) che avrebbe portato una perdita di 500 e rotti Euro a famiglia e invece così? Non saranno LO STESSO le famiglie a pagare con tutte queste tasse e tassettine disseminate in ogni dove a pagare per una manovra che per 10-15 miliardi ( stima del prof. Ricolfi) è in deficit? Ma qualcuno lo ha capito che il deficit lo paghiamo noi? Che da sempre il deficit lo pagano gli italiani? Ma allora non era meglio aumentare l’Iva magari in maniera chirurgica, azione che avrebbe portato soldi certi e sicuri in modo strutturale nelle casse dello Stato?

Ecco la soluzione : emettere un decreto d’urgenza come fece il senatore Monti per risolvere la questione Ilva. Se cade il governo pazienza. Non si può per salvare le poltrone, o per tatticismi di ogni sorta far saltare in aria il paese. Un nuovo Parlamento sarà meglio di questo, certi che un sano, sanissimo esercizio provvisorio in questo momento ci salverà tutti dal baratro.


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