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Il vero problema del costo del lavoro tra Jobs Act e sindacati

Il tema caldo di questi giorni è certamente la riforma del lavoro. La proposta contenuta nel Jobs Act consiste nell’abolire/modificare sensibilmente l’articolo 18, ovvero la disciplina inerente i licenziamenti senza giusta causa per i lavoratori assunti, così da passare ad un sistema di “tutele crescenti”. La ratio di tale provvedimento dovrebbe essere quella di rendere più flessibile il mercato del lavoro, per far sì che le aziende siano maggiormente invogliate ad assumere personale con contratto stabile. Secondo il nuovo schema il neo assunto potrà:

· essere licenziato senza alcuna giustificazione né indennizzo durante i primi sei mesi. Diciamo pure una sorta di “diritto di recesso”

· essere licenziato dietro compenso monetario (15 giorni di retribuzione ogni 3 mesi lavorati) fino alla scadenza del 3 anno. L’impresa dovrà pagare di più al crescere dell’anzianità lavorativa del suo dipendente.

· solo successivamente sarà ammesso il licenziamento per giusta causa, purchè non discriminatoria, e si applicheranno le tutele ad oggi vigenti

Ciò premesso, bisogna sottolineare che l’attuale articolo 18, secondo un’analisi della CGIA di Mestre, riguarda il 3% delle imprese italiane (156.500/5.250.000 hanno più di 15 dipendenti), che offre impiego al 65,5% dei lavoratori (circa 7,8 milioni su 12). Il dato inquietante è che l’80% dei neo assunti non è coperto dall’articolo 18 in quanto precario. Solo il 15% delle nuove assunzioni è a tempo indeterminato e solo il 15% di esse è avvenuto in imprese con più di 15 dipendenti (quindi “coperte” da tutela).

In questo articolo non voglio eviscerare la tematica etica del discorso, aspetto sul quale stiamo assistendo ad una forte polemica tra Sindacati e Governo, ma cercare di capire se la strada verso cui ci stiamo incamminando sia quella corretta. Per fare ciò, vorrei approfondire:

1. Cosa rappresenti il costo del lavoro per un’impresa

2. Perché sia un problema crescente

3. Quali sono le cause ed i rimedi

Costo del lavoro per l’impresa

Grazie al mio lavoro, sono controller, posso constatare giornalmente quale sia l’impatto del costo del lavoro per un’azienda.

Il cosiddetto “costo del personale” rientra nella categoria dei COSTI FISSI; va pagato indipendentemente dal volume di fatturato generato.

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Come si può vedere nella figura sopra, il totale dei costi aziendali è dato dalla somma di costi fissi e variabili. I variabili sono indissolubilmente legati alla quantità venduta (es: produrre un pezzo mi costa 2€. Quindi se ne produco 10 il mio costo sarà di 20€, se ne produco 20 spenderò 200€). La differenza ricavi e costi totali ci indica la misura del nostro profitto (area blu in alto a destra).

Se vendo meno, a parità di costi fissi, il mio profitto decresce sensibilmente.
L’Italia ha vissuto, e sta vivendo, una forte recessione dovuta ad un calo significativo della domanda, in particolar modo quella interna, e un’agguerrita concorrenza di prezzo nei mercati esteri.

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La contrazione del Pil è dovuta essenzialmente al calo delle unità commercializzate e a un abbassamento dei prezzi di vendita; scelta necessaria per poter difendere le esportazioni. Il tutto si è tradotto in un calo del fatturato.

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La produttività, ovvero il rapporto tra output e input per ogni unità prodotta, è rimasta costante nell’ultimo decennio.

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Nel frattempo il cuneo fiscale, ovvero la differenza tra il costo sostenuto dall’azienda per il lavoratore e quanto questi percepisca al netto in busta paga, è aumentato. Stesso trend per il salario nominale, dovuto in parte anche al fatto che l’Italia abbia registrato un aumento inflattivo maggiore del resto d’Europa (si noti la netta differenza con la Germania che ha attuato una politica di dumping salariale).

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In questo contesto, quindi, il CLUP (costo del lavoro per unità prodotta; tecnicamente: costo del lavoro/produttività per addetto) è aumentato.

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Prezzi in calo, dovuti ad un taglio del mark-up richiesto, e costi crescenti si traducono in una forte erosione del margine operativo.

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Per le imprese, la cui redditività è significativamente deteriorata, il costo per il personale è un problema assai arduo da risolvere. Ecco perché molte aziende sono spaventate dal fatto di non abbatterlo. Ormai le assunzioni sono precarie per due ragioni: costo inferiore e soprattutto la possibilità di poter interrompere la collaborazione in ogni momento .In alcuni casi molte imprese sono disposte a pagare addirittura di più, stipulando contratti con società di lavoro interinale, pur di evitare di avere del personale aggiuntivo difficile da mandare via. Formazione e investimenti sono ormai al collasso, con una conseguente perdita di competitività e know-how. Il lavoratore non è una risorsa su cui investire ma un semplice cartellino che deve costare il meno possibile.

Stiamo percorrendo la strada giusta?

Rendere ancora più flessibile il mercato del lavoro è davvero la strada giusta?

Di certo un lavoratore precario ha una propensione al consumo inferiore rispetto ad uno con contratto indeterminato, non solo per lo stipendio generalmente inferiore ma anche perché ha un accesso al credito totalmente inibito (non potendo offrire garanzie in termini di continuità salariale). Sappiamo tutti che la domanda interna è ormai al collasso, dunque sarebbe come versare benzina sul fuoco.

In ogni caso andremmo a distruggere ulteriormente un mondo del lavoro che ormai non offre più tutele.

Forse le problematiche principali sono altre; due per la precisione.

Sicuramente un apparato statale troppo caro; il che implica una necessità di tassazione elevata per poterlo mantenere e quindi un cuneo fiscale maggiore di quanto dovrebbe essere. Perché non agire dunque su questo fronte, magari licenziando i dipendenti pubblici che timbrano e vanno a fare shopping o abbassando le pensioni d’oro di chi ha versato meno di un decimo di quanto viene pagato da tutti noi?

Dall’altra parte abbiamo detto che il vero problema di competitività, soprattutto per quanto riguarda l’export, è dovuto ad un problema di prezzo. Tutti sappiamo che l’Euro ha un peso eccessivo soprattutto per l’Italia rispetto ad altri paesi della stessa area (vedi Germania). La strada migliore sarebbe quella di uscire da questa moneta, in modo da attuare una svalutazione competitiva; cosa che altre economie come Usa e Giappone hanno svolto con manovre di quantitative easing.

Renzi, Camusso state discutendo per metterci su un binario che comunque porterà al deragliamento del treno…

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