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Il sovranismo alla carbonara

E venne  l’ora del sovranismo alla carbonara, dei sovranisti da salotto, dei patrioti del balcone, dei nazionalisti da rosticceria. Scusate ma – al netto della comprensione per il momento – tutta la melassa di zuccheroso spirito unitario che tracima dagli schermi delle nostre tivù e persino dai terrazzi dei condomini, dà un po’ il voltastomaco. Improvvisamente, troppi riscoprono l’orgoglio sopito che – in assenza di Covid 19 – avrebbero sfoderato, al più, per gli Europei del pallone. E badate ai dettagli. Queste manifestazioni colorate e folcloristiche sono promosse, a reti unificate, dal sistema mediatico. Lo stesso  per il quale, fino a ier l’altro, anche solo pronunciare la parola “Italia” era un sintomo sospetto. Puzzava di populismo, di sovranismo, appunto, e di fascismo persino.

Perché, si sa (o, quantomeno, si sapeva), il nostro ineluttabile destino è scritto in una costellazione più grande,  più vasta e inclusiva. Una pentola bella grossa e capiente dove portare a graduale dissoluzione il vetusto concetto di Patria. Oggi, quel concetto, lo rispolverano senza vergogna e lo danno in pasto al popolino beota, e un po’ bue. Beninteso: avete tutto il diritto, abbiamo tutto il diritto, di riscoprire il tricolore, soprattutto se questo può darci un po’ di conforto nel grande scontento che c’è. E, tuttavia, sappiatelo: la pastoia retorica fatta di flash mob, vessilli ai cornicioni, vigorose cantate notturne al ritmo di “Italia chiamò” è esattamente il tipo di sovranismo che vuole il Sistema. Un sovranismo innocuo, all’amatriciana, un “volemose bene” da “italiani brava gente”.

È il sovranismo alla camomilla, da tinello –  ignorante, pavido, tontolone e fanciullesco – grazie al quale siamo arrivati alla stazione di posta attuale. Una stazione sita già ampiamente fuori dalle mura del nostro Paese, inteso come Stato indipendente e sovrano. Siamo in prossimità di cieli nuovi e terre nuove, alle soglie di un’altra “Patria” il cui lugubre vessillo già sventola dai pennoni dei pubblici palazzi. Una patria col nome solenne – nientepopodimeno che Stati Uniti d’Europa – alle porte della quale campeggia, per ora, un bel cartello (MES) preannunciante la meta. Ed eravamo stati avvisati, sapete. Da tutta una serie di segnali stradali che abbiamo ignorato, perché non avevamo tempo né voglia né coraggio di capire, di “vedere” dove ci stavano portando: in uno stava scritto “Maastricht”, in un altro “Lisbona”, in un terzo “Fiscal Compact”, in un quarto “Pareggio di bilancio”.

E in tutti, a guardar bene, proprio sotto, si poteva leggere: “destinazione: Finis Italiae”. E il nostro assenso lo abbiamo dato ogniqualvolta abbiamo riconsegnato il Paese, un’elezione dopo l’altra – e ancora e ancora e ancora –  a un’allegra brigata di compari, tutti così evidentemente “italiani” da impedirci di capire come fossero in realtà tutti esclusivamente “europei”. Per questo, oggi il grande “Rinascimento nazionale” stimolato dal Covid-19 suona falso, se non grottesco. E anche inutile, proprio come il vaccino che non c’è.

E mentre ci ringalluzziamo –  dandoci di gomito e “sentendoci italiani” e complimentandoci per quanto siamo forti e creativi –  dovremmo anche ricordarci di quanto siamo stati sciocchi e sprovveduti nel “ventennio” alle spalle. La nostra sembra la buffa danza “popolare” di certe sagre paesane. Forse siamo ancora un popolo, ma non siamo (quasi) più uno Stato. E un popolo senza stato è roba da documentari. Adesso stringiamoci pure a coorte, ma quando avremo vinto questa sfida, ripensiamo alle parole dell’Inno: dov’è (davvero) la vittoria?

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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