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Il Regno Unito e il paradosso del Mare del Nord: l’ideologia frena l’energia a chilometro zero
Keir Starmer blocca le nuove esplorazioni di gas e petrolio nel Mare del Nord delegando tutto a Ed Miliband. Le aziende lanciano l’allarme: a rischio l’indipendenza energetica e migliaia di posti di lavoro. Le contraddizioni della politica green inglese.

Il Primo Ministro britannico Sir Keir Starmer si trova in una posizione curiosa per un capo di governo: sostiene di non avere i poteri legali per approvare nuove esplorazioni di petrolio e gas nel Mare del Nord. La decisione finale, a quanto pare, passa interamente nelle mani del Segretario per il “Net Zero”, Ed Miliband.
La questione ruota attorno all’estrazione di risorse fondamentali in siti strategici, come il giacimento Jackdaw di Shell e il campo petrolifero Rosebank di Equinor. Dopo che i tribunali scozzesi hanno giudicato illegittime le precedenti autorizzazioni per motivi ambientali, l’esecutivo laburista si è trovato incastrato tra i rigidi dogmi della transizione verde e la dura necessità della sicurezza energetica. Starmer si è difeso affermando che introdurre nuove leggi rallenterebbe il processo, scatenando la reazione ironica e tagliente della leader dell’opposizione conservatrice Kemi Badenoch. Quest’ultima non ha mancato di ricordargli l’ovvio: un governo ha il potere di cambiare le leggi, accusando il Premier di essere “debole” e di nascondersi dietro i cavilli procedurali.
Il vero problema non è puramente politico, ma economico e di politica industriale. Ignorare le risorse domestiche per inseguire obiettivi ambientali a tappe forzate ha un costo tangibile sull’economia reale, sull’occupazione e sulle casse pubbliche. Non a caso, anche all’interno degli stessi enti per l’energia pulita cominciano a sollevarsi voci all’insegna del pragmatismo. Jurgen Maier, responsabile di Great British Energy (la società di investimento pubblica del Regno Unito), ha ammesso che consentire ulteriori trivellazioni sosterrebbe una “transizione energetica gestita”, mitigando la perdita di posti di lavoro e garantendo un prezioso gettito fiscale per lo Stato, un approccio decisamente più razionale e vicino alle necessità dell’economia reale.
A supporto di questa visione pragmatica è intervenuto anche l‘Offshore Energies UK (OEUK), che ha delineato un quadro piuttosto allarmante in assenza di nuove autorizzazioni:
Dipendenza dalle importazioni: indebolendo la produzione interna, fino alla metà del gas naturale liquefatto (GNL) utilizzato nel Regno Unito proverrà dall’estero entro il 2035.
Vulnerabilità dei prezzi: affidarsi ai mercati internazionali significa esporre i consumatori e le imprese alla forte volatilità globale e a potenziali shock dei prezzi.
Danno economico autoinflitto: rinunciare allo sfruttamento nazionale significa perdere investimenti diretti e strangolare una filiera strategica per il Paese.
Alla fine, anche nel Regno Unito le contraddizioni vengono al pettine: il Mare del Nord è ricchissimo di petrolio e gas naturale, ma il Regno Unito, al contrario, per motivi puramente ideologici, cerca ostinatamente di non usarli. In un momento di crisi internazionale e di alta instabilità come l’attuale, queste profonde contraddizioni esplodono in tutta la loro evidenza. Starmer appare sempre più confuso e incapace di risolvere la situazione energetica, con una crisi mondiale che presto busserà anche nel Regno Unito.







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