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Il Pakistan invia caccia in Arabia Saudita: prove di forza, petrodollari e i rischi interni per Islamabad
Il Pakistan schiera jet militari in Arabia Saudita mentre ospita i colloqui di pace USA-Iran. Un accordo da 5 miliardi di dollari spinge Islamabad a mostrare i muscoli, ma il rischio di una rivolta della minoranza sciita interna minaccia il Paese. Il ruolo di Trump e JD Vance.

Il Medio Oriente è nuovamente in fiamme e, come la storia insegna, chi ha disperato bisogno di capitali prima o poi è costretto a scegliere da che parte stare. O, almeno, a far finta di farlo in modo molto plateale. Nelle scorse ore, il Pakistan ha schierato una flotta di aerei da combattimento e di supporto nella base aerea saudita di King Abdulaziz, nella Provincia Orientale del Regno. Non si tratta di una semplice esercitazione, ma del primo effetto pratico del patto di mutua difesa siglato nel settembre 2025 tra Islamabad e Riad.
La tempistica è tutto tranne che casuale. I jet pakistani hanno toccato il suolo saudita proprio mentre a Islamabad sono in corso i delicatissimi colloqui per il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, resi necessari dopo l’escalation scatenata dall’uccisione del leader supremo iraniano Ali Khamenei lo scorso 28 febbraio. Ai tavoli negoziali siede nientemeno che il vicepresidente americano JD Vance. Anche la collocazione degli aerei è importante: la base King Abdulaziz è situata in prima linea per fronteggiare le eventuali incursioni degli iraniani, o si trova in prima linea per un’eventuale risposta:
Si parla di un numero fra i 10 e i 18 jet da combattimento e quasi 13000 militari, comprese forze di terra. Da un punto di vista strettamente militare, l’invio di una manciata di jet in un Paese che spende decine di miliardi in armamenti di ultima generazione fa quasi sorridere. Eppure, in geopolitica come in economia, i segnali valgono quanto i volumi.
L’economia dietro le armi: il salvagente saudita
Per comprendere la mossa del premier Shehbaz Sharif non bisogna leggere i manuali di strategia militare, ma analizzare i bilanci statali. L’economia pakistana è cronicamente fragile. In quest’ottica, Riad non è soltanto un alleato religioso sunnita, ma il vero e proprio prestatore di ultima istanza di Islamabad.
I legami economici tra i due Paesi si basano su due pilastri fondamentali:
- Il pacchetto di investimenti: L’Arabia Saudita ha recentemente concordato di accelerare l’erogazione di un pacchetto di investimenti in Pakistan del valore di 5 miliardi di dollari. Un’iniezione di liquidità vitale per le disastrate casse statali di ISlamabad e che permetteranno di affrontare la crisi energetica con un poco più di serenità.
- Le rimesse dei lavoratori: Nel Regno saudita lavorano circa 2,5 milioni di pakistani. Le loro rimesse sono una componente essenziale della domanda aggregata e della bilancia dei pagamenti.
Senza i flussi di cassa provenienti da Riad, il sistema economico pakistano andrebbe incontro a un rapido collasso della domanda interna e a una crisi valutaria irreversibile. Nessuna manovra domestica potrebbe compensare questa perdita, vista l’assoluta mancanza di spazio fiscale. In sintesi: Islamabad non può permettersi di dire di no ai sauditi.
Il messaggio a Teheran e le faglie interne
Con questo schieramento, il Pakistan invia un messaggio inequivocabile all’Iran: “Siamo i mediatori di questa crisi, ma se la situazione precipita, i nostri obblighi contrattuali (e il nostro portafogli) ci impongono di difendere l’Arabia Saudita”.
Eppure, questa spregiudicata mossa diplomatica nasconde un nervo scoperto gigantesco per la tenuta istituzionale pakistana. Circa un terzo della popolazione del Pakistan è di fede sciita, storicamente e culturalmente affine a Teheran. Se il posizionamento di Islamabad dovesse trasformarsi da deterrente simbolico a cobelligeranza attiva contro l’Iran, il Paese rischierebbe di importare il conflitto direttamente in casa propria. Un’esplosione di tensioni settarie su vasta scala porterebbe a una paralisi interna disastrosa, un lusso che una nazione già afflitta da disoccupazione e inflazione cronica non può assolutamente permettersi.
L’ombra di Trump e i dividendi diplomatici
In questo complesso gioco di specchi, l’equilibrismo di Islamabad è funzionale anche alle operazioni strategiche della nuova amministrazione Trump. La presenza del vicepresidente Vance in Pakistan serve a serrare i ranghi. Mostrando i muscoli a favore dell’alleato saudita, il Pakistan facilita la strategia di Washington: fare pressione sull’Iran affinché accetti un accordo alle condizioni dettate dall’asse USA-Israele.
Islamabad si conferma così un attore cinico ma indispensabile. Segna il proprio territorio, si assicura i fondamentali dollari sauditi e si accredita come partner pragmatico agli occhi della Casa Bianca. Resta da capire se questo azzardo riuscirà a tenere a bada le tensioni interne, o se il conto verrà presentato, con gli interessi, dalla sua stessa popolazione.









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