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Il moltiplicatore, il Reddito di Cittadinanza e la Flat Tax.


di Davide Gionco

Dopo esserci occupati in generale di come funziona il moltiplicatore fiscale e dei meccanismi attraverso il quale un governo, realizzando maggior deficit di bilancio, può rilanciare una economia in crisi, oggi vorremmo andare un po’ più a fondo sui possibili effetti dei “cavalli di battaglia” degli attuali partiti al governo, analizzando il Reddito di Cittadinanza e la Flat Tax.

La propensione al consumo
La prima considerazione da fare, valida per entrambi i provvedimenti, è che a portare benefici all’economia del paese è l’aumentata disponibilità di denaro da spendere per le categorie con alta propensione al consumo.
Una famiglia realmente povera che oggi arriva a fine mese appoggiandosi alla mensa della Caritas, che si veste andando al mercatino dell’usato e che da anni non può permettersi la minima spesa per il tempo libero, se domani vede aumentare la propria disponibilità di denaro, ricomincerà ad acquistare nei negozi il cibo che consuma ed i vestiti che indossa. Ogni tanto potrà andare in pizzeria il sabato sera e, magari, la prossima estate poterà i propri figli in vacanza al mare per qualche giorno.
La ricaduta di domanda di beni e servizi generata dalla maggiore disponibilità di denaro porterà ad un aumento del prodotto interno lordo. Non solo grazie alla “prima spesa” di quel denaro, ma anche grazie ai maggiori incassi dei negozianti i quali, a loro volta, disporranno di un reddito maggiore da spendere, per cui alla fine il PIL potrà anche aumentare di 1,5-2,0-2,5 volte l’importo iniziale investito. Il maggior valore del moltiplicatore dipende dal livello di propensione al consumo dei destinatari della circolazione di denaro innescata.

Gli importi in gioco
La seconda considerazione da fare è l’efficacia delle misure economiche dipende evidentemente dagli importi in gioco.
Se il governo mette in circolazione 50 miliardi di euro in più rispetto all’anno precedente, il PIL potrà crescere di 75-100-125 miliardi di euro. Ovvero con uno stimolo aggiuntivo pari al 2,86% del PI si potrebbe avere una crescita dell’economia pari al 4,29% del PIL, supponendo di avere un moltiplicatore medio che vale 1,5.
Ma se lo “stimolo fiscale” è pari al 2,04% imposto dalla UE, diminuito del 3,8% di tasso di interesse che paghiamo mediamente sul debito pubblico, che corrispondono a circa 90 miliardi, ovvero al 5,14% del PIL, lo stimolo fiscale “netto” sarà pari a 2,04-5,14 = -3,1% (detto anche attivo di bilancio primario del 3,1%), allora l’effetto complessivo sull’economia non potrà essere positivo.
Per dare all’economia uno stimolo “netto” di 50 miliardi, sarebbe stato necessario fare maggior deficit del 5,14% (per pagare gli interessi sui titoli di stato), più 2,86% per aggiungere i 50 miliardi destinati a finire nelle tasche dei soggetti ad alta propensione alla spesa.
Quindi sarebbe stato necessario fare un deficit pari a 5,14+2,86 = 8,00 = 8%. Ovviamente stra-vietato dalla UE, se il paese in oggetto è l’Italia.
La legge finanziaria 2019, quindi, poterà scarso sviluppo all’economia del paese non a motivo del Reddito di Cittadinanza o della Flat Tax, ma perché con un 3,1% di attivo di bilancio primario, gli effetti sul paese sono tendenzialmente recessivi, anzi molto recessivi.

Politiche economiche “a bilancio invariato”
La terza considerazione da fare è che, in realtà, è possibile stimolare l’economia anche senza fare necessariamente dei deficit di bilancio primario. Quello che è importante, infatti, è fare in modo che le categorie con alta propensione alla spesa dispongano di maggior denaro per spendere. Se questo viene fatto “a spese” di altre categorie di contribuenti con bassa propensione alla spesa, l’effetto potrebbe comunque essere positivo.
Se, ad esempio, aumentiamo le tasse a contribuenti come Silvio Berlusconi, che dispongono di grandi capitali, di cui gran parte investiti nei mercati finanziari, e il denaro ricavato viene utilizzato per offrire alle categorie di cittadini più poveri maggior denaro da spendere, il risultato sarà una riduzione degli investimenti nei mercati finanziari, che non generano Prodotto Interno Lordo, ed un aumento del PIL grazie alla spesa delle categorie più povere.
Anche in questo caso, ovviamente, gli effetti sull’economia del paese dipendono dall’entità della manovra. Se viene aumentata la tassazione di 50 miliardi di euro (2,86% del PIL) sulle categorie più ricche, quelle che non usano il denaro per vivere o per investire in attività industriali, ma investendolo sui mercati finanziari, e quel denaro viene trasferito alle categorie più povere, l’effetto sarà una crescita del PIL pari a 1,5×2,86 = 4,3%, sempre con un moltiplicatore fiscale pari a 1,5.
Il trasferimento verso le categorie più povere può avvenire in molti modi: tramite erogazioni (reddito di cittadinanza, pensioni) o tramite riduzione delle tasse per le categorie in oggetto.

La sovranità monetaria
La quarta considerazione da fare è che per rilanciare l’economia del paese aumentando la disponibilità di denaro alla popolazione “povera” con maggiore propensione alla spesa, esistono le seguenti possibilità:
* si fa più deficit (ad esempio dell’8%), violando i vincoli della UE
* si aumenta la disponibilità di denaro introducendo una moneta parallela ad uso interno (tipo la moneta fiscale o le stato-note di Nino Galloni), senza la necessità di “uscire dall’euro”
* si riducono a 0 i tassi di interesse sul debito o addirittura a valori negativi (a tale proposito si vedano le proposte di Guido Grossi nel video “Il furto del debito pubblico”)
* si esce dall’euro, riprendendo la sovranità monetaria, con tutte le conseguenze del caso.
Se non si ha l’intenzione di assumere una delle decisioni di cui sopra, delle vere politiche di rilancio dell’economia del paese non sono sostanzialmente possibili. Si possono solo adottare delle politiche “a bilancio invariato”, la cui efficacia dipende da quanto si toglie ai “ricchi” per dare ai “poveri”.
Il rilancio dell’economia sarà limitato, ma quantomeno si ridurranno le ineguaglianze sociali.

I tagli di tasse  o la maggiore spesa
Da anni viene portato avanti sulla stampa mainstream un inconcludente dibattito sul fatto se sia meglio, per rilanciare l’economia del paese, ridurre le tasse (posizione di “destra”) o aumentare la spesa (posizione di “sinistra”, quindi non del PD).
In realtà quello che conta è il differenziale fra quanto lo Stato incassa e quanto spende.
Se si riducono le tasse e poi, per rispettare i vincoli europei sul deficit, si taglia la spesa pubblica, non vi sarà alcun beneficio macroeconomico per il paese.
Se si aumenta la spesa pubblica (investimenti, assunzioni, ecc.), per rispettare i vincoli di bilancio della UE si dovranno necessariamente aumentare in qualche modo le tasse o altre voci di entrata per lo Stato a spese dei cittadini.
Alla fine gli effetti positivi di una misura saranno vanificati dall’altra inevitabile misura.
Quindi le posizioni dei vari partiti che parlano di soluzioni che prevedono un bilancio invariato sono per definizione impossibili e inadeguate. Sono quindi espressione di una totale ignoranza in macroeconomia (i famosi bilanci settoriali) o un modo per abbindolare gli elettori.

Il Reddito di Cittadinanza
I reddito di Cittadinanza, cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle, è una misura che effettivamente prevede di far pervenire più denaro ai “poveri” con maggiore propensione alla spesa. Le critiche degli “economisti che sanno” al provvedimento, che sarebbe solo una misura assistenziale, sono sostanzialmente infondate.
Il fatto di mettere denaro in tasca a dei cittadini con alta propensione alla spesa, consente loro di acquistare beni e servizi che prima non potevano permettersi. E l’acquisto di beni e servizi che prima non erano richiesti comporta certamente un aumento della domanda interna e, quindi, della produzione interna di beni e servizi, con conseguente creazione di posti di lavoro e aumento del PIL.
L’incentivo a condizionare l’erogazione dell’assegno alla ricerca effettiva di un lavoro potrebbe consentire gli attuali poveri disoccupati a trovare i posti di lavoro creati grazie all’aumento della domanda interna. Potrebbe teoricamente funzionare.
Il problema, quindi, non sta nella misura in sé, teoricamente buona, ma sta in due grandi carenze di fondo:
1) L’entità ella misura è risibile in rapporto al PIL ed all’attuale numero di disoccupati. L’investimento di 20 miliardi di euro per il RDC, pari all’1,1% del PIL, viene infatti vanificato dall’attivo di bilancio primario del 3,1% (vedi sopra), che come misura di austerità porterà alla distruzione di ulteriori posti di lavoro, come avviene Italia da 10 anni a questa parte. Vi sarà quindi probabilmente un sollievo dalla situazione di povertà dei destinatari, ma di certo non vi sarà una creazione di nuovi posti di lavoro. La misura resterà quindi una misura di tipo assistenziale, non di sviluppo dell’economia.
2) L’Italia è inserita in un libero mercato europeo (e quasi-libero mondiale) dei beni e servizi, con la moneta unica euro e senza controlli ai flussi di capitale verso altri paesi della UE. Le conseguenze sono che ad un aumento della domanda interna di beni e servizi, generata dal RDC, seguirà solo in parte un aumento della domanda rivolta ad imprese italiane. Il rischio è che buona parte della nuova domanda generata vada a beneficio di Amazon & c e non delle piccole e medie imprese italiane.
Il rischio, peraltro, esisterebbe anche nel caso in cui vi fosse un significativo aumento di spesa pubblica a deficit, ad esempio dell’8%, pari a 50 miliardi di euro netti in più nelle tasche degli italiani.
Mettere in atto il RDC senza neppure preoccuparsi di questi aspetti rischia di rendere la misura ancora meno incisiva.
Nulla di positivo da attenderci, dunque, dall’attuazione del Reddito di Cittadinanza, nonostante le buone intenzioni. Quando la dirigenza del Movimento 5 Stelle vorrà avvalersi di economisti più preparati, probabilmente potrà far seguire alla buona volontà anche dei buoni risultati.

La Flat Tax
Veniamo ora al cavallo di battaglia della Lega e dell’ex(?) alleato Berlusconi: la Flat Tax, la “tassa piatta”.
Se la misura del Movimento 5 Stelle, “di sinistra”, punta all’aumento della spesa pubblica, misura poi vanificata dall’inevitabile aumento delle tasse per rispettare i vincoli europei di bilancio, la proposta della Lega è di agire dal lato della riduzione delle imposte.
Certamente la riduzione del livello di imposizione fiscale, che oggi viaggia in Italia ad oltre il 43% del PIL, può essere una misura che lascia nelle tasche dei cittadini più denaro da spendere e l’aumentata capacità di spesa potrebbe portare.
Tuttavia anche in questo caso, l’effetto positivo della riduzione delle tasse sarebbe vanificato dalla necessità di rispettare i vincoli europei, che ci richiedono di fare un attivo di bilancio primario del 3,1%. Stante l’attuale Legge Finanziaria 2019, quindi, anche una eventuale attuazione della Flat Tax sarebbe del tutto irrilevante per far ripartire l’economia del paese.
Quindi le attuali posizioni di Forza Italia, di Fratelli d’Italia e della Lega, che vedono nella Flat Tax la soluzione dei problemi economici dell’Italia, denotano una scarsa conoscenza della macroeconomia (i bilanci settoriali), se tale misura non è corredata almeno ad un aumento del deficit pubblico (o altre varianti di sovranità monetaria sopra descritte).
C’è tuttavia un secondo aspetto importante che riguarda la proposta della Flat Tax. La riduzione delle aliquote fiscali a sole 2 aliquote consentirebbe a tutti i contribuenti di pagare meno tasse, ma la categoria dei “ricchi” sarebbe quella a trarne un maggiore beneficio.
Quindi i “poveri” ad alta propensione al consumo vedrebbero aumentare di “un poco” la propria capacità di spesa, con benefici per l’economia del paese, grazie al moltiplicatore fiscale.
Mentre i “ricchi” con basso propensione al consumo, pagando meno tasse, disporrebbero di più denaro da spendere o da investire. Trovandosi, però, l’Italia in situazione di recessione economica, i “ricchi” non userebbero quel denaro per fare investimenti nell’economia reale del paese, il che porterebbe alla creazione di posti di lavoro, ma li investirebbero in prodotti finanziari di vario tipo, in attesa di tempi migliori.
Questo significa che l’attuazione della Flat Tax, anche se riguardasse cifre importanti in rapporto al PIL e persino se realizzata in concomitanza di un aumento del deficit pubblico di bilancio, sarebbe una misura a scarsa ricaduta per l’economia reale del paese (aumento del PIL, creazione di posti di lavoro).
Ciò che infatti fa muovere l’economia reale è l’aumento di spesa per l’acquisto di beni e servizi, che vengono prodotti lavorando e che, quindi, portano la creazione di nuovi posti di lavoro.
Una semplice riduzione di imposte a favore dei soggetti ad alto reddito non poterà ad un aumento della loro propensione alla spesa, da cui l’effetto trascurabile per l’economia del paese.
Chiaramente se la misura attuata fosse più articolata, tramite opportuni meccanismi di detrazioni e deduzioni, gli effetti sull’economia reale potrebbero essere diversi. Ma si tratta di “dettagli fondamentali” che non sono oggetto delle proposte di cui sentiamo parlare su tv e giornali. La sensazione è che Berlusconi chieda la Flat Tax solo per ridurre l’imposizione fiscale a suo carico, senza riguardo per le conseguenze negative per la popolazione più povera, che subirebbe gli effetti dei tagli di spesa pubblica necessari per fare fronte alla riduzione delle entrate fiscali, in regime di “austerità europea”.

Conclusioni
Non abbiamo gli elementi per dire se l’attuale governo veda come unici strumenti di rilancio dell’economia del paese i “cavalli di battaglia” del Movimento 5 Stello o della Lega o se, invece, stia attendendo l’esito delle elezioni europee per affrontare i nodi decisivi dell’aumento del deficit pubblico e della sovranità monetaria.
Quello che è certo è che la Legge Finanziaria 2019, per come è stata presentata, non è sufficiente a rilanciare l’economia italiana: le misure previste sono sostanzialmente irrilevanti, prima di tutto a causa delle basse cifre in gioco, rispetto alle esigenze del paese, e in secondo luogo per i motivi che abbiamo analizzato.
Nello stesso tempo le critiche delle opposizioni alla manovra denotano una totale incomprensione della macroeconomia. Per le posizioni che esprimono, le le attuali opposizioni fossero al governo farebbero ancora peggio dell’attuale governo.
Per il momento ci limitiamo a diffondere le nostre analisi, nella speranza che, prima o poi, ci sia un governo che le metta in atto, consentendo a milioni di disoccupati di trovare finalmente un posto di lavoro ed alle nostre imprese di esprimere la loro potenzialità in Italia e nel mondo.


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