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Il grande bluff del petrolio venezuelano: perché 300 miliardi di barili valgono (quasi) zero
Il Venezuela dichiara 300 miliardi di barili di riserve, più dell’Arabia Saudita. Ma un’analisi tecnica svela che il 90% di quel petrolio è economicamente irrecuperabile. Ecco i numeri reali.

Il Venezuela è spesso descritto come la cassaforte petrolifera del pianeta. Con oltre 300 miliardi di barili di riserve provate, Caracas guarda ufficialmente dall’alto in basso persino l’Arabia Saudita. Una narrazione potente, che suggerisce una ricchezza immensa bloccata solo da sanzioni e cattiva politica, pronta a esplodere non appena cambierà il vento a Miraflores.
Tuttavia, come spesso accade in economia, la realtà è molto più complessa (e meno rosea) della statistica. Se analizziamo i dati tecnici e geologici con la lente fredda dell’efficienza economica – e non con quella della propaganda – scopriamo che quella cifra è, in gran parte, un miraggio contabile.
Non è tutto oro (nero) quel che luccica
Il primato venezuelano non nasce da nuove, mirabolanti scoperte geologiche, ma da una riclassificazione statistica.
Fino ai primi anni 2000, le riserve provate del Venezuela erano stimate tra i 77 e gli 80 miliardi di barili. Una cifra rispettabile, che poneva il paese sudamericano nell’ottava posizione globale, ben lontano dal podio saudita.
Cosa è successo dopo?
Semplice: il prezzo del petrolio è esploso, e con esso la creatività contabile di PDVSA (la compagnia petrolifera di stato), che si ha fatto ricerce, ma anche ha conteggiato petrolio che poteva essere, teoricamente, sfruttabile solo a prezzi elevati.
La base di questa enorme riserva è la Fascia dell’Orinoco, un’area vasta che contiene idrocarburi, sì, ma sotto forma di greggio extra-pesante e bitume.
- Il problema della qualità: Il petrolio dell’Orinoco non ha nulla a che vedere con il greggio leggero e scorrevole del Texas o del Golfo Persico. È una sostanza viscosa, molto più simile alle sabbie bituminose del Canada (oil sands).
- La necessità di trattamento: Per essere commercializzato, questo bitume deve essere estratto (spesso con iniezione di vapore) e poi processato in enormi impianti chiamati “upgrader” per trasformarlo in greggio sintetico.
L’inganno del “Prezzo Marginale”
Qui entra in gioco il concetto chiave: la soglia di rentabilità.
Le regole della SEC (l’ente di controllo della borsa USA) e dell’OPEC definiscono “riserve provate” solo quei barili che possono essere recuperati economicamente con la tecnologia attuale e ai prezzi correnti.
- Nel 2005, con il petrolio a 25 dollari, estrarre e raffinare il bitume dell’Orinoco costava più di quanto rendesse. Quei barili erano tecnicamente “risorse”, non “riserve”. Come trovare un giacimento aurifero sulla Luna: esiste, ma mandare un razzo con dei minatori per sfruttarlo costa troppo.
- Nel 2008, con il petrolio a 140 dollari, quei barili sono diventati improvvisamente redditizi.
Sotto la guida di Hugo Chávez, il progetto Magna Reserva ha ufficializzato questa trasformazione: ciò che prima era antieconomico è stato messo a bilancio come riserva provata. I numeri sono quadruplicati sulla carta, ma nel sottosuolo non è cambiato nulla.
Il disastro degli investimenti
Se c’è una lezione che la storia economica insegna, è che gli asset fisici richiedono manutenzione e investimenti (CAPEX). Il Venezuela ha fatto l’opposto.
Dopo la nazionalizzazione degli upgrader nel 2007 – impianti complessi costruiti da major come ExxonMobil e ConocoPhillips – la manutenzione è crollata.
Senza investimenti costanti e know-how tecnico:
- Gli impianti di upgrading si sono deteriorati.
- La capacità di trasformare il bitume in greggio esportabile è crollata.
- Miliardi di barili “teorici” sono diventati fisicamente irraggiungibili o economicamente invendibili.
I numeri reali: un bagno di realtà
Le stime indipendenti sono impietose. Mentre il governo vanta 300 miliardi di barili, società di analisi come Rystad Energy stimano che il petrolio economicamente recuperabile sia in realtà circa 29 miliardi di barili.Tanti, ma ben lontani da altri paesi come l’Arabia Saudita, Iran e Iraq.
Ecco il quadro riassuntivo:
| Categoria | Stima Barili (Miliardi) | Note |
| Dati Ufficiali (Governo) | > 300 | Basati su prezzi alti e piena capacità tecnica |
| Stime Indipendenti (Rystad) | ~ 29 | Basati su costi reali e infrastrutture attuali |
| Riduzione Reale | -90% | Il 90% delle riserve è “stranded” (bloccato) |
Attenti ai fondamentali
A differenza dell’Arabia Saudita, che può fare profitti anche con il petrolio a 30 dollari, il Venezuela ha una struttura di costi rigida e altissima.
Quando il prezzo del greggio scende (come nel 2014 o nel 2020), la maggior parte dell’Orinoco torna ad essere una “risorsa” inerte e non una “riserva” economica. Eppure, Caracas non ha mai svalutato le sue riserve a bilancio.
Il Venezuela possiede enormi quantità di idrocarburi, questo è innegabile. Ma per gli investitori e gli analisti, la differenza tra “petrolio sotto terra” e “petrolio che genera profitto” è tutto. Fino a quando non ci saranno massicci investimenti infrastrutturali e un prezzo del barile sostenuto, il titolo di “leader mondiale delle riserve” rimarrà solo una statistica da manuale di propaganda, non una realtà economica.








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