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IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE STRANGOLA LA TUNISIA MA LE SUGGERISCE DI SVALUTARE LA MONETA

Di recente ho captato, durante le letture notturne dei quotidiani del giorno dopo, una interessante “notiziola” passata in secondo piano:

Confermata poi le notti successive:

Il FMI ha aiutato la Tunisia purché questa portasse avanti determinate riforme strutturali.

La Tunisia stava attraversando una crisi economica e manifestava difficoltà nel ristabilire tassi di crescita adeguati per attenuare le tensioni sociali, legate alla disoccupazione e alle disparità regionali; la tenuta del proprio bilancio pubblico necessitava di aiuti internazionali e risorse finanziarie da trovare sul mercato estero. Le Autorità tunisine hanno così contrattato riforme economiche in cambio di un programma quadriennale d’aiuti da 2,9 miliardi di dollari (concesso dal FMI nel maggio 2016). Secondo gli esperti del FMI, la crescita Tunisina è trainata dalle performance del loro settore agro-alimentare (con un aumento dell’export di prodotti alimentari e una buona raccolta cerealicola), dal progressivo ritorno della produzione di fosfati del bacino minerario di Gafsa e soprattutto dalla ripresa del settore turistico (soprattutto dei mercati tradizionali: Francia, Germania):

Purtroppo permane un discreto deficit commerciale a causa dei deficit della bilancia alimentare ed energetica. Gli scambi con la Cina e la Turchia, da cui la Tunisia importa prodotti che non sono di prima necessità, contribuiscono allo squilibrio. La forte progressione delle importazioni ha causato un rapido aumento del deficit della bilancia corrente. Restano inoltre eccessivamente elevate, per gli esperti del Fondo, le spese pubbliche destinate alla massa salariale legata alla funzione pubblica. Tale situazione ha portato la Banca Centrale di Tunisia (BCT) ad orientarsi sempre più a favore di una maggiore flessibilità del tasso di cambio per allineare il dinaro al suo valore reale e mantenere le riserve ad un livello adeguato. L’inflazione, determinata soprattutto dal deprezzamento della valuta nazionale e da un incremento dei consumi, gonfiati dagli aumenti salariali, è leggermente salita. Riforme strutturali si rendono necessarie secondo gli esperti del fondo.

Già! Ma quali? Vediamole:

“nel breve periodo, le priorità consisteranno nell’accrescere le entrate fiscali in maniera equa, a mettere in atto la strategia di riforma della funzione pubblica per portare la massa salariale su una traiettoria praticabile, a ridurre le sovvenzioni energetiche, e a colmare i deficit di liquidità immediata del sistema di sicurezza sociale. L’aumento delle spese sociali e una migliore regolazione dei dispositivi di protezione sociale permetteranno di proteggere la fascia più debole della popolazione e di preservare il suo potere d’acquisto in questa congiuntura difficile:

Un inasprimento della politica monetaria consentirebbe di contrastare le tensioni inflazionistiche e una più grande flessibilità del tasso di cambio aiuterebbe a ridurre il considerabile deficit commerciale”

In pratica, quello che si chiama programma di destra in un paese normale con una propria sovranità monetaria.

Come vedete, si può deflazionare il paese con politiche di austerity, sebbene non è che l’inflazione fosse elevatissima:

 

ma al contempo si deve lavorare sulla flessibilità del cambio, se si vogliono risanare le partite correnti della bilancia commerciale:

Tutto sommato, questo intervento è ben più razionale di quello portato avanti in Grecia!

In ogni caso, ora vi sarà più chiaro il perché di questi articoli:

AUSTERITY DISINFLAZIONISTICA !

Ad maiora.


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