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IL DISASTRO ECONOMICO DI CONTE. FATE PRESTO! (di Giuseppe PALMA)

Siamo arrivati al 19 aprile, 42° giorno dopo le prime chiusure obbligatorie disposte dal Dpcm dell’8 marzo, e ci sono ancora 40 mila partite Iva che non hanno ricevuto la miseria dei 600 euro di marzo! Per mancanza di fondi dicono. Può essere, ma il denaro per pagare i 450 membri delle 15 task-force nominate dal governo Conte ci sono. Non ci sono per i commercianti, per i barbieri, per i baristi, per i ristoratori, per i professionisti, ma per la pletora di “tecnici” i soldi ci sono.

Come ci sono per i membri del governo e del Parlamento. Ce n’è per tutti insomma, tranne per le partite Iva.

Per i professionisti iscritti alle casse di previdenza diverse dall’Inps la situazione è ancora più drammatica: il denaro messo a disposizione dal governo è del tutto insufficiente. I pagamenti sono avvenuti seguendo il criterio della corsa al click, quindi chi non è fantozzianamente arrivato tra i primi a compilare la domanda, rischia di rimanere a bocca asciutta.

Sostanzialmente, l’ennesima umiliazione che il governo ha imposto ad un popolo, quello delle partite Iva, costretto a chiudere le proprie attività non per causa propria ma su decisione del governo.

Per i lavoratori dipendenti del settore privato la situazione è altrettanto compromessa. La cassa integrazione in deroga, se non anticipata dal datore di lavoro (in parecchi non hanno riserve economiche sufficienti per l’anticipo), verrà pagata con circa un mese di ritardo e nella percentuale dell’80% della retribuzione base.

In Svizzera, Germania e Inghilterra, tanto per citare alcuni Stati europei, il primo accredito per le partite Iva – ben superiore ai seicento euro nostrani – è già arrivato tre settimane fa. Idem negli USA, con accredito diretto sui conti correnti. A fondo perduto. Accrediti, non prestiti.

In Italia il presidente del Consiglio Conte ha invece annunciato il più poderoso intervento economico mai visto sinora (così ha detto), una “potenza di fuoco” di 400 miliardi di prestiti bancari con garanzia dello Stato.
Anche di questi soldi, come per tutti gli altri annunci, le imprese non hanno ancora visto un centesimo.

E anche sui prestiti bancari c’è la polpetta avvelenata, più di una a dire il vero. I 25 mila euro verrebbero erogati solo se tale somma corrispondesse al 25% del fatturato dell’anno 2019, quindi almeno 100 mila euro. Cosa faranno invece le micro imprese e i piccoli professionisti con fatturato al di sotto dei 30-40 mila euro annui? Come faranno a far ripartire le proprie attività con appena 7-8.000 euro di prestito?

Già, il prestito. Al netto della garanzia dello Stato, qui non si tratta solo di mancanza di liquidità. C’è un problema economico più vasto: imprese e professionisti potrebbero non avere più clienti, o averne in numero considerevolmente minore. I prestiti bancari non servono, anche perché vanno restituiti. Le aziende si indebitano, pagano le tasse e nel 2022 – quando inizieranno a dover pagare le 72 rate per la restituzione del prestito – i soldi saranno già finiti da tempo.

Pensare di aiutare la piccola-media impresa con prestiti bancari, che significano maggiore indebitamento del settore privato, non è da sprovveduti, è da criminali. Occorrevano invece alti e persistenti livelli di debito pubblico, capaci altresì di cancellare l’indebitamento privato (così Mario Draghi sul Financial Time di qualche settimana fa).

C’è chi sostiene poi, un po’ goffamente a dire il vero, che il prestito è garantito dallo Stato e quindi il professionista e l’impresa – anche se morosi – non rischierebbero la procedura esecutiva di recupero del credito. Non è proprio così. La morosità (o l’insolvenza) sarebbe comunque segnalata in Crif (centrale rischi finanziari) e al professionista o all’imprenditore sarebbe precluso il ricorso al credito per il futuro.

Pensare di aiutare le imprese facendole indebitare con le banche è davvero criminale!

Come se tutto questo non bastasse, c’è anche un problema democratico. Il governo Conte ha nominato 15 task-force di 450 “esperti” per la cosiddetta fase 2. Una pletora di “tecnici” sconosciuti che non rispondono a nessuno, del tutto estranei al processo democratico, prenderanno le decisioni sulle libertà fondamentali di tutti noi. E chiedono pure l’immunità. Il Parlamento invece, unica istituzione che esercita la sovranità popolare, è stato completamente esautorato.
La politica e la democrazia, su decisione del governo Conte, hanno abdicato alla tecnoscienza.

In tutto questo ricordatevi che le libertà fondamentali vi sono state pesantemente limitate con semplici Dpcm firmati da Conte (decreti del presidente del consiglio dei ministri), in violazione della “riserva di legge” prevista dagli articoli 13 e 16 della Costituzione.

Il Centrodestra (Salvini, Meloni e Berlusconi), il Quirinale e una parte dell’attuale maggioranza (ItaliaViva, una parte del PD vicina a Renzi e i dissidenti del M5S) hanno la responsabilità di “fare presto”: un governo istituzionale (non tecnico), di unità nazionale, con i ministri indicati dai gruppi parlamentari che ci stanno. Come presidente del Consiglio uno tra Mario Draghi e Luca Zaia. Il primo ha dato garanzie sull’adozione di politiche keynesiane (debito pubblico sufficiente a coprire le perdite del settore privato), il secondo ha dimostrato una competenza non comune nella gestione dell’emergenza in Veneto.

La strada da seguire è dunque quella delle politiche keynesiane nell’interesse nazionale, facendo leva su alti e persistenti livelli di debito pubblico, senza la necessità di far indebitare famiglie e imprese. Draghi o Zaia sarebbero, in questo momento, le persone giuste. Poi tutti al voto nel 2021, prima del “semestre bianco”.

Conte e questo governo devono cadere. È in gioco la salvezza nazionale.

Giuseppe PALMA

 

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