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Il “Board della Pace” di Trump: 1 miliardo per sedersi al tavolo. Ecco la lista completa degli invitati e soprattutto degli assenti

Trump e il Board da 1 miliardo: ecco la lista completa degli invitati (e gli esclusi) Per entrare nel nuovo “Consiglio della Pace” di Trump serve un miliardo di dollari. Meloni e Putin in lista, Francia e Germania fuori. Ecco l’elenco completo di Bloomberg e perché l’Europa trema.

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Se pensavate che la diplomazia internazionale fosse ancora quella liturgia fatta di comunicati congiunti, foto di gruppo sorridenti e lunghi negoziati a Ginevra, svegliatevi: siamo nel 2026 e Donald Trump ha appena cambiato le regole del gioco. O meglio, ha privatizzato il gioco.

L’ultima trovata della Casa Bianca è il Board of Peace, un organismo che nelle intenzioni dovrebbe gestire la ricostruzione di Gaza e supervisionare i conflitti globali. Ma non è un’agenzia ONU. È un club esclusivo, verticistico e, soprattutto, a pagamento. Secondo quanto riportato da Bloomberg, il biglietto d’ingresso per ottenere un seggio permanente costa un miliardo di dollari.

La geopolitica del bonifico

L’approccio è squisitamente transazionale, in puro stile Trump. Vuoi contare? Paghi. Vuoi decidere? Ti siedi, ma l’ultima parola (il potere di firma sullo statuto) spetta al Chairman Trump.

Questa mossa ha mandato nel panico le cancellerie europee. Bruxelles e le capitali del vecchio continente, fatica a muoversi con i tempi biblici della burocrazia, si trovano spiazzate da un meccanismo che premia la velocità e la disponibilità finanziaria immediata.

La “vecchia Europa” franco-tedesca, già alle prese con le proprie crisi interne e con lo scontro sulla Groenlandia, cerca di prendere tempo. Secondo indiscrezioni, funzionari di Parigi e Berlino stanno lavorando freneticamente dietro le quinte per modificare lo statuto, trovando “sconcertante” la richiesta economica e la struttura di comando. Ma mentre loro leggono le clausole in piccolo, altri hanno già risposto “presente”. Secondo Politico sarebbe stato Macron a rifiutare l’invito perché “Andrebbe contro l’ONU”, fatto quasi ovvio, visto che Trump non ha alcun apprezzaamento per l’ONU e , soprattutto, non l’ha Netanyahu, che comunque ha digerito il Qatar.

Chi c’è, chi tratta e chi manca

La lista degli invitati è un capolavoro di Realpolitik che ignora le tradizionali distinzioni tra “buoni” e “cattivi” care alla retorica occidentale degli ultimi anni.

  • L’Italia c’è: Giorgia Meloni si conferma abile nel navigare le acque tempestose del trumpismo, proponendosi come mediatore. Nessun accenno polemico, ma un pragmatico “pronti a fare la nostra parte”.
  • Il paradosso inglese: Ci sono il labourista Keir Starmer, ma l’ex premier Tony Blair è già operativo nel board con un ruolo esecutivo, lavorando a braccetto con i fedelissimi di Trump, Witkoff e Kushner.
  • Le porte aperte a Est: L’invito a Vladimir Putin (Russia) e Alexander Lukashenko (Bielorussia) è la prova definitiva che per Trump l’isolamento diplomatico è un concetto superato. Se paghi e sei utile al tavolo, sei dentro.
  • Il Medio Oriente: Turchia e Qatar sono dentro, cosa che ha fatto infuriare Benjamin Netanyahu, il quale teme che il comitato per Gaza diventi un cavallo di Troia per influenze ostili a Israele.
  • Francia, Germania e Spagna out. Romania, Grecia, Polonia e Finlandia dentro. Un segnale duro verso i padroni della UE.

La Lista Completa degli Invitati (Fonte: Bloomberg)

Di seguito l’elenco integrale dei leader e delle nazioni invitate a far parte del Board. Noterete assenze illustri (Francia, Germania, Cina) e presenze sorprendenti.

Paese / EnteLeader InvitatoRuolo/Titolo
AlbaniaEdi RamaPrimo Ministro
ArgentinaJavier MileiPresidente (Membro fondatore)
AustraliaAnthony AlbanesePrimo Ministro
BahrainNon rivelato
BrasileLuiz Inácio Lula da SilvaPresidente
BielorussiaAlexander LukashenkoPresidente
CanadaMark CarneyPrimo Ministro (Riluttante a pagare)
CiproNikos ChristodoulidesPresidente
EgittoAbdel-Fattah El-SisiPresidente
Commissione UEUrsula von der LeyenPresidente (Unica rappresentanza “UE”)
FinlandiaAlexander StubbPresidente
GreciaKyriakos MitsotakisPrimo Ministro
UngheriaViktor OrbanPrimo Ministro (Entusiasta)
IndiaNarendra ModiPrimo Ministro
ItaliaGiorgia MeloniPrimo Ministro (PdC)
GiordaniaRe Abdullah IIRe
KazakistanKassym-Jomart TokayevPresidente
NorvegiaJonas Gahr StørePrimo Ministro
PakistanShehbaz SharifPrimo Ministro
ParaguaySantiago PeñaPresidente
PoloniaKarol NawrockiPresidente
RomaniaNicusor DanPresidente
RussiaVladimir PutinPresidente
ThailandiaNon rivelato
TurchiaRecep Tayyip ErdoganPresidente
Regno UnitoKeir StarmerPrimo Ministro (Blair è già nel board)
UzbekistanShavkat MirziyoyevPresidente
VietnamTo LamSegretario Generale PC

Conclusioni: l’ONU dei volenterosi (e paganti)

Siamo di fronte a una “ONU parallela”? Probabilmente sì. Trump sta costruendo una struttura che bypassa il Palazzo di Vetro, da lui sempre detestato, per creare un consiglio di amministrazione globale dove le azioni si comprano.

L’assenza di Francia e Germania dalla lista diretta (c’è solo la Von der Leyen come “ombrello” UE, forse per diluire le responsabilità) e la presenza della Grecia o di Cipro, suggerisce che Washington preferisce interlocutori specifici o strategici piuttosto che i vecchi assi geopolitici.

Resta il nodo del miliardo: dove finiscono questi soldi? Nella ricostruzione o in un fondo gestito discrezionalmente dal Presidente? La domanda resta sospesa, ma nel frattempo a Davos si prepara la firma. Chi non c’è, ha torto. O semplicemente, non ha pagato.


Domande e risposte

Perché nella lista c’è la Commissione UE ma mancano Francia e Germania?

È una mossa tattica tipica di Trump: “divide et impera”. Invitare la Von der Leyen offre una parvenza di rispetto istituzionale verso l’Europa, ma escludere (o non invitare direttamente in prima battuta) i leader di Francia e Germania indebolisce l’asse franco-tedesco, costringendoli a negoziare da una posizione di debolezza o a delegare tutto a Bruxelles, che però non ha portafoglio militare. Inoltre, Trump privilegia i rapporti bilaterali con leader “affini” o strategici (come Meloni, Orban o Mitsotakis) rispetto ai vecchi poteri continentali.

Cosa comporta la presenza di Tony Blair nel board nonostante l’esitazione del governo britannico?

Crea una situazione di “doppio binario” per il Regno Unito. Mentre il governo ufficiale di Starmer deve rispondere all’elettorato e al bilancio statale (rifiutando di pagare il miliardo “al buio”), l’establishment profondo anglo-americano si muove comunque. Blair garantisce a Londra un piede nella stanza dei bottoni senza impegnare formalmente il governo, mantenendo quella “Special Relationship” che a livello ufficiale sembra scricchiolare. È la prova che il Board è un ibrido tra pubblico e privato.

È realistico che la Russia accetti di sedere allo stesso tavolo dei paesi NATO in questo board?

Sì, in un’ottica puramente pragmatica. Per Putin, l’invito è una vittoria politica enorme: certifica la fine del suo isolamento internazionale senza dover passare per le forche caudine dell’ONU o dei trattati di pace formali. Sedere nel Board gli permette di influenzare le decisioni globali e di normalizzare i rapporti con l’Occidente (o almeno con l’America di Trump) su un piano paritario, pur continuando le operazioni in Ucraina. È il trionfo del realismo sulla morale.

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