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“I burocrati del male: i veri untori del XXI secolo.” di R. SALOMONE-MEGNA

In questi giorni di affanni ed ambasce per la diffusione in Italia dell’epidemia da covid-19, meglio conosciuto come coronavirus, ritornano di stringente attualità due grandissimi classici della letteratura italiana: il “Decamerone” del Boccaccio  ed “ I Promessi Sposi” del Manzoni, opere che trattano direttamente o indirettamente di contagi similari.

Il “Decamerone” fu scritto intorno al 1350, anno in cui la morte nera, ancora virulenta, si diffondeva in Europa ed avrebbe mietuto vittime sino al 1353.

Nell’opera si narra di dieci giovani fiorentini di elevata condizione sociale, sette ragazze e tre ragazzi, che durante l’anno 1348, per sfuggire al contagio, si allontanano da Firenze, afflitta dalla peste, per trasferirsi in campagna.

I giovani nella località dove trovano albergo trascorrono il tempo secondo precise regole, raccontando novelle, per l’esattezza cento in dieci giorni. Giovanni Boccaccio crea un mondo immaginifico, una sorta di Arcadia per fuggire dalla tragedia del quotidiano.

Il Manzoni, che invece pubblica il suo manoscrittto nella versione definitiva nel 1842, quando ormai la peste è scomparsa in Italia da quasi un secolo ( l’ultimo evento calamitoso avvenne nel 1749 tra Messina e Reggio Calabria), racconta della peste scoppiata a Milano nel 1630 avvalendosi anche delle fonti storiche.

Infatti, “ I Promessi Sposi” sono un romanzo storico, la cui trama si svolge in Lombardia tra il 1628 ed il 1630, durante l’occupazione spagnola, proprio quando la peste, portata dai Lanzichenecchi, si diffuse nel Nord Italia.

L’autore affronta il tema della peste in maniera molto rigorosa, attingendo dai documenti storici del tempo più attendibili, nei capitoli XXXI e XXXII dell’opera, riuscendo nel contempo a scrivere pagine di letteratura di una bellezza indicibile.

Riporto un piccolo brano che, a parere dello scrivente, rende appieno il tragico sgomento delle plebi milanesi di quel periodo terribile:

Era in quel giorno morta di peste, tra gli altri, un’intera famiglia.   Nell’ora del maggior concorso, in mezzo alle carrozze, i cadaveri di quella famiglia furono, d’ordine della Sanità, condotti al cimitero suddetto, sur un carro, ignudi, affinché la folla potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza.  Un grido di ribrezzo, di terrore, s’alzava per tutto dove passava il carro; un lungo mormorio regnava dove era passato; un altro mormorio lo percorreva.  La peste fu più creduta: ma del resto andava acquistandosi fede da sé, ogni giorno di più; e quella riunione medesima non dové servir poco a propagarla….

( Divagazione a margine: la scuola dei grandi classici italiani ed europei è sempre di stringente attualità, quella della didattica innovativa, degli effetti speciali, dei ricchi premi e cotillons, “umquam” per i più, per lo scrivente “numquam”. )

Ritornando al brano di cui sopra, Manzoni tratteggia mirabilmente la paura che si insinua nell’animo della gente, di fronte ad una malattia che non aveva ristoro di sorta e con una possibilità di remissione del 50%.

La paura obnubila la ragione, le ombre oscurano l’animo, negli uomini si destano pulsioni terribili. La solidarietà finisce, anzi il prossimo viene vituperato poiché potrebbe essere causa di contagio.

Si cominciò così a pensare che la peste, contro ogni evidenza, venisse diffusa ad arte da soggetti malefici, gli untori.

Nella “Storia della Colonna Infame” scritta dal Manzoni in appendice all’ultima edizione del romanzo, si narra del processo intentato a Milano, nell’estate del 1630, contro due presunti untori, Guglielmo Piazza (commissario di sanità) e Gian Giacomo Mora (barbiere) in seguito alle accuse avanzate da una donna, tale Caterina Rosa.

Le confessioni, estorte agli imputati con la tortura, determinarono la loro condanna capitale con il supplizio della ruota. La casa del Mora fu rasa al suolo e sulle macerie eretta, a monito imperituro, la “colonna infame”.

Nel 1778 la colonna infame, ormai divenuta una testimonianza d’infamia non più a carico dei condannati, ma dei giudici che avevano commesso un’enorme ingiustizia, fu abbattuta.

Ma veniamo agli odierni ambagi.

La scienza ha oggi acclarato che la peste che invase l’Europa in tempi passati e lontani è causata dal batterio yersinia pestis e le pulci parassite dei roditori, ratti e di alcune specie di scoiattoli ne sono i veicoli maggiori.

Non viene diffusa dagli untori, quindi, anche se scienziati militari di diverse potenze mondiali hanno riprodotto il batterio in laboratorio come arma biologica. Cosa dire?

Ma ora come nel lontano passato le scelte di prevenzione possono enfatizzare o mitigare il contagio.

Nel 1630 sistemi fognari efficienti e maggiore igiene sicuramente avrebbero ridotto la mortalità, oggi un sistema sanitario con più risorse, così come era negli anni “70, avrebbe affrontato l’emergenza da coronavirus con minori affanni.

Quarant’anni di ideologia liberista hanno devastato il nostro stato sociale e la nostra sanità.

Ora questo è evidente a tutti, ma quando sono stati chiusi ospedali e tagliati posti letto nessuno è insorto, poiché ce lo chiedeva l’Europa. Anzi, sia il centro destra che il centro sinistra del maggior taglio dei posti letto si facevano gran vanto. Stolti!!! Attualmente l’Italia ha meno posti letto procapite rispetto alla Cina!!!

La classe dirigente di Bruxelles, quella degli euroburocrati, non eletta, ma prona agli interessi delle oligarchie mondiali, ha diffuso imperterrita il verbo neoliberista, nel nostro sventurato paese e non solo.

Gli euroburocrati sono diventati a buon diritto i “burocrati del male”.

Essi sono i veri untori, gli untori del XXI secolo, poiché l’imposizione delle loro scelte ai governi europei, grazie al ricatto dello spread, ha enfatizzato gli effetti del covid-19.

Ad essi dovrebbe essere eretta una colonna infame.

Ma cosa veramente cosa ha determinato queste scelte economiche?

La S.I.A.A.R.T.I., società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva ha diffuso, nei giorni scorsi, pubblicamente e non solo ai propri iscritti, le raccomandazioni di etica clinica per affrontare il covid-19 e per gestire l’ammissione ai trattamenti intensivi, “dopo che da parte dei soggetti coinvolti sono stati compiuti tutti gli sforzi possibili per aumentare la disponibilità di risorse erogabili”.

Il documento così precisa:”….. in una situazione così complessa, ogni medico può trovarsi a dover prendere in breve tempo decisioni laceranti da un punto di vista etico oltre che clinico: quali pazienti sottoporre a trattamenti intensivi quando le risorse non sono sufficienti per tutti i pazienti che arrivano, non tutti con le stesse chances di ripresa (leggasi: posti con speciali caratteristiche, disponibili in aree che non possono essere ampliate in breve tempo, al netto che il loro numero possa essere al momento supportato da Sale Operatorie “convertite” …).

Nel Documento SIAARTI si privilegia la “maggiore speranza di vitadei pazienti: questo comporta di non dover necessariamente seguire un criterio di accesso alle cure intensive di tipo “first come, first served”, ossia chi prima arriva per prima è curato.

Questi criteri vengono solitamente adottati negli ospedali da campo militari a ridosso della prima linea.

I posti sono pochi, i feriti sono tanti, per cui le cure sono fornite solamente a chi può farcela.

E’ incredibile come le politiche dei tagli alla spesa sociale imposte dall’U.E. ci abbiano costretto ad adottare le scelte di guerra nella sanità pubblica!!

I vecchi sono sacrificabili, così pure coloro che hanno malattie che li rendono più vulnerabili come gli immunodepressi.

A titolo di cronaca, chi scrive è affetto da una rara malattia del sistema immunitario. Come tutti gli Italiani, sono in questi giorni relegato a casa, però i miei cari vivono con una duplice afflizione: che mi possa ammalare e, se ammalato, che non mi vengano fornite in caso di penuria , le cure salvavita, se necessarie.

Concludo questo articolo con l’introduzione del Manzoni alla sua “ Storia della Colonna Infame”:

L’ignoranza in fisica può produrre degl’inconvenienti, ma non delle iniquità; e una cattiva istituzione non s’applica da sé.”

Raffaele SALOMONE-MEGNA


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