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GIOCARE “CONTRO” L’ITALIA E’ DIVENTATO SEMPRE PIU’ FACILE (GRAZIE ANCHE A BCE) di Luigi Luccarini.

Qualcuno molto più in gamba e molto più preparato di quanto potrei diventarlo io tra cent’anni, una volta ha detto: “la Borsa è una bestia che proprio quando credi di conoscerla ti sbrana”.

Quindi, quando guardiamo i livelli di prezzo e i rendimenti dei nostri BTP, e valutiamo il relativo “spread” con i titoli tedeschi, cerchiamo anche di andare oltre i numeri del Governo, della Commissione Europea, del nostro debito e del suo rapporto con il PIL, attuale e atteso.

E ripensiamo alla prima regola del gioco per cui se è vero che il valore di uno strumento finanziario si forma come sintesi di due fattori, la domanda e l’offerta, quest’ultima non è data soltanto da chi dispone del titolo, ma anche da chi lo chiede in prestito per venderlo, poi ricomprarlo ad un prezzo più basso e restituirlo a chi glielo aveva prestato.

E’ il fenomeno dello short selling che si verifica in genere laddove ci si aspetta che la volatilità di un titolo stia per aumentare, e si pensa di poterne amplificare un prevedibile movimento al ribasso, guadagnando così più di quanto si riesca a fare puntando su altri settori di mercato.

Ebbene, stando a Ihs Markit, uno dei colossi dell’elaborazione dati in campo economico/finanziario, la domanda di prestiti di titoli di Stato italiani per le vendite allo scoperto è salita tra aprile e maggio di quasi un miliardo di dollari (959 milioni).
In realtà l’incremento più vistoso delle posizioni “short” sul BTP (7 miliardi) si era registrato nel primo trimestre 2018 in un momento, peraltro, di ampio declino della relativa domanda su altri titoli governativi europei.

Ancora non c’erano state elezioni, ma già si “scommetteva” su un quadro politico in Italia dopo il 4 marzo, diciamo, complicato, e perciò il mercato si predisponeva a far sì che ogni eventuale polemica interna si scaricasse sul nostro debito pubblico.

E’ ovvio che in un paese sufficientemente “unito” un’operazione del genere non sarebbe mai stata intrapresa. Al contrario nei confronti una nazione come l’Italia, dove ci si scanna ormai anche per stabilire qual è la giusta ricetta della pasta alla carbonara, il gioco al ribasso è talmente facile, che si possono persino immaginare risate di compiacimento nelle sale operative alla visione dei dibattiti televisivi su Sky, La7 o la mattina scorrendo i titoli dei nostri principali quotidiani.

Ed infatti a giugno quando si è insediato il governo Conte, eravamo arrivati ad oltre quota 30 miliardi di scoperto sui nostri BTP, come ha riferito di recente il Financial Times.

Che può sembrare tutto sommato un importo trascurabile, se considerato in relazione alla media dei bond europei (figura 1).

Che però incide molto in un mercato piuttosto sottile come quello che riguarda i BTP italiani che da quest’estate vede il dato dei contratti futures stabilmente sotto quota 100.000 al giorno.

Va aggiunto che secondo alcuni analisti c’è stato un ulteriore aumento dello “short” sui titoli italiani alla fine di agosto, quando la coalizione di governo ha iniziato a prepararsi alle trattative sulla manovra finanziaria ed ancora lo scorso mese in conseguenzadell’inasprirsi dei toni di alcuni rappresentanti delle istituzioni europee nel confronti del nostro paese.

(figura 1)

Un responsabile investimenti presso un importante hedge fund con sede a Londra ritiene tuttavia che i recenti movimenti di mercato implichino che gran parte del rischio Italia “sia già nel prezzo”, ovvero sia stata già scontata. Anche perchè il mercato crede che il Governo abbia stabilito come target uno spread a 400 punti, evocato, non a caso, da recenti dichiarazioni del Ministro Savona (anche) allo scopo di “raffreddare” le operazioni al ribasso.

Sembra perciò che lo “short covering” (i cosiddetti acquisti in ricopertura dei prestiti di titoli) sia stato fissato in corrispondenza di un valore compreso tra 325 e 350 punti, che in effetti il BTP ha già raggiunto in alcune occasioni, prontamente allontanandosene, come tipicamente avviene su certe “resistenze”.

A questo proposito vale la pena evidenziare che Ciaran O’Hagan, della divisione di strategia sui tassi Eurozona di Société Générale, ha affermato che gran parte di queste vendite allo scoperto fanno parte di una “tattica short di breve termine” sui bond italiani, ma che “nel lungo termine la view rimane in equilibrio”.

O’Hagan spiega la sua view sottolineando che è probabile che alcuni fattori tecnici propri dei mercati finiscano con il frenare la voglia di “short” degli investitori.

“Detenere una posizione corta sui bond italiani è molto costoso per gli investitori”, ha aggiunto. “Gli investitori hanno bisogno di una qualche prospettiva sulla volatilità che avalli una scommessa short. E, se dopo i giudizi delle agenzie di rating non ci sarà la prospettiva di una volatilità immediata, ci sarà il rischio reale che gli investitori underweight tornino a essere neutral, acquistando alla fine il debito”.

D’altra parte il mercato sa bene che a maggio c’è stata una “manina” anzi una “manona” offerta agli “shortisti” da BCE che nell’intento di “aggiustare” le proporzioni di possesso di titoli governativi, ha operato un acquisto particolarmente consistente di titoli tedeschi, il 28 per cento del totale, che è servito a compensare il fatto che nei mesi precedenti i Bund erano stati acquistati in misura particolarmente bassa.

“Scaricando” nel contempo i nostri BTP, come si vede nella figura 2

(figura 2)

Maggio, guarda caso, proprio il momento in cui il rendimento del Bund è sceso da 0,55% a 0,3%.

Mentre si assisteva  ad un tracollo del nostro decennale, passato da un valore di prezzo 140 a 122.

Livello 122 che è quello con cui il BTP inaugura la nuova settimana, dopo aver attraversato quindi in modo sostanzialmente indenne il rischio derivante dall’ulteriore “short selling” di agosto ed ottobre.

La figura 3 segnala che il trend discendente di breve periodo sul BTP (misurato dall’indicatore ADX) è apparentemente terminato, mentre un altro indicatore, RVI, evidenzia una pressione delle vendite in progressiva diminuzione.

Ne deduciamo che se davvero la volatilità rimanesse quella degli ultimi giorni, in appiattimento, le posizioni “corte” sul mercato dovrebbero iniziare ad alleggerirsi, con conseguente allentamento della tensione sui nostri titoli.

E se ciò accadrà e vi diranno che è accaduto per questo o quell’altro motivo, Salvini o Di Maio che si sono ravveduti, o qualche “mano tesa” dall’Europa, magari il solito Draghi, non credete loro neppure per un istante.

Sarà successo solo perchè il mercato si è reso conto che ormai in Italia le discussioni in TV e sui giornali si sono è ridotte al rango di una bega da cortile, del tipo “ma il rigore c’era o no?”. E che in Borsa esiste da tempo un VAR che fa giustizia di queste follie, e che impone un impiego del denaro molto più razionale. Anche quando si “scommette” al ribasso.

E pensate piuttosto a quel punto quanto ci sarà costato questo lunghissimo “processo del Lunedì” applicato all’economia di una nazione.

(figura 3)

LUIGI LUCCARINI


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