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Ghiaccio Bollente: la nuova Strategia Artica dell’Italia tra deterrenza NATO e caccia alle materie prime

Ghiaccio, Gas e Sottomarini: la nuova strategia dell’Italia per conquistare l’Artico. Roma lancia la sfida al Grande Nord: tra droni, Eni e difesa NATO, ecco come l’Italia vuole sedersi al tavolo delle grandi potenze artiche.

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L’Artico non è più solo il regno degli orsi polari e degli scienziati romantici. È diventato il nuovo scacchiere del “Grande Gioco” geopolitico mondiale, e l’Italia – pur essendo una potenza mediterranea – ha deciso di non restare a guardare. Il documento recentemente rilasciato dal governo, intitolato La Politica Artica Italiana, segna un cambio di passo netto rispetto al passato: meno retorica sull’esplorazione eroica (che pure c’è stata) e molto più pragmatismo su sicurezza, risorse energetiche e tecnologie duali.

Se un tempo l’Artico era considerato una zona di “eccezionalismo”, ovvero un’area immune dalle tensioni globali, l’invasione russa dell’Ucraina e l’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO hanno mandato in soffitta questa illusione22. Roma lo ha capito e ha aggiornato le sue linee guida ferme al 2015, consapevole che, come recita un adagio ormai famoso, “quello che accade in Artico non resta in Artico”.

La fine dell’innocenza: Geopolitica e Sicurezza

Il documento è cristallino su un punto: la regione si sta militarizzando. La Russia ha potenziato la sua presenza nella fascia artica, e la Cina si propone come “Near-Arctic State”. In questo contesto, l’Italia deve muoversi con l’agilità di chi non ha confini diretti, ma ha interessi vitali.

Non vedremo alpini italiani presidiare permanentemente i ghiacciai in autonomia, né basi missilistiche tricolori al Polo. L’approccio italiano è quello della “sicurezza cooperativa” all’interno della cornice NATO e UE. L’Italia offre ciò che sa fare meglio: tecnologia e sorveglianza.

La strategia punta tutto sulla consapevolezza situazionale (Situational Awareness). Tradotto dal burocratese: sapere cosa succede lassù prima degli altri. Come?

  • Dominio Spaziale: Utilizzo della costellazione COSMO-SkyMed per il monitoraggio radar, essenziale quando c’è buio o nubi, condizioni tipiche dell’Artico.
  • Marina Militare: Il programma High North e l’invio di navi per la mappatura dei fondali (fondamentale per la guerra sottomarina e la posa di cavi).
  • Esercito e Aeronautica: Addestramento in climi estremi e Air Policing nei cieli del Nord.

La sicurezza dell’Artico viene definita, con un tocco di eleganza diplomatica, un “bene pubblico internazionale”. Tuttavia, leggendo tra le righe, si comprende che la preoccupazione principale è la protezione delle rotte commerciali e delle infrastrutture critiche (gasdotti e cavi dati) da potenziali sabotaggi. Ciò significa che si proteggono gli interessi italiani anche in un ambiente lontano, apparentemente straneo.

Esercitazioni artiche, partecipazione dei soldati italiani – Fonte Esercito Italiano

La Scienza come “Soft Power” anche nell’Artico

Se la sicurezza è il braccio armato, la scienza è il passaporto diplomatico. L’Italia vanta una presenza storica che risale al Duca degli Abruzzi e a Umberto Nobile. Oggi, questa eredità si traduce in asset strategici che poche nazioni non artiche possiedono:

  1.  Base “Dirigibile Italia”: Situata alle Svalbard, è un avamposto di ricerca fondamentale.
  2. La flotta: Alla nave rompighiaccio Laura Bassi si aggiungerà presto la nuova nave idro-oceanografica Quirinale, definita un asset fondamentale con capacità “Winterization”.

La ricerca non è fine a se stessa. Studiare lo scioglimento dei ghiacci serve a prevedere l’innalzamento del mare che colpirà Venezia, ad esempio,  ma serve anche a capire quando e come si apriranno le nuove rotte commerciali a Nord, che potrebbero tagliare fuori il Mediterraneo se non ci si attrezza per tempo121212.

L’Economia: Risorse, Energia e il ruolo dello Stato

Qui entriamo nel cuore pulsante dell’interesse nazionale, caro ai lettori di Scenarieconomici.it. Il documento abbandona ogni timidezza: l’Artico è ricco, e l’Italia ha le tecnologie per sfruttarlo, per cui sarebbe assurdo non farlo.

I settori chiave individuati sono:

  • Energia: Eni è citata esplicitamente per la sua vasta conoscenza dei contesti artici e per la sensibilità ambientale (necessaria per operare lassù senza scandali). Si parla anche di eolico e geotermia, dove l’Italia è leader.
  • Cantieristica: Fincantieri, tramite la controllata VARD, è leader mondiale nella costruzione di navi rompighiaccio e mezzi speciali per l’Artico. È un classico esempio di politica industriale: lo Stato supporta campioni nazionali che vincono commesse globali.
  • Materie Prime Critiche: Il sottosuolo artico, specialmente in Groenlandia, è pieno di quei minerali rari indispensabili per la transizione verde. L’Italia vuole esserci quando si inizierà a scavare, pur con tutte le cautele ambientali del caso.

Ecco una sintesi degli obiettivi economici e strategici:

SettoreObiettivo StrategicoPlayer Italiani Chiave
DifesaMonitoraggio, Sicurezza cavi/tubi, Deterrenza NATOLeonardo, Marina Militare
SpazioOsservazione della Terra, Telecomunicazioni sicuree-Geos (ASI/Telespazio)
EnergiaTransizione green, Geotermia, Oil&Gas sostenibileEni, Enel Green Power
IndustriaNavi rompighiaccio, Infrastrutture resilientiFincantieri, VARD
MinerarioAccesso a terre rare e minerali criticiIndustria estrattiva nazionale

Artico, da Politica Italiana per l’Artico

Il Caso Groenlandia: tra Danimarca e USA

Il documento contiene un passaggio politicamente molto delicato che merita di essere evidenziato. Nell’analizzare i fattori di cambiamento geopolitico, il testo cita esplicitamente “la posizione americana sulla Groenlandia”

Cosa significa? È un riferimento neanche troppo velato alle frizioni emerse quando gli USA (durante l’amministrazione Trump, ma con un interesse strategico che è bipartisan) manifestarono l’intenzione di “comprare” o comunque estendere la loro influenza massiccia sull’isola, che è territorio autonomo della Danimarca.

Si possono trarre delle conclusioni importanti: l’Italia riconosce che c’è una faglia interna alla NATO. Da un lato la sovranità europea (Danimarca), dall’altro l’imperativo strategico americano di chiudere il “GIUK gap” e controllare le risorse. L’Italia, citando questo elemento come fattore di instabilità al pari dell’aggressività russa, segnala di essere consapevole che la competizione per le risorse groenlandesi (uranio, terre rare) sarà uno dei temi caldi del futuro, dove gli alleati potrebbero trovarsi a competere. Roma monitora, interessata alle risorse minerarie dell’isola, ma attenta a non pestare i piedi ai giganti. In questo caso, finalmente, non faremo “Gli interessi dell’Europa, non dell’Italia” come ha detto qualcuno anni fa, ma quelli dell’Italia.

Esplorazione italiana dell’Artico, da Politica Italiana per l’Artico

Tre fasi significative

Per comprendere l’evoluzione della presenza italiana, il documento individua tre momenti storici che fungono da pilastri di legittimità:

  1. L’epoca dei pionieri (Fine ‘800 – Inizi ‘900): Le spedizioni del Duca degli Abruzzi (1899) e le imprese, talvolta tragiche ma gloriose, di Umberto Nobile con il dirigibile Italia18. È la fase dell’eroismo che fonda il “diritto storico” dell’Italia a sedere al tavolo artico.
  2. L’istituzionalizzazione scientifica (Anni ’90): L’apertura della base “Dirigibile Italia” a Ny-Ålesund nel 1997 e l’avvio delle attività a Thule. Qui l’Italia passa dall’avventura alla presenza stabile e misurabile
  3. L’era della strategia geopolitica (2013-Oggi): L’ammissione come Osservatore al Consiglio Artico (2013) e l’avvio del programma High North della Marina (2017), che sancisce l’ingresso della dimensione militare e securitaria nella politica artica nazionale.

Attenzione e realismo

L’Italia si riscopre nazione artica per necessità. Il documento, pur nel suo linguaggio felpato, ci dice che la festa della globalizzazione pacifica è finita anche al Polo Nord. Ora servono navi, satelliti e investimenti, il tutto senza però dimenticare che non siamo una potenza mondiale e che le nostre ambizioni sono sempre nell’ambito delle nostre dimensioni.

La strategia è chiara: usare la scienza per mantenere il posto a tavolo, e le partecipate di Stato (Eni, Leonardo, Fincantieri) per prendersi una fetta della torta economica, il tutto sotto l’ombrello protettivo della NATO. È un approccio maturo, forse tardivo, ma assolutamente necessario. Perché, come ricorda il Ministero, “l’Artico è un vicino lontano che si sta avvicinando”, e farsi trovare impreparati quando busserà alla porta (con tempeste climatiche o crisi energetiche) sarebbe imperdonabile.

La politica artica italiana sembra molto realistica e legata ai nostri interessi. Un fatto molto positivo.

Domande e Risposte

Perché l’Italia, paese mediterraneo, investe risorse nell’Artico? L’Italia investe nell’Artico perché la regione influenza direttamente il clima mediterraneo (innalzamento mari, meteo estremo) e l’economia globale. Le nuove rotte marittime del Nord potrebbero alterare i flussi commerciali che oggi passano per Suez e il Mediterraneo. Inoltre, l’Italia ha forti interessi economici: le aziende di Stato come Eni (energia) e Leonardo (sicurezza/spazio) hanno tecnologie da vendere in quell’ambiente ostile. Essere presenti significa anche garantire l’approvvigionamento di materie prime critiche necessarie alla transizione ecologica.

C’è il rischio di un coinvolgimento militare italiano in Artico? Non è previsto un impegno militare autonomo o offensivo. Tuttavia, come membro NATO, l’Italia contribuisce alla “deterrenza e difesa collettiva” anche sul fianco Nord. Questo si traduce in attività di sorveglianza, esercitazioni congiunte in climi rigidi (come la Nordic Response) e missioni di Air Policing. L’obiettivo non è militarizzare la regione, ma proteggere le infrastrutture critiche (cavi sottomarini, gasdotti) e garantire la libertà di navigazione in un contesto divenuto più instabile dopo l’aggressione russa all’Ucraina.

Qual è il ruolo della contesa sulla Groenlandia nella strategia italiana? L’Italia osserva con attenzione le dinamiche attorno alla Groenlandia, riconoscendole come un fattore di cambiamento geopolitico rilevante. La regione è ricchissima di terre rare e risorse minerarie ancora inesplorate, fondamentali per l’industria europea. La tensione implicita tra la sovranità danese e l’interesse strategico americano (e cinese) crea un ambiente complesso. L’Italia mira a inserirsi economicamente in questo sviluppo futuro, offrendo competenze nel settore estrattivo e infrastrutturale, pur mantenendo un approccio diplomatico bilanciato all’interno dell’Alleanza Atlantica.

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