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FUSARO: CONTRO LE “RIFORME” RIPRENDERSI TUTTO!

 

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Non vi è oggi parola più abusata del magico termine “riforme”. I governi dell’odierna eurocrazia impiegano la parola “riforma” con una frequenza che non è esagerato definire ossessiva. Occorre fare riforme, sempre e comunque: così sembra potersi compendiare il tragicomico operato dei governi euroservi – dall’Italia di Renzi alla Germania della Merkel –  che non pare avere altro scopo se non quello di assecondare i mercati e le politiche di lacrime e sangue di un’Unione Europea che altro non è se non il dominio assoluto del capitale finanziario e del neoliberismo.

Come il termine “rivoluzione” non è più oggi rivoluzionario, così il termine “riforme” ha cessato da un pezzo di essere autenticamente riformista. Quando dalla bocca degli euroservi affiora, inesorabile, la parola “riforme” occorre allarmarsi: riforme significa sempre privatizzazione e rimozione di diritti sociali, taglio dei salari e norme dettate dalle logiche perverse dell’austerity (la quale austerity può ben essere definita, variando il tema di Latouche, come “decrescita infelice”).

È, ovviamente, una situazione del tutto orwelliana, in cui la macelleria sociale viene detta “riforma” e in cui la rimozione coatta di diritti sociali viene pudicamente chiamata “spending review”. Il progetto, neppure troppo larvato, dell’odierna politica europea è – giova ricordarlo – quello del trionfo su tutto il giro d’orizzonte del neoliberismo e, con esso, del nesso di forza finanzcapitalistico, con la complicità oscena delle forze di una sinistra ormai serva del capitale. Rispetto a questa logica illogica, che getta nell’abisso lavoratori e popoli, è del tutto coerente l’incessante ricorso a “manovre”, “aggiustamenti strutturali” e “riforme”, praticate sulla carne viva della popolazione agonizzante e sempre a vantaggio del finanzcapitalismo.

Mentre imbecilli di varia natura e utili idioti del capitale giubilano per l’arrivo delle famose “riforme”, vengono loro rimossi, tramite tali riforme, le ultime garanzie e gli ultimi diritti sociali ancora sussistenti, sempre in nome del sacro dogma della destatalizzazione (lo Stato brutto e cattivo! i terribili lacci e lacciuoli statali!) e della spoliticizzazione dell’economia.

Occorre essere chiari e non fare concessioni al coro virtuoso del pensiero unico politicamente corretto. Le “necessarie riforme” presentate come via necessaria per una futura e concreta possibilità di rinascita delle economie non sono che manovre neoliberiste imposte autoritariamente agli Stati in fase di disgregazione da parte del grande capitale finanziario. Occorre risvegliare la gente dall’incubo in cui siamo, decolonizzando l’immaginario e, con esso, il linguaggio che quotidianamente usiamo: comprendere che cosa davvero significa “riforma” nel lessico eurocratico e finanzcapitalistico può, a questo proposito, costituire un buon punto di partenza. La formula “ci vogliono le riforme” è, a tutti gli effetti, l’equivalente funzionale di senso del “la libertà è schiavitù” dell’orwelliano romanzo “1984″.

Se provo a immaginare il “1984” di Orwell aggiornato e pubblicato, magari, come “2030”, così mi figuro l’incipit: “e poi venne un tempo in cui il conformismo di massa fu finalmente ottenuto. Nessun pensiero non allineato era più possibile. Chiunque ancora avesse osato pensare all’esistenza di uomini, donne e famiglie, subito sarebbe stato silenziato, diffamato e marginalizzato come omofobo. Chiunque avesse osato mettere in discussione le sacre leggi del mercato e dell’ordine neoliberista, subito sarebbe stato silenziato, diffamato e marginalizzato come fascista o, alternativamente, stalinista. Che il falso fosse vero e che 2+2 desse 5 era ormai stato da tutti metabolizzato. La neolingua era ovunque: le criminali politiche di licenziamento erano dette spending review, le aggressioni militari missioni di pace, la schiavitù dei giovani flessibilità”. Occorre reagire a questa follia, prima che sia troppo tardi e si realizzi per davvero.

Occorre riprendersi tutto: la nostra lingua, la sovranità perduta, i diritti sociali, la capacità di lottare contro un nemico che non ha smesso di vincere. L’augurio è, dunque, quello di un ritorno al conflitto, al pensiero ribelle e alla dissidenza ragionata.

Diego Fusaro

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