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Essere un dirigente del PD

Sarà l’insano periodo in corso, saranno gli effetti della reclusione forzata, saranno i danni collaterali del bombardamento televisivo, fatto sta che ieri ho voluto fare un esperimento: provare a immaginare che significhi essere un dirigente del Partito Democratico. Avete presente quel film di qualche anno fa dal titolo bizzarro: “Essere John Malkovich?”. Ecco, uguale. Essere un dirigente del PD, provare a vedere il mondo con i suoi occhi, leggerlo con la sua “sensibilità”, “capirlo” e perfino “accettarlo”. E credetemi: ce l’avevo quasi fatta.

Voglio dire, per qualche ora il mio training autogeno mi ha talmente condizionato i neuroni e l’umore da rendermi in grado di fare cose assurde (per un essere umano normale): tipo trovare “progressisti” gli editoriali di Alesina & Giavazzi oppure commuovermi al riso viperino della Lagarde o, infine, pensare a Gentiloni come a un uomo di Stato. Come ci sarò riuscito, vi chiederete. Be’, è difficile da spiegare, ma si sta bene. Tanto bene,

Quando ti immedesimi nella parte, cominci ad avvertire una specie di soporifera rassegnazione al flusso del tutto. Una sorta di orientale resa all’esistente. Non c’è più nulla da capire, nulla da cambiare, nulla da sapere. E c’è tanta quiete, lì dentro, non si sente volare una mosca nell’ovattato “riposo” che c’è: un silenzio claustrale, non vorrei dire proprio un vuoto, ma insomma qualcosa di simile al contenuto di un uovo pasquale.

La complessità malmostosa del reale si dipana, e il mondo si fa semplice, e piano, proprio come gli arcobaleni colorati nei disegni di un fan di Greta Thumberg. Tutto ha perfettamente senso, ogni cosa è al suo posto e c’è un posto per ogni cosa. Nella mente di un uomo di punta del PD tutto è lindo, specchiato, pulito. Si bada solo a strascicare le babbucce sul linoleum per non turbare i Mercati e le borse, e si bisbiglia a bassa voce per non svegliare la siesta della Commissione europea.

Ad ogni buon conto, ero ormai così compreso nella parte da temere di essermi perso per sempre quando è accaduto qualcosa. Compulsando il mio smartphone, mi sono imbattuto in una stupefacente dichiarazione del leader del PD, Nicola Zingaretti. Egli ha testualmente dichiarato: “Bene le scelte della Commissione europea e della Banca Centrale europea per fronteggiare l’emergenza Corona virus. Ora è chiaro a tutti. Al contrario di tante sciocchezze dette in questi anni, la verità è che senza Europa non ce l’avremmo mai fatta”.

Ero quasi riuscito a riprendere il controllo quando Luigi Zanda, tesoriere del partito, mi ha assestato un uppercut: “Per far fronte al nostro fabbisogno straordinario senza far esplodere il debito pubblico potremmo dare in garanzia il patrimonio immobiliare di proprietà statale (…), ministeri, teatri, musei”. Eroicamente, mi sono rialzato, giusto in tempo per il colpo del k.o. quando Graziano Del Rio ha rivendicato con orgoglio l’idea di aumentare le tasse agli italiani. “Delirio o Del Rio?” mi sono detto, ed entrambe le prospettive anagrammatiche mi atterrivano.

Questione di un attimo e qualcosa si è spezzato nell’equilibrio faticosamente raggiunto del mio essere un dirigente del PD o, se preferite, del dirigente del PD che si era impadronito del mio essere.

E allora mi sono chiesto: come può un partito partire da Antonio Gramsci e arrivare a Nicola Zingaretti, a Luigi Zanda e a Graziano Del rio? Come possono, i dirigenti del PD, conciliare le loro menti con quella di Gramsci (con tutto il rispetto per la parola “mente”, e anche per il cognome “Gramsci”)? Vorrei potervi rispondere, ma non lo so. Sono uscito appena in tempo dalla testa di un dirigente del PD. E il mio cervello si rifiuta di rientrare.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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