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ERAVAMO QUATTRO AMICI AL BAR Proposte per una soluzione del debito pubblico italiano di Paolo Savona

 

Sull’Espresso è apparso un ampio servizio sui problemi nascenti dall’elevato debito pubblico italiano centrato su una proposta che, il 2 settembre 2011, quattro economisti – Brunnermeier, Pagano, Reis e Santos – hanno deciso di elaborare nel corso di un incontro presso la Community Food & Juice, il caffè della Columbia University di New York.

Essi concordarono sul fatto che un debito pubblico elevato è un grave problema per un paese, soprattutto se è nelle mani delle banche. Se questo debito non venisse rimborsato trascinerebbe le banche nel dissesto. Sostiene l’editorialista che i quattro amici al bar decisero di redigere un progetto “che ripartisse i rischi dei titoli di Stato in modo più sicuro, mettendo al riparo le banche dall’eventuale fallimento di uno Stato membro”. Esso ha suscitato l’interesse di Mario Draghi che, in qualità di presidente dell’European Systemic Risk Board, “ha formalmente incaricato un gruppo di lavoro di studiare la realizzabilità della proposta nata da quella chiacchierata del 2011. Il Gruppo di lavoro guidato da Philip Lane, Governatore della Banca d’Irlanda, sta concludendo il lavoro”.

Pagano, divenuto vice presidente del Comitato scientifico del Board, spiega che “l’idea è quella di creare un’istituzione ad hoc, un veicolo finanziario, che si frapponga tra gli Stati dell’Eurozona da una parte e gli investitori (banche comprese) dall’altra. Dai primi (cioè gli Stati, n.d.r.), il veicolo acquisterebbe i titoli di Stato in proporzioni predefinite, in modo da non creare favoritismi tra un Paese e l’altro. Agli investitori, invece, il veicolo venderebbe dei titoli di sua emissione, con un diverso grado di protezione in caso di insolvenza da parte di uno o più Stati dell’Eurozona.”

Il progetto presenta alcune altre caratteristiche, come la distinzione tra titoli senior e junior offerti al pubblico dal veicolo che, incorporando titoli ‘buoni’ (nel caso specifico i Bund tedeschi), attrarrebbero gli investitori. Essi sono simili a quelli derivati dai subprime credit americani che hanno creato il disastro finanziario globale. In ogni caso il progetto non tiene conto che esso incontrerebbe una o più delle tante obiezioni alla socializzazione dei debiti pubblici nazionali mosse dai tedeschi e da altri paesi-membri, che è considerato un fondamento degli Accordi di Maastricht.

Data l’autorevole copertura ricevuta dalla BCE, non possiamo che augurare alla proposta ogni successo per il bene del Paese e dell’Unione Europea, che si gingilla con il grave problema dei rischi innati in taluni debiti pubblici, mantenendolo in vita.
Dopo aver esposto questo progetto presentato come la soluzione che si va affermando in Europa, l’editorialista chiede il parere a due noti economisti: Piero Alessandrini e Michele Fratianni. Nella sua bella intervista, Fratianni ricorda la proposta da lui avanzata anni addietro con Antonio Rinaldi e il sottoscritto su Milano Finanza, ripetuta in varie sedi, nella quale il problema della socializzazione del debito dell’eurozona veniva superato; e l’altrettanto problematico coinvolgimento della BCE evitato.

Nel veicolo ipotizzato in quel progetto sarebbe dovuto confluire l’intero patrimonio pubblico a garanzia e i titoli emessi sarebbero stati accompagnati da un warrant negoziabile sul mercato, che attribuiva al possessore un diritto prioritario sui beni pubblici ceduti. L’intera intervista di Fratianni è andata solo sul blog dell’Espresso, mentre sul settimanale in forma cartacea è stata riportata solo la premessa della proposta sui modi in cui un debito pubblico trova soluzione. Ciò che con un understanding possiamo definire una curiosità è che il settimanale, come le autorità italiane e la BCE, nonché lo stesso Pagano preferiscono sostenere l’alternativa a quella proposta, che non è stata presa da esse in considerazione. Le vicende successive hanno evidenziato il perché: la cessione del patrimonio pubblico serve all’Italia per finanziare i deficit di bilancio generati dalla spesa corrente e l’elevato debito pubblico serve da argine per le pressioni inesauribili all’aumento di questa spesa. Del rapporto crescente tra debito pubblico e PIL, il fianco scoperto delle relazioni con il resto dell’eurozona e del mondo, non interessa la politica italiana e, d’accordo con l’UE, resta lo strumento usato per terrorizzare coloro (Partiti e persone) che vagheggiano l’uscita dall’euro. Se mancasse la paura legata al fatto che la speculazione aggredirebbe il nostro debito pubblico, mettendo alle corde il Paese, quale sarebbe l’argomento a cui appigliarsi per evitare che si pensi a ritornare alla lira? Invero questo argomento ce l’ha offerto Draghi che, con la sua politica impropriamente ricordata con il nome di quella americana (quantitative easing) essendo diversa, ha creato un nuovo debito per l’Italia, che si somma a quello esistente nella forma di un saldo passivo nel conto tra Stati membri, noto come Target 2.

È l’unica volta che Draghi ha ammesso che l’euro fosse reversibile, ma ha aggiunto “purché questo debito venga prima onorato”. Ne ha tenuto conto Il Board guidato da Lane e consigliato da Pagano, nonché il Governo e Parlamento italiani?

Paolo Savona, Milano Finanza 13 maggio 2017

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