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“Delle imposte, delle tasse e di altre amenità.” ultima p. di R. SALOMONE-MEGNA

Il discorso che faremo è intimamente legato agli articoli precedenti https://scenarieconomici.it/delle-imposte-delle-tasse-e-di-altre-amenita-p-terza-di-r-salomone-megna/  aventi per argomento tasse e imposte che comunque non sono esaustivi della materia, ma crediamo che abbiano fornito elementi utili di riflessione relativamente alla richiesta di  provvedimenti fiscali, come la “flat tax”, termine inglese che significa letteralmente “tassa piatta”, che in Italia viene usato impropriamente, poiché si vuole indicare aliquota unica per i redditi delle persone fisiche ( e non tasse).

Del resto le imprese hanno già un’aliquota unica per i redditi prodotti.

Tutto questo a chi porterebbe vantaggio?

Ricordiamo che la percentuale dei salari sul PIL italiano è passato dal 69,4 % del 1960 al 60,6% del 2016. La ricchezza nazionale trasferita ai lavoratori dipendenti si è ridotta di quasi dieci punti percentuali, a causa della deflazione salariale, disoccupazione e della compressione dei diritti sindacali.

Ecco perché nel 1980, quando esistevano ben 32 aliquote IRPEF le quali partivano da un minimo del 10% sino ad arrivare ad un massimo del 72% per coloro che percepivano redditi superiori al 550.000.000 di lire, ai lavoratori veniva distribuita una fetta maggiore della ricchezza nazionale prodotta.

Ma nel 1983, quando da poco era avvenuto il divorzio Ministero del Tesoro- Banca d’Italia, si cominciò a cambiare.

C’era il Presidente Reagan negli Stati Uniti , alfiere delle teorie di Arthur Betz Laffer, economista statunitense, sostenitore della “supply side economics”, ed il Primo Ministro Thatcher in Inghilterra. Lo stato sociale doveva essere finanziato con le imposte e le tasse e soprattutto ridotto.

Le aliquote in Italia diventarono solo 9 e, precisamente, la minima pari al 18% e la massima pari al 65% per i redditi oltre i 500.000.000 di lire.

Si passa dall’economia della domanda all’economia dell’offerta.

Nel 1990 le aliquote diventarono 7 e precisamente la minima pari al 10% e la massima pari al 50% per redditi oltre i 318.300.000 di lire.

Nel 1998 gli scaglioni di reddito sono diventati 5 e, precisamente, una prima aliquota del 18,50% per redditi sino a 15.000.000 di lire ed un’aliquota massima del 45,50% per redditi oltre i 135.000.000 di lire.

Fermiamoci qui poiché il resto è cosa recente.

Non ci resta che trarre le conclusioni da queste continue riduzioni di imposte per i ceti più abbienti con un esempio.

Nel 1980 il detentore di un reddito pari a 551 milioni di lire avrebbe pagato d’ imposta all’erario la somma £ 317.414.987.

Riportiamo queste somme all’attualità.

I 551milioni di lire oggi equivalgono a 1.491.135,02 euro, mentre £ 317.414.987 del 1980 corrispondono ad euro 854.737.

Ma con le aliquote attuali su 1.491.135,02 di euro quanto sarebbero le imposte da versare all’erario? Euro 687.404 che sono inferiori ad euro 854.737 da corrispondere con il sistema fiscale del 1980.

Possiamo concludere che la politica fiscale condotta dai nostri governanti nell’ultimo trentennio ha fatto risparmiare al ricco possidente ben euro 167.333 di imposte senza che con questo si siano prodotti benefici tangibili nella situazione economica italiana.

Abbattere le imposte ai più ricchi, cosa che l’Italia ha ampiamente fatto dal lontano 1980 , non aumenta lo sviluppo, non arreca benefici se non ai ceti privilegiati che diventano più ricchi e maggiormente privilegiati.

La diseguaglianza sociale in Italia è aumentata così come confermato dall’incremento dell’indice di Gini.

La “flat tax” è lo strumento principe della “supply side economics”, dell’ economia dal lato dell’offerta, che è proprio tutto l’opposto di quanto necessita all’Italia, ovverosia rilanciare la domanda ed incentivare i consumi.

Pertanto la proposta di Salvini puo’ essere giudicata da due punti di vista:

a) si resta nell’alveo delle regole imposte dalla C.E. ed allora la flat tax comporterà la distruzione di quello che resta dello stato sociale, l’aumento delle imposte locali per il minor trasferimento di risorse economiche ai comuni da parte dello stato e l’aumento dell’IVA, proprio quello che invocano i neoliberisti nostrani e la C.E.;

b) non si rispettano le regole della C.E. e quindi si porta il rapporto deficit/PIL italiano al 6% annuo, lasciando inalterato tutto il resto e senza alcun aumento dell’IVA. Sicuramente sarà tutto un’altra cosa. L’Italia ritornerà ad essere uno stato sovrano con la possibilità di una politica fiscale autonoma.

Quale sarà lo scenario?

Non lo sappiamo, ma non credo che con Tria, Moavero e Mattarella si possa uscire dai limiti imposti dal “fiscal compact”, per cui il primo scenario sarebbe quello più plausibile.

In ogni caso sia con lo scenario a, che con lo scenario b, restano forti dubbi di costituzionalità e di efficacia della nuova misura fiscale proposta.


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