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Decreto Energia: L’Italia sfida l’Europa sui costi ETS. La scossa necessaria per salvare l’industria
Il Governo prepara il Decreto Energia: via i costi ETS e di trasporto dal gas per abbattere le bollette di 4 miliardi. Ma lo scontro con Bruxelles sugli aiuti di Stato rischia di bloccare la riforma vitale per l’industria italiana.

L’economia reale non si nutre di buone intenzioni, né di soli obiettivi climatici. Si nutre, banalmente, di energia a prezzi accessibili. Il Governo italiano sembra aver recepito questa basilare realtà, mettendo a punto una riforma del mercato elettrico che promette di far tremare i polsi ai burocrati di Bruxelles. L’obiettivo? Rimuovere i costi dei permessi di emissione (il famigerato sistema ETS) e gli oneri di trasporto dalle bollette elettriche, disinnescando il meccanismo che da anni strangola la competitività dell’industria nazionale.
La mossa, filtrata in questi giorni sotto forma di bozza del nuovo “Decreto Energia”, ha già inviato onde d’urto sui mercati. I prezzi a termine dell’energia elettrica in Italia hanno registrato un calo di quasi il 15% in poche sedute. Un segnale inequivocabile: il mercato crede nella fattibilità tecnica della misura. Ma la vera partita, come spesso accade, non è tecnica, , ma squisitamente politica.
Il cortocircuito del prezzo marginale
Per comprendere la portata della riforma, è necessario fare un passo indietro e guardare a come si forma il prezzo dell’energia nel mercato europeo. Attualmente vige il cosiddetto “sistema del prezzo marginale”. In sintesi, l’ultimo megawattora necessario per soddisfare la domanda (spesso prodotto dalle costose centrali a gas) fissa il prezzo per tutti, anche per chi produce con il vento o con il sole a costi vicini allo zero, almeno apparentemente.
Le centrali a gas, per produrre, devono acquistare quote ETS per compensare la CO2 emessa. Negli ultimi sei anni, il costo di queste quote è quasi triplicato, attestandosi oggi intorno ai 70 euro per tonnellata, ma dopo aver toccato punte oltre i 100. Questo onere viene scaricato direttamente sul prezzo all’ingrosso dell’elettricità. Il paradosso? I consumatori italiani pagano l’energia verde al prezzo del gas tassato con gli ETS.
Il piano del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica interviene esattamente qui. Se ai produttori termoelettrici vengono rimborsati o stornati i costi ETS (circa 25-30 euro/MWh) e gli oneri di trasporto (circa 7 euro/MWh), il prezzo marginale crolla. Di conseguenza, si abbassa l’intera curva dei prezzi all’ingrosso.
Ecco come cambierebbe lo scenario:
| Componente del Mercato | Sistema Attuale (Marginale puro) | Nuovo Sistema Proposto (Decreto Energia) |
| Costo ETS e Trasporto | Inclusi nel prezzo di offerta delle centrali a gas. | Stornati dal gas e spostati/compensati a valle. |
| Prezzo all’ingrosso (PUN) | Altissimo, trainato al rialzo dai costi del gas. | Ridotto significativamente (stimato -15/20%). |
| Rinnovabili | Incassano extra-profitti vendendo a prezzo del gas. | Margini ridotti, allineati al nuovo prezzo marginale. |
| Beneficio per i consumatori | Nullo. | Risparmio stimato tra 3,5 e 4 miliardi di euro. |
L’industria ha bisogno di ossigeno, non solo di bonus
Il Governo prevede di affiancare a questa misura strutturale anche interventi tampone, come l’aumento del Bonus elettrico, con un contributo extra di 90 euro per il 2026. Si tratta di una misura politicamente comprensibile per proteggere le fasce più deboli, ma che non risolve il problema macroeconomico di fondo.
I bonus sono trasferimenti che pesano sulla fiscalità generale, aiutano le famiglie a pagare la bolletta, , ma non riducono il costo industriale della produzione. L’industria italiana paga l’elettricità il 20-25% in più rispetto ai concorrenti europei. Senza un taglio strutturale dei costi dell’energia, le imprese smettono di investire, riducono i margini, e alla fine delocalizzano o chiudono. Togliere gli ETS dal prezzo marginale è, da un punto di vista della politica industriale, una mossa non solo opportuna, , ma disperatamente necessaria per ripristinare condizioni di concorrenza minimamente accettabili.
L’elefante nella stanza: l’attesa di Bruxelles
Qui, però, si entra nel campo minato dei trattati europei. La bozza del decreto subordina l’entrata in vigore della riforma alla “preventiva autorizzazione della Commissione europea”. Il timore, fondato, è che l’Europa consideri questa compensazione come un aiuto di Stato illegittimo, o come un’indebita alterazione del mercato interno.
Ursula von der Leyen ha promesso una revisione del mercato, , ma i tempi europei (uno o due anni) sono incompatibili con le urgenze delle acciaierie o delle cartiere italiane, che chiudono i bilanci oggi, non nel 2028. L’attesa del via libera da Bruxelles farà perdere tempo prezioso. E l’interrogativo che aleggia sui tavoli romani è uno solo: che fare se Bruxelles dice no?
Se la Commissione dovesse porre il veto in nome della “purezza” del mercato ETS e della neutralità climatica al 2050, il Governo si troverebbe di fronte a un bivio drammatico. Accettare il diktat, condannando l’industria manifatturiera a un lento declino per asfissia energetica, oppure forzare la mano, aprendo una procedura d’infrazione pur di salvare l’economia reale.
La politica economica impone scelte. Il sistema attuale, che tassa la produzione per finanziare la transizione, ha dimostrato i suoi limiti recessivi. Se l’Italia vuole tornare a crescere, deve avere il coraggio di difendere questa riforma, ricordando a Bruxelles che senza industria non c’è nessuna transizione verde da finanziare, , ma solo disoccupazione da sussidiare.








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