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LA CURVA DI LAFFER HA QUARANT’ANNI: IL RETAGGIO DI UN’IDEA CONTROVERSA

 

di Stephen Moore,  26 dicembre 2014, dal Washington Post

Questo mese sono quarant’anni che due dei massimi consiglieri della Casa Bianca al tempo del Presidente Gerald Ford, Dick Cheney e Don Rumsfeld, si riunirono per una cena nel ristorante “I Due Continenti”, di Washington, con lo scrittore ed editorialista del Wall Street Journal Jude Wanninski e Arthur Laffer, ex economista capo all’Ufficio Amministrazione e Bilancio. Gli Stati Uniti erano nella morsa di una recessione che gli torceva le budella e Laffer insegnò ai suoi commensali che aliquote marginali del 70% delle tasse federali governative erano un pedaggio economico che rallentava la crescita fino a farla strisciare rasoterra.

Per rendere chiaro il suo concetto, afferrò una penna e un tovagliolo da cocktail e disegnò un grafico che mostrava che quando le aliquote fiscali divengono troppo alte, penalizzano il lavoro e gli investimenti e possono di fatto condurre a perdite di gettito  per il governo. Quattro anni più tardi, quel tovagliolo fu immortalato come “la Curva di Laffer” in un articolo che Wanniski scrisse per la rivista Public Interest (Wanniski più tardi brontolò, scherzando soltanto a metà, che avrebbe dovuto chiamarla la Curva di Wanniski).

Questa fu la prima sfida intellettuale, dopo la Seconda Guerra Mondiale, alla regnante ortodossia dell’economia keynesiana, la quale predicava che quando l’economia cresce troppo lentamente, il governo dovrebbe stimolare la domanda dei prodotti con aumenti di spesa. Il modello di Laffer obiettava che il primo problema è raramente la domanda – dopo tutto, le nazioni povere di domanda ne hanno moltissima – sono piuttosto gli impedimenti, sotto forma di pesanti tasse e di fardelli di regolamenti, per la produzione di beni e servizi.

Nei quattro decenni da allora, la Curva di Laffer, e il suo messaggio di  economia dell’offerta, hanno ricevute parecchie bastonature. Sono stati ridicolizzati come “trickle down economics” (aiuto alle imprese) e “voodoo economics” (stregoneria economica) (una frase coniata nel 1980 da George H.W.Bush) e [la curva è stata] screditata nei testi più letti di economia come teorie di “ciarlatani ed eccentrici”.  L’anno scorso, perfino Papa Francesco ha criticato le teorie dell’economia dell’offerta, scrivendo che esse “non sono mai state confermate dai fatti” e si basano su “una fede dura ed ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico prevalente”. E quest’anno, l’economista francese Thomas Piketty ha redatto un best seller di ritorno-al-futuro nel quale auspica un ritorno ai buoni vecchi tempi delle aliquote del 70% a carico dei ricchi.

Ma obietterei – e non soltanto perché Laffer è stato per lungo tempo un mio amico e mentore – che la sua teoria ha resistito bene durante questi quarant’anni. Forse i suoi critici dovrebbero essere chiamati negatori della Curva di Laffer.

Una solida prova a sostegno si ebbe durante gli anni di Reagan. Il Presidente Ronald Reagan adottò il messaggio della Curva di Laffer, dicendo agli Americani che quando da 70 a 80 centesimi di ogni nuovo dollaro guadagnato vanno al governo, è comprensibile che la gente si chieda: perché dovrei continuare a lavorare? Egli ricordava che, come attore a Hollywood, smetteva di far film in un dato anno una volta che aveva raggiunto le aliquote di confisca dello Zio Sam.

Quando Reagan lasciò la Casa Bianca, nel  1989, l’aliquota più alta era stata abbattuta dal 70% nel 1981 al 28% (persino senatori liberal come Ted Kennedy e Howard Metzenbaum votarono per quelle basse aliquote). E contrariamente alle accuse di stregoneria, i numeri del bilancio del governo mostrano che il gettito delle tasse aumentò da 517 miliardi  di dollari nel 1980 a 909 miliardi nel 1988, qualcosa come un cambiamento del 75% (il 25%, tenendo conto dell’inflazione). L’economista Larry Lindsey, partendo da dati IRS, ha documentato che le entrate ricavate dalla tassazione dei ricchi aumentarono più velocemente di così.

La politica fiscale di Reagan, e il taglio delle aliquote d’inflazione a due cifre, aiutò il lancio di uno dei più lunghi e più forti periodi di prosperità nella storia americana. Fra il 1982 e il 2000, la media industriale del Dow Jones aumentò fino a 11.000, partendo da meno di 800; il valore netto della nazione quadruplicò, fino a 44 trilioni di dollari partendo da 11; e gli Stati Uniti crearono pressoché quaranta milioni di nuovi posti di lavoro.

Critici come l’economista Paul Krugman obiettano che la rapida crescita durante gli anni di Reagan fu trascinata piuttosto dal convenzionale deficit spending keynesiano che dalla riduzione delle aliquote fiscali. Ma trent’anni più tardi il Presidente Obama ha provocato deficit come parte del pil due volte più grandi di quelli di Reagan, attraverso programmi di deficit spending keynesiano tradizionale, e l’economia, sotto Obama, è cresciuta ad una velocità che è stata la metà di allora.

L’economia dell’offerta non è mai stata soltanto costituita dall’abbattimento delle aliquote fiscali. Come Laffer mi disse in una recente intervista: “Noi abbiamo anche messo in evidenza una moneta solida, libero commercio e deregolamentazione. Era un pacchetto di riforme per rimuovere gli ostacoli per una più grande produzione economica”.

Ho chiesto a Laffer notizie dell’incremento economico mentre le aliquote fiscali crescevano, durante la presidenza di Clinton, cosa che I critici hanno citato come un ripudio delle teorie dell’economia dell’offerta. Laffer ha fatto notare che i tassi di tassazione su lavoro e sugli investimenti sono diminuiti, negli Anni Novanta. “Sotto Clinton abbiamo avuto la più grande riduzione di spese del governo in trent’anni, una delle più brusche riduzioni della tassa sui capital gains, un grosso taglio della tassa sui beni commerciati, grazie al NAFTA, e riforme del welfare che hanno drammaticamente aumentato gli incentivi per il lavoro. Naturalmente l’economia ha fatto grandi progressi”.

Riguardo alla preoccupazione che il taglio delle tasse con l’economia dell’offerta ha esacerbato le disuguaglianze di reddito: la vera storia degli Anni Ottanta e Novanta è stata quella di una mobilità economica verso l’alto. Dopo che gli introiti al netto delle tasse delle famiglie della middle class dal 1982 al 2005 salirono all’incirca del 30% (tenendo conto dei sussidi del governo e correggendo le cifre con l’inflazione) la classe media non si è contratta, è divenuta più ricca, benché l’ultimo decennio abbia poi visto un grande rovesciamento della tendenza.

Forse la più possente conferma della Curva di Laffer viene dalle molte nazioni, in tutto il mondo, che hanno inserito con successo nelle loro politiche fiscali l’economia dell’offerta. Le statistiche della Banca Mondiale rivelano che quasi ogni nazione – dalla Cina all’Irlanda e al Cile – ha aliquote fiscali inferiori oggi, rispetto agli Anni Settanta. L’aliquota media di tassa sul reddito, fra le nazioni industrializzate, è caduta dal 68% a meno del 45%. L’aliquota media delle tasse sulle società è caduta da quasi il 50% a un livello vicino al 25%, oggi. I leader politici hanno imparato da Reagan che in un mondo globalmente competitivo, il lavoro, e i capitali e la ricchezza tendono a migrare dai posti dove ci sono alte tasse a quelli in cui sono basse.

Questo legame vitale fra tasse basse e lavoro ha funzionato anche negli Stati Uniti. Ciò spiega perché, dal 2002 al 2012, il Texas, che non ha una tassa sul reddito, ha avuto un milione di immigranti domestici, mentre circa un milione e mezzo di americani hanno lasciato la California, col suo 12% di aliquota fiscale massima,  piuttosto che immigrarvi,

Val la pena di notare che vi è stato uno certo cambiamento nell’enfasi fra i sostenitori dell’economia dell’offerta. La Curva di Laffer originale illustrava che due aliquote fiscali conducevano ad un gettito zero: un’aliquota dello zero e un’aliquota del 100%, perché nessuno lavorerà se tutti i suoi guadagni gli sono tolti. Sì, in alcuni casi le aliquote fiscali possono divenire così alte che tagliandole si otterranno maggiori gettiti, non meno. Questo era chiaramente vero quando le aliquote sulla tassa sui capital gains furono abbattute negli anni Ottanta e Novanta, e quando nel 2004 il governo federale attuò un taglio della tassa sui rimpatri dei guadagni stranieri, che erano stati bloccati all’estero. Il reddito è aumentato in tutti questi casi. Ma oggi, anche il più ardente discepolo della Curva di Laffer non sostiene che tagliare le aliquote fiscali condurrebbe ad un aumento del reddito – eccetto nei casi estremi quando le aliquote sono nella zona assolutamente più alta della curva.

Noi sosteniamo risolutamente – e la storia è la nostra guida – che le [basse] aliquote fiscali sono uno stimolo per il settore privato che in molte circostanze farà ripartire la crescita e creerà posti di lavoro. Ed è un felice effetto secondario il fatto che questa crescita contribuirà a generare un gettito fiscale più alto, di quello che le  stime statiche del governo sempre sottostimano.

Ahimè, l’effetto della Curva di Laffer attualmente lavora contro gli Stati Uniti, riguardo alla tassazione delle imprese. La nostra tassa societaria, la più alta del mondo, di quasi il 40%, sta scacciando compagnie americane simbolo con Burger King e dozzine di altre fuori dal Paese alla ricerca di climi dove la tassazione è bassa e dove le aliquote sono alte la metà.

Perfino I liberali riconoscono involontariamente la verità della Curva di Laffer quando sostengono tassazioni più alte sul tabacco per scoraggiare il fumo o una nuova carbon tax per ridurre il riscaldamento globale. Se una carbon tax riduce le emissioni di Co2, perché è così difficile capire che più alte tasse sul lavoro o sugli investimenti conducono ad avere meno di queste cose?

Quando ho chiesto a Laffer se, quarant’anni dopo, vi è qualche punto di universale consenso riguardo alla Curva di Laffer, ha risposto: “Penso che oggi tutti siano d’accordo sulla premessa che, quando si tassa qualcosa, se ne ha di meno, e quando si tassa meno qualcosa, se ne ha di più”.

(Traduzione di Gianni Pardo)

http://www.washingtonpost.com/opinions/the-laffer-curve-at-40-still-looks-good/2014/12/26/4cded164-853d-11e4-a702-fa31ff4ae98e_story.html

steve.moore@heritage.org

Stephen Moore is chief economist at the Heritage Foundation and a co-author with Arthur Laffer of “An Inquiry Into the Nature and Causes of the Wealth of States.”

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