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Crollo delle esportazioni di petrolio dal Medio Oriente: lo Stretto di Hormuz bloccato taglia i flussi del 60%

Il blocco dello Stretto di Hormuz per il conflitto USA-Iran ha innescato uno shock storico: esportazioni crollate del 60% e stoccaggi galleggianti saturi. L’impatto sull’economia reale e i tagli alla produzione dei big petroliferi spiegati con i dati di Kpler e Vortexa.

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Come ampiamente prevedibile da chiunque abbia l’abitudine di consultare una carta geografica e conosca i fondamenti della geopolitica, il blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz sta presentando il conto all’economia globale. Con le operazioni belliche in corso tra Stati Uniti e Iran, il principale collo di bottiglia dell’energia mondiale è sostanzialmente chiuso, e i dati che emergono in questi giorni sono drammatici, ma del tutto logici e razionali rispetto alla situazione sul campo.

Secondo le ultime rilevazioni e i calcoli di Reuters riportate da BNNBloomberg, basati sui dati di tracciamento navale, le esportazioni giornaliere dal Golfo Persico hanno subito un tracollo di almeno il 60% nella settimana terminata il 15 marzo, rispetto ai volumi del mese di febbraio. Si tratta della più grande interruzione dell’offerta mai registrata storicamente.

In un’ottica macroeconomica, ci troviamo di fronte al più classico e violento shock dell’offerta. Quando un input fondamentale come il petrolio viene a mancare in queste proporzioni, l’impatto si trasmette immediatamente sui costi di produzione globali, generando un’inflazione da costi che comprime inevitabilmente la domanda aggregata. Un approccio rigorosamente keynesiano suggerirebbe che, di fronte a un simile colpo al sistema, saranno necessarie politiche di bilancio espansive per attutire la recessione imminente, ma per ora i mercati si limitano a incassare il colpo, con il greggio ai massimi degli ultimi quattro anni.

Stretto di Hormuz

I numeri del blocco navale 

Per comprendere l’entità tecnica della crisi, è sufficiente analizzare i numeri forniti dai principali operatori del settore marittimo. Le esportazioni di greggio, condensati e combustibili raffinati da otto Paesi chiave della regione si sono letteralmente inabissate.

Fonte Dati Export Febbraio Export Metà Marzo Calo Percentuale
Kpler 25,13 milioni bpd 9,71 milioni bpd -61%
Vortexa 26,10 milioni bpd 7,50 milioni bpd -71%

Prima dell’esplosione delle ostilità, l‘Arabia Saudita, il Kuwait, l’Iran, l’Iraq, l’Oman, il Qatar, il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti garantivano da soli il 36% delle esportazioni globali via mare. Ora, l’impossibilità di attraversare Hormuz obbliga i produttori non solo a cancellare le spedizioni, ma a chiudere fisicamente i rubinetti dei giacimenti.

Stoccaggi saturi e tagli alla produzione

Il petrolio che viene estratto e non esportato deve inevitabilmente finire da qualche parte. Secondo l’analista di Kpler, Johannes Rauball, lo stoccaggio galleggiante di greggio mediorientale ha già superato i 50 milioni di barili, un balzo enorme rispetto ai 10 milioni di barili fisiologici del periodo pre-guerra. Le superpetroliere si stanno trasformando in costosi e immensi serbatoi inerti.

Quando lo spazio di stoccaggio si esaurisce, l’unica opzione ingegneristica e commerciale è fermare le pompe. I tagli alla produzione sono già drastici:

  • Emirati Arabi Uniti: taglio superiore al 50% rispetto ai 3,4 milioni di barili al giorno pre-conflitto, complicato ulteriormente dai recenti attacchi con droni al porto di Fujairah.
  • Arabia Saudita: riduzione del 20%, grazie all’oleodotto Est-Ovest, che garantisce uno sbocco sul Mar Rosso.
  • Iraq: crollo vertiginoso del 70%, perché il Paese ha solo un limitato oleodotto funzionante in Kurdistan.

Complessivamente, si stima che le riduzioni totali in Medio Oriente si attestino tra i 7 e i 10 milioni di barili al giorno.

Le vie alternative: una necessaria ridefinizione logistica

Nonostante i toni catastrofistici di certa stampa, non tutto il petrolio è stato tagliato dal mercato. Una parte vitale dell’energia continua a scorrere, seppur con limitazioni. Restano operative le esportazioni dal porto saudita di Yanbu sul Mar Rosso, i flussi dell’Oman, le quote iraniane e alcune rotte superstiti degli Emirati.

Nel breve e medio periodo, sarà assolutamente necessaria una ridefinizione dei flussi logistici per aggirare l’ostacolo. Il mercato dovrà fare maggiore affidamento su infrastrutture alternative, come l’oleodotto curdo, o riorganizzare complesse reti di convogli terrestri per assistere a un limitato e progressivo recupero dell’export. Le cose stanno esattamente così, ed erano perfettamente prevedibili fin dalle prime avvisaglie di crisi, ma il conto dell’inefficienza geopolitica lo pagherà, come sempre, l’economia reale.

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