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Crisi energetica globale: lo scontro USA-Iran fa esplodere il gas. L’Asia e l’Europa tornano al carbone
Lo scontro USA-Iran blocca lo Stretto di Hormuz e il GNL del Qatar, innescando un nuovo shock energetico globale. L’analisi di Goldman Sachs e JPMorgan mostra come i prezzi folli del gas stiano costringendo Asia ed Europa a riaccendere le centrali a carbone per evitare la chiusura delle industrie.

Il fine settimana appena trascorso ha delineato i contorni di quella che si prospetta come la seconda, devastante, crisi energetica del decennio. Se la prima ondata è stata innescata dal conflitto russo-ucraino, l’attuale shock trae origine dalle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran. Un quadro che, a detta degli analisti, appare potenzialmente ancora più catastrofico per le filiere industriali globali.
L’epicentro di questo nuovo terremoto energetico è l’Asia. Le interruzioni del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz e i danni riportati dall’hub di esportazione del GNL (Gas Naturale Liquefatto) in Qatar stanno strangolando le forniture globali. La conseguenza economica, prevedibile e inesorabile, è l’impennata vertiginosa dei prezzi del gas naturale. Di fronte a questo scenario, gli operatori delle reti elettriche non hanno altra scelta: per mantenere i costi dell’energia a livelli sopportabili ed evitare il collasso industriale, si assiste a un massiccio e forzato ritorno al combustibile più inquinante ed economico a disposizione, ovvero il carbone.
La pragmatica legge della sopravvivenza economica si scontra con le agende della transizione verde. “Stiamo assistendo a un secondo, grandissimo shock dell’offerta energetica”, ha confermato Samantha Dart, esperta di materie prime di Goldman Sachs. La Dart ha giustamente sottolineato come l’Asia, colpita per la seconda volta in pochi anni, potrebbe rivedere radicalmente la propria strategia di lungo termine: affidarsi al carbone più a lungo, accelerare sulle rinnovabili, ma, soprattutto, ridurre l’esposizione al volatile mercato del gas naturale.
Le dinamiche del contagio sono state ben tracciate dagli esperti di materie prime di JPMorgan. L’onda d’urto, partita dall’Asia, è destinata ad allargarsi a macchia d’olio, investendo l’Africa e l’Europa, prima di raggiungere gli Stati Uniti (dove l’impatto potrebbe concentrarsi sulle fragili reti della California). Paesi come il Giappone stanno già riattivando le centrali a carbone, mentre India e Bangladesh ne stanno spingendo la capacità produttiva ai massimi livelli. Anche l’Europa, stretta nella morsa dei prezzi, potrebbe presto trovarsi costretta a bruciare più combustibili fossili pesanti.
Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), non ha usato mezzi termini, avvertendo che i prezzi elevati porteranno governi e industrie a cercare disperatamente altre opzioni, esercitando “una pressione al rialzo sull’uso del carbone, sia per la generazione di elettricità che per il settore industriale”. Infatti i prezzi del fossile stanno crescendo, anche se meno di quanto sta accadendo a petrolio e gas naturale:
L’analisi tecnica di Goldman Sachs sul benchmark europeo del gas, il TTF (Title Transfer Facility), illustra perfettamente questa dinamica di “fuel switching” (sostituzione del combustibile). Quando i prezzi del gas superano determinate soglie, diventa economicamente vantaggioso, se non vitale, passare ad altre fonti. Come evidenziato dai grafici della banca d’affari, gli attuali balzi di prezzo hanno già spinto le quotazioni nelle fasce di convenienza per la sostituzione.
Nello specifico, il mercato si muove attraverso diverse soglie di allarme:
- La fascia della lignite: il primo livello in cui il gas diventa troppo caro rispetto al carbone di bassa qualità.
- La fascia del carbon fossile (hard coal): il livello intermedio in cui la sostituzione diventa massiccia per la generazione elettrica.
- La fascia del petrolio industriale: la soglia critica in cui persino i derivati del petrolio diventano preferibili al gas per le industrie.
In questo scacchiere, la Cina appare in controtendenza, risultando più isolata dallo shock grazie a una pregressa e cinica diversificazione delle sue fonti di approvvigionamento, avendo mantenuto aperti i canali terrestri con la Russia e incrementato la propria produzione interna. L’Europa e le altre economie asiatiche, invece, fortemente dipendenti dal GNL mediorientale, si trovano scoperte.
Come ha avvertito Tony Knutson, specialista di Wood Mackenzie, questa interruzione “è un’alterazione più grande di quella della guerra russa”. Le nazioni prive di riserve di gas adeguate non avranno scelta: passeranno al carbone per non spegnere le macchine.
In un ironico scherzo del destino geopolitico, l’esortazione elettorale di Donald Trump, che prometteva di “rendere il carbone di nuovo grande” (make coal great again), si sta materializzando. Non, tuttavia, per una scelta politica consapevole, ma per la dura necessità imposta da un mercato energetico globale ormai perennemente in ostaggio delle crisi internazionali. E in economia, quando i costi di base esplodono, la teoria lascia sempre il passo all’istinto di conservazione.









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