Difesa

Crisi a Hormuz: la morsa di Trump sul Giappone e l’enigma della Takaichi

Gli USA chiedono agli alleati di inviare navi da guerra contro l’Iran. Per il premier giapponese Takaichi è una trappola diplomatica ed economica: in gioco c’è il 70% del petrolio nipponico e la Costituzione pacifista.

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Donald Trump è tornato a dettare la linea e, puntualmente, riprende a inviare il conto agli alleati. Con un perentorio messaggio sui social, il Presidente degli Stati Uniti ha chiesto a Giappone, Cina, Francia e Regno Unito di inviare navi da guerra nello Stretto di Hormuz. L’obiettivo formale è garantire il transito sicuro delle navi commerciali,  per garantire il libero e sicuro passaggio delle petroliere, gasiere e simili. Una richiesta che cade nel momento diplomaticamente più inopportuno per il Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi, attesa a Washington il 19 marzo per un vertice cruciale.

Il Giappone si trova stretto in una vera e propria morsa geopolitica ed economica. Da un lato c’è l’alleato americano, fondamentale per contenere le mire cinesi nel Pacifico, dall’altro c’è una drammatica dipendenza energetica. Circa il 70% del petrolio importato da Tokyo passa proprio per lo stretto di Hormuz. La chiusura de facto di questa arteria vitale sta già innescando un’inflazione da costi che rischia di strangolare l’economia nipponica.

Per mitigare lo shock sui prezzi del carburante, il governo giapponese ha dovuto adottare una misura di forte intervento statale, rilasciando riserve petrolifere strategiche pari a 45 giorni di fabbisogno nazionale. Si tratta dell’immissione più grande mai registrata, una mossa pragmatica e necessaria per sostenere la domanda interna ed evitare la paralisi produttiva, ma le riserve non sono infinite (il Giappone detiene stoccaggi per circa 254 giorni totali).

Sanae Takaichi è una leader di forte impronta conservatrice, nota per la sua linea rigorosa sulla difesa nazionale, ma questa specifica richiesta militare rappresenta per lei una sfida titanica e una potenziale trappola politica. La Costituzione pacifista giapponese vieta esplicitamente l’uso della forza per dirimere le controversie internazionali. Inviare cacciatorpediniere in una zona di guerra attiva, non per un’esercitazione, ma per scortare navi sotto il fuoco incrociato, sarebbe una grandissima novità storica per il Giappone del dopoguerra.

Cacciatorpediniere giapponese classe Maya – Wikipedia

Il quadro legale interno è complesso. Nel 2015, l’allora premier Shinzo Abe fece approvare una riforma della sicurezza che allargava le maglie dell’intervento delle Forze di Autodifesa (SDF). La legislazione prevede tre scenari di crisi, che riassumiamo di seguito:

Tipologia di Crisi Condizioni di attivazione Opzioni Militari per il Giappone
Minaccia per la sopravvivenza Rischio evidente per l’esistenza stessa della nazione e per la vita dei cittadini. Uso limitato della forza, operazioni di sminamento attive. Scontro diretto possibile.
Situazione di attacco armato Attacco militare diretto contro il territorio giapponese. Mobilitazione totale per la difesa nazionale.
Influenza importante Situazioni che, se ignorate, minaccerebbero la pace del Giappone. Supporto logistico alle truppe USA, ma senza l’uso della forza.

Casualmente il caso che si sta proponendo adesso venne discusso dieci anni fa: durante il dibattito del 2015, Abe teorizzò che un blocco iraniano di Hormuz, affamando energeticamente il Giappone, avrebbe potuto costituire una “minaccia per la sopravvivenza“, autorizzando l’invio di dragamine. Tuttavia, il contesto odierno è molto diverso, per due motivi:

  • non si tratta solo di dragare mine, ma di difendere navi commerciali da attacchi missilistici con fuoco vivo;
  • l’attuale conflitto in Medio Oriente è stato innescato da attacchi preventivi israelo-americani, non da un’aggressione iraniana non provocata.

Dichiarare oggi una “situazione di minaccia” significherebbe schierare il Giappone in un conflitto diretto contro Teheran. Questo distruggerebbe decenni di diplomazia amichevole e prudente che Tokyo ha sempre mantenuto con l’Iran, anche nei momenti di massima tensione internazionale.

Come suggerito da Takayuki Kobayashi, figura di spicco del Partito Liberal Democratico (LDP), la Takaichi dovrà prima di tutto capire le reali intenzioni di Trump, noto per le sue dichiarazioni mutevoli. L’opzione più probabile per il Giappone è prendere tempo. La premier potrebbe appellarsi ai rigidi vincoli costituzionali e proporre una mediazione logistica, promettendo di inviare i dragamine giapponesi solo a ostilità concluse per ripulire le acque. Fu esattamente ciò che Tokyo fece nell’aprile del 1991, dopo la prima Guerra del Golfo. Una vera e propria prova da funambolo per la Takaichi: non irritare l’alleato americano, proteggere l’economia nazionale dall’inflazione, ed evitare di farsi trascinare in una guerra altrui.

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