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L’Europa in prima linea: la corsa al riarmo a debito che arricchisce Washington

Un tempo si discettava amabilmente di “dividendi della pace”. Oggi, l’Europa ha definitivamente archiviato le illusioni post-Guerra Fredda per risvegliarsi nel pieno di una corsa agli armamenti che non si vedeva da quasi un secolo. Secondo il recente e dettagliato rapporto del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) relativo al periodo 2021-2025, il Vecchio Continente ha superato di slancio l’Asia e il Medio Oriente, diventando il principale importatore globale di sistemi d’arma.
Si tratta di una transizione epocale, un cambio di paradigma che, dal punto di vista strettamente macroeconomico, si traduce in una massiccia spesa pubblica a debito, la quale finisce per stimolare primariamente l’apparato industriale statunitense.
I numeri non lasciano spazio a interpretazioni consolatorie. Tra il 2016 e il 2020, l’Europa pesava per un modesto 12% sulle importazioni globali della difesa. Nel quadriennio 2021-2025, questa quota è letteralmente esplosa, raggiungendo il 33%.
| Area Geografica | Quota Import (2016-2020) | Quota Import (2021-2025) | Variazione Assoluta |
| Europa | 12% | 33% | +175% |
| Asia e Oceania | 42% | 31% | -26% |
| Medio Oriente | 32% | 26% | -18% |
Il motore di questo fervore bellico è, inevitabilmente, il conflitto russo-ucraino. L’Ucraina è balzata al primo posto mondiale tra gli importatori (passando dallo 0,1% al 9,7% del totale globale), ma è l’intero blocco europeo della NATO ad aver premuto l’acceleratore. Le importazioni dei 29 stati europei dell’Alleanza sono cresciute del 143%. La Polonia, sintomatica di questa sindrome da accerchiamento, ha visto un incremento dell’852%, assorbendo da sola il 17% di tutte le importazioni NATO europee. Al recente vertice dell’Aia del 2025, i paesi membri si sono addirittura impegnati a destinare il 5% del PIL alla difesa e alla sicurezza entro il 2035.
La vera questione, per chi osserva le dinamiche macroeconomiche, è la sostenibilità di questo sforzo fiscale. Storicamente, la spesa militare ha agito come un potente moltiplicatore keynesiano, capace di rilanciare la domanda aggregata e l’innovazione tecnologica interna. Affinché questo meccanismo funzioni a vantaggio del continente, tuttavia, i fondi dovrebbero irrorare la filiera industriale locale.
Nonostante la ridondante retorica del “Buy European”, i dati espongono un’amara realtà: ben il 58% degli armamenti acquistati dagli stati europei della NATO proviene dagli Stati Uniti. Per la prima volta in due decenni, la quota maggiore dell’export militare americano (38%) è sbarcata in Europa. L’esempio più lampante è l’onnipresente caccia F-35: alla fine del 2025, ben dodici nazioni europee avevano ordinato o preselezionato 466 di questi velivoli. In sintesi, l’Europa si indebita gravando sui propri bilanci nazionali, ma lo fa per finanziare e stimolare l’industria bellica d’oltreoceano. È un colossale trasferimento di ricchezza transatlantico, mascherato da necessità geopolitica.
Non manca un certo fermento tutto interno, ma con proporzioni ben diverse:
- Francia: consolida il secondo posto tra gli esportatori mondiali, passando dall’8,8% al 9,8% del mercato.
- Germania: supera la Cina, e diventa il quarto esportatore globale.
- Italia: registra un balzo notevole, con un +157% nell’export (dal 2,2% al 5,1%).
Questi lusinghieri risultati commerciali di Parigi e Roma, per quanto positivi per le rispettive bilance dei pagamenti, non sono sufficienti a compensare lo squilibrio strategico dell’intero blocco. Mentre la quota di mercato della Russia collassa (dal 21% al 6,8%), l’Europa si scopre vulnerabile e corre freneticamente ai ripari. Questa militarizzazione rapida chiude un’era di pace eccezionale, ma solleva interrogativi pesanti: l’indipendenza strategica, a quanto pare, non si compra sfogliando i cataloghi di Washington con la carta di credito del debito pubblico.








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