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Corso in relazioni internazionali: decima lezione. L’Europa dopo Bretton Woods

Regimi monetari in Europa dopo Bretton Woods

Dopo il crollo del sistema di Bretton Woods nel 1973, le principali valute del mondo- il dollaro statunitense, lo yen giapponese, la sterlina britannica e il marco tedesco- sono state dal quel momento in poi libere di fluttuare.
La libera fluttuazione tra le valute mondiali ha chiaramente permesso aggiustamenti dei tassi di cambio a seguito di shock macroeconomici.

Le valute europee e lo yen si sono deprezzate notevolmente sul dollaro agli inizi degli anni Ottanta, quando politiche monetarie restrittive e una politica fiscale espansionistica negli Stati Uniti provocarono un rapido apprezzamento del dollaro.

In risposta alle tensioni all’interno del sistema di Bretton Woods nel 1971, nel 1972 i governi europei adottarono il Serpente Monetario Europeo. Esso rappresentava il tentativo di mantenere i cambi fissi in Europa o quantomeno di limitare le fluttuazioni dei tassi di cambio tra i sei membri fondatori della Comunità Economica Europea (CEE): Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi.

All’interno del Serpente, la valuta di ogni Paese partecipante all’accordo poteva fluttuare rispetto alle altre valute all’interno di una banda di 2,25% attorno a un dato cambio. Questo sistema vincolava i tassi di cambio alle valute partecipanti, ma dopo il 1973 i tassi di cambio con le valute esterne al sistema fluttuavano liberamente. Inoltre, Irlanda e Regno Unito parteciparono sporadicamente al Serpente e anche la Svezia ne prese parte tra il 1973 e il 1977.

Gli anni Settanta si caratterizzarono per un’elevata frequenza di turbolenze economiche e dopo il primo shock petrolifero del 1973, il Serpente subì forti pressioni e negli anni seguenti i tassi di cambio dell’accordo furono modificati in diverse occasioni. Dopo il crollo di Bretton Woods il marco tedesco si apprezzò nei confronti del dollaro, il corrispondente deprezzamento del dollaro era dovuto in buona parte alla reazione dei massicci aumenti di offerta di moneta statunitense che accompagnarono la guerra del Vietnam; il franco francese e la lira italiana si deprezzarono moderatamente nei confronti del dollaro negli anni successivi.
L’effetto di questi sviluppi fu il deprezzamento delle valute dei Paesi europei più piccoli rispetto al marco tedesco, promuovendo così le condizioni più favorevoli per gli esportatori come Italia e Francia. Ciò però provocò una inflazione più elevata come prezzo di questi vantaggi competitivi rispetto alla Germania.

V’è da dire che la Bundesbank tedesca, avversa all’inflazione, ha sempre mantenuto come priorità l’inflazione bassa ed è riuscita a tenerla sotto controllo attraverso politiche monetarie restrittive.

Alla fine degli anni Settanta, molti Paesi furono colpiti dalla stagflazione, una situazione di elevata inflazione e di elevata disoccupazione. La cattiva salute dell’economia, i molti aggiustamenti dei cambi che si resero necessari all’interno del sistema e l’elevata volatilità dei tassi di cambio che ne seguì, mostrarono che il Serpente Monetario era stato un fallimento.

A questo punto si è deciso di progettare un regime di cambio che ha sostituito il Serpente Monetario, ovvero il meccanismo dei tassi di cambio (Exchange Rate Mechanism ERM) all’interno del Sistema Monetario Europeo.
L’accordo prevedeva che la valuta di ciascun Paese partecipante potesse fluttuare all’interno di una banda del 2,25% attorno a una parità centrale. Se si fosse ritenuto necessario un aggiustamento della parità centrale, i controlli sui capitali avrebbero protetto il sistema da attacchi speculativi.

Lo SME prevedeva la creazione di una unità di conto europea (ECU), una unità di conto derivata da un paniere di valute dei Paesi CEE, ponderato usando il commercio internazionale per determinarne i pesi. Lo SME inizialmente comprendeva i sei Paesi che lo avevano istituito con in più Danimarca e Irlanda.
In pratica, le banche centrali dei Paesi partecipanti dovevano acquistare o vendere valuta ogni volta che il tasso di cambio fosse sulla soglia del deprezzamento o dell’apprezzamento oltre i limiti imposti dall’ampiezza della banda. Quando un tasso di cambio si avvicinava ai limiti della banda, le banche centrali responsabili di tali valute erano reciprocamente responsabili dell’acquisto e della vendita di valuta in modo da mantenere il cambio entro i limiti.

I Paesi dell’ERM dovettero permettere alcuni riallineamenti durante la prima metà degli anni Ottanta, ma in generale il sistema funzionò fino alla riunificazione tedesca del 1990, evento che ne determinò la fine.
In primo luogo, la conversione del marco della Germania Est in marco della Germania Ovest indusse una forte espansione dell’offerta monetaria tedesca. Inoltre, i trasferimenti e gli investimenti pubblici in Germania Est stimolarono l’economia.
Temendo il surriscaldamento dell’economia e un’elevata inflazione, la Bundesbank aumentò i tassi di interesse. Per difendere i tassi di cambio fissi, le altre banche centrali all’interno dell’ERM furono costrette ad aumentare a loro volta i tassi di interesse e queste spinse in recessione alcune economie già vulnerabili.
La situazione divenne insostenibile anche per via della rimozione graduale dei controlli sui capitali e dopo una serie di attacchi speculativi nel 1993 le bande di oscillazione dello SME furono significativamente ampliate con oscillazione del +/- 15%.

La guerra del Vietnam è l’evento forte dietro all’ampia aumento di offerta di moneta statunitense che determinò la fine del sistema di Bretton Woods; la riunificazione tedesca invece, spinse la Bundesbank ad aumentare i tassi di interesse e a decretare la fine dell’ERM. Entrambi gli eventi possono essere visti come esempi di shock asimmetrici, ovvero che influenzano le economie in modo diverso. Questi shock asimmetrici rappresentano una seria minaccia per i membri di un’unione valutaria perché la reazione di politica monetaria che sarebbe ottimale per un Paese colpito dallo shock molto probabilmente non sarebbe tale in Paesi che non ne sono colpiti.

Trasformazione e crisi dell’economia mondiale

La caduta del muro di Berlino nel 1989 ha segnato l’inizio della fine dell’impero sovietico i cui Paesi alla fine avrebbero adottato strutture di mercato e sarebbero entrati nell’economia mondiale. Allo stesso tempo la Cina continuava un processo graduale di riforme orientate al mercato che era iniziato nel 1978, riforme che stavano portando a una rapida crescita e modernizzazione. Questi cambiamenti simultanei avrebbero aumentato enormemente la dimensione dell’economia mondiale e la forza lavoro nel corso del secolo.

La crisi in Europa e in Asia.
La riunificazione dell’Est con l’Ovest in Germania il 1 luglio 1990, fece esplodere le pressioni inflazionistiche. La risposta monetaria restrittiva della Germania alle pressioni inflazionistiche interne portò a un rallentamento della crescita nei altri partner SME (che fissavano il proprio tasso di cambio alla valuta tedesca di quel periodo, il marco tedesco (DM)), molti dei quali non stavano sperimentando un problema di crescita dell’inflazione come la Germania. Le pressioni asimmetriche che emersero portarono a un massiccio attacco speculativo sulle parità fissate all’interno del sistema.

L’inflazione giapponese crebbe nel 1989, in parte anche a causa della politica monetaria espansiva dal 1986 al 1988 introdotta per evitare un ulteriore apprezzamento dello yen dopo il forte aumento avutosi precedentemente. Due sintomi molto evidenti di queste pressioni erano i prezzi in vertiginosa crescita per gli immobili e per le azioni giapponesi. La strategia della banca del Giappone di sgonfiare queste bolle sui prezzi delle azioni attraverso una politica monetaria restrittiva e alti tassi di interesse ebbe successo, e l’indice Nikkei della borsa di Tokyo perse più della metà del suo valore tra il 1990 e il 1992.

Sfortunatamente, la rapida caduta dei prezzi delle attività mise in crisi il sistema bancario giapponese e agli inizi del 1992 spinse l’economia in recessione.
La crescita giapponese riprese nel 1996, ma il governo, preoccupato da un crescente debito pubblico, aumentò le imposte. L’economia rallentò nel 1997, i profondi e diffusi problemi delle istituzione finanziarie giapponesi vennero a galla e lo yen subì un brusco calo, con uno straordinario aumento del tasso di cambio da 80 yen per dollaro del 1995 a 145 yen per dollaro nel 1998, prima di ridursi.
Tuttavia nel 1998 l’economia giapponese sembrava in caduta libera, con un Pil in contrazione, prezzi in discesa e il più alto livello di disoccupazione mai registrato in più di quarant’anni. In effetti la deflazione e la stagnazione del Giappone continuarono, con piccole interruzioni, per il decennio successivo.

Alla fine degli anni Novanta, i problemi dell’economia giapponese influenzarono i paesi in via di sviluppo dell’Asia Orientale: questi Paesi fissavano il tasso di cambio al dollaro statunitense e lo mantenevano in un intervallo predefinito, per cui essendo legate al dollaro, le valute asiatiche si apprezzarono nei confronti dello yen quando questo perse valore contro il dollaro. Da un lato subivano l’effetto diretto della minor crescita del Giappone sulla domanda di importazioni e dall’altro rilevavano che le proprie esportazioni erano più care sui mercati internazionali.
Il risultato finale fu una serie di attacchi speculativi sulle valute asiatiche e le economie di questi stessi Paesi caddero in profonde recessioni.

Anche la Russia in quegli anni si dichiarò inadempiente sui propri debiti interni ed esteri, aumentando il nervosismo degli investitori internazionali e il caos finanziario interno.
Il timore di una depressione globale spinse a una serie di riduzioni sul tasso di interesse da parte della Federal Reserve a fine 1998, e a un taglio dei tassi per la prima volta coordinato dagli 11 Paesi europei che si stavano preparando ad abbandonare le proprie valute nazionali nel 1999 in favore dell’euro. Queste misure aiutarono a evitare un tracollo economico globale.

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