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Consigli non richiesti alla Meloni di Marco Porcio Catone
Giorgia Meloni tra record di durata e necessità di rilancio: perché un nuovo governo (senza crisi) è la mossa necessaria per superare l’immobilismo e blindare la legislatura.

C’è una virtù antica, che la Roma repubblicana considerava fondamento dell’azione pubblica: la capacità di distinguere tra le aspirazioni personali e l’interesse dello Stato. Raramente coincidono. Ed è proprio in questa distanza che si misura la statura di chi governa.
Giorgia Meloni ha dimostrato qualità che neppure i suoi avversari più ostinati contestano davvero, pur continuando – in pubblico – a esercitare fino in fondo il loro ruolo di opposizione. Ha restituito all’Italia uno spessore internazionale in una fase in cui, nello scenario globale, le leadership appaiono sempre più rare e incerte. In questo contesto ha saputo imprimere una direzione e mantenere coesione senza smarrire il controllo della rotta. È un dato politico oggettivo. E tuttavia non sufficiente.
Perché la solidità del vertice non può compensare indefinitamente le fragilità del resto della compagine. Ed è qui che si colloca il nodo essenziale, ormai evidente: una parte non marginale della classe dirigente che compone l’attuale esecutivo non appare adeguata alle sfide del presente. Non per una generica inadeguatezza, ma per limiti strutturali di competenza, visione e statura istituzionale. Ignorare questo punto, per ragioni di equilibrio o convenienza, significa trasformare una difficoltà correggibile in un errore strategico.
È comprensibile – e in fondo umano – aspirare a lasciare un segno nella storia anche attraverso la durata della propria esperienza di governo, ormai seconda soltanto a quella di Silvio Berlusconi. Ma la storia non è un esercizio cronologico: non premia chi resiste, premia chi incide. Il rischio, oggi, è che la ricerca del primato temporale finisca per comprimere l’urgenza di una svolta sostanziale.
I segnali, del resto, sono già visibili. Il rapporto con l’elettorato si è fatto meno compatto e, proprio tra coloro che avevano accordato fiducia, si avverte un’inquietudine crescente. Il passaggio referendario lo ha dimostrato con chiarezza: governare non basta, occorre convincere e, soprattutto, mantenere. A un anno dalle elezioni, il tempo non consente rinvii. È il momento in cui si determinano gli esiti.
In quest’anno di fine legislatura, le sfide non mancano: dalla perdurante instabilità globale alle tensioni energetiche – che non a caso tornano a manifestarsi ciclicamente – fino ai possibili riflessi sociali che tali dinamiche possono generare. Fratture profonde possono riemergere nel tessuto del Paese. Ed è proprio in questo contesto che un esecutivo non pienamente all’altezza, non rafforzato in ogni sua componente, rischia di trasformarsi in un vulnus, in una costante spina nel fianco della stessa azione di governo. Per questo il consiglio – non richiesto, ma necessario – è uno solo: esercitare fino in fondo la responsabilità della leadership.
Non con un rimpasto formale, che al Colle difficilmente sarebbe ben accolto, ma con una revisione profonda della squadra di governo: un atto netto, leggibile e comprensibile, capace di restituire slancio all’azione dell’esecutivo e fiducia al Paese.
Ma anche – e soprattutto – con un rilancio programmatico all’altezza delle mutate esigenze del Paese: una discontinuità chiara, non solo nelle persone ma negli indirizzi, capace di ridefinire priorità e strumenti alla luce delle sfide attuali. Un nuovo impianto di governo, coerente e mirato, costruito su un programma riformulato con precisione sulle necessità dell’Italia di oggi e sulle aspettative legittime dei cittadini, che da questo Paese esigono risposte adeguate al suo rango e alla sua Storia.
È in questo quadro che diventerebbe finalmente possibile disporre di una squadra capace di assumere decisioni incisive e anche coraggiose, a sostegno delle famiglie e del sistema produttivo, distinguendosi nettamente dall’inerzia che troppo spesso caratterizza l’azione dell’Unione Europea. È esattamente ciò che cittadini e imprese si attendono da un governo pienamente operativo: non dichiarazioni, ma atti; non intenzioni, ma risultati.
La via istituzionale è semplice e perfettamente praticabile: salire al Quirinale, rassegnare le dimissioni e, contestualmente, accettare un nuovo mandato, presentando una nuova compagine ministeriale, espressione della medesima e solida maggioranza parlamentare. Il tutto da compiersi in meno di ventiquattr’ore, senza soluzione di continuità.
Non una crisi, dunque, ma un atto di governo. Non un arretramento, ma una scelta di forza. E soprattutto, una squadra finalmente all’altezza: personalità di comprovato profilo, che il Paese – è bene ricordarlo – non ha mai smesso di esprimere. Non figure che evochino, anche solo lontanamente, la stagione dei governi tecnici, di cui francamente non si avverte alcuna nostalgia, ma figure capaci di tradurre in modo coerente ed efficace la linea politica da lei stessa indicata.
In un’Europa attraversata da governi fragili, sostenuti da maggioranze esili ed eterogenee, un passaggio di questa natura segnerebbe una discontinuità evidente: stabilità vera, non apparente; autorevolezza, non semplice permanenza. Questo sarebbe il risultato da consegnare alla storia. Non il computo dei giorni, ma la qualità delle decisioni.
Sul fronte opposto, del resto, il cosiddetto “campo largo” appare più una formula evocativa che una reale alternativa di governo: attraversato da rivalità interne, ambiguità strategiche e diffidenze reciproche, fatica a tradursi in una proposta credibile e coesa. Più un’ipotesi da dibattito che una prospettiva concreta.
Giorgia Meloni, sul piano personale, non ha oggi pertanto rivali evidenti in grado di eguagliarne la capacità di guida. Ed è proprio per questo che non può permettersi di essere limitata dalla qualità della propria squadra né dalla timidezza delle scelte. Il potere si conserva solo quando sa rinnovarsi. Tutto il resto è semplice gestione del declino. Meglio allora scegliere il momento del cambiamento, che subirlo.
Ed è proprio questa, paradossalmente, la via più solida per conquistare un altro primato: non quello della durata, ma quello ben più rilevante di guidare il Paese anche nella prossima legislatura. Non è il tempo a fare la storia. È il coraggio di cambiarla.







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