Economia

Conflitto in medio oriente: polo petrolchimico dell’Isab in Sicilia diventa strategico

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L’escalation militare nel Golfo Persico continua ad agitare i mercati energetici mondiali e a spingere verso l’alto il prezzo del petrolio, mentre cresce l’incertezza sulle rotte di approvvigionamento globali. In questo scenario, la Sicilia appare per il momento relativamente protetta dal punto di vista delle forniture dirette di greggio, ma non potrà comunque sottrarsi alle conseguenze economiche e commerciali di una crisi energetica internazionale sempre più profonda.

L’attenzione degli operatori del settore resta concentrata sullo stretto di Hormuz, il passaggio marittimo tra la penisola arabica e l’Iran attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Il blocco o la limitazione del traffico in quell’area, dovuto al conflitto che vede contrapposti Stati Uniti, Israele e Iran, ha già provocato forti scossoni nelle borse energetiche internazionali, facendo impennare le quotazioni del greggio. Nei giorni scorsi il prezzo del petrolio ha raggiunto il livello più alto dell’anno, superando gli 80 dollari al barile, mentre solo poche sedute prima si attestava poco sopra i 72 dollari. Un aumento repentino che riflette i timori dei mercati per possibili interruzioni dell’offerta globale. Il nodo principale riguarda infatti la disponibilità di materia prima: secondo i dati diffusi da Unem, l’Unione delle energie per la mobilità, quasi il 49 per cento delle riserve mondiali di petrolio si trova nell’area del Golfo.

Nonostante questo scenario, la Sicilia – almeno nell’immediato – non sembra destinata a subire effetti diretti sulla disponibilità di carburanti. Le due grandi raffinerie dell’isola, ISAB a Priolo Gargallo e Sonatrach ad Augusta, che riforniscono l’intero territorio regionale e una quota significativa del mercato nazionale, non dipendono infatti in modo rilevante dal greggio proveniente dal Medio Oriente o dalle rotte che attraversano Hormuz.

A chiarire il quadro è Gian Piero Reale, presidente di Confindustria Siracusa, territorio che ospita il più grande polo petrolchimico italiano. «Nel settore della raffinazione gli acquisti di petrolio avvengono con programmazione mensile – spiega – e gli impianti dispongono normalmente di una autonomia di almeno trenta giorni. Questo significa che eventuali contraccolpi immediati possono essere assorbiti senza particolari difficoltà».

Le raffinerie siracusane di ISAB, infatti, si riforniscono principalmente da altre aree produttive. Gran parte del greggio lavorato negli impianti della provincia di Siracusa proviene infatti da Azerbaigian e Kazakistan, mentre una parte dei flussi energetici arriva attraverso infrastrutture terrestri e marittime alternative che bypassano il Golfo Persico. In alcuni casi il petrolio viene trasferito tramite oleodotti che collegano l’Arabia Saudita al Mar Rosso e all’Egitto, riducendo ulteriormente la dipendenza dalle rotte più esposte alla crisi.

A rassicurare sul tema dell’Isab, ci ha pensato anche il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso che in un intervista ha rivendicato l’importanza della decisione del governo ad inizio legislatura di slavare il polo dalla chiusura.” Il polo di Priolo, con l’Isab, l’abbiamo messo in sicurezza nei primi giorni della legislatura, quando tutti ritenevano che chiudesse e i lavoratori si erano quasi rassegnati a fronte del meccanismo delle sanzioni nei confronti che sarebbero scattate pochi giorni dopo il nostro insediamento al governo “In questi anni – ha aggiunto – abbiamo mantenuto la rotta e garantiamo che quel polo continuera’ a produrre perche’ abbiamo l’esercizio della golden power in corso”. 

Lo stabilimento di Priolo, tra i più grandi poli di raffinazione d’Europa, è stato per mesi al centro delle preoccupazioni del Governo e del territorio. Le sanzioni internazionali nei confronti di Mosca, introdotte dopo l’invasione dell’Ucraina, avevano reso difficili i rapporti bancari e l’approvvigionamento di greggio, minacciando la chiusura dell’impianto e mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro tra diretti e indotto.

Per evitare una crisi industriale e occupazionale, l’Italia aveva inserito l’impianto, che garantisce circa il 20% della capacità di raffinazione nazionale tra gli asset strategici nazionali e attivato il golden power, affiancandolo a un decreto-legge specifico che ne garantisse la continuità operativa. Nel marzo 2023 la Lukoil ha infine ceduto Isab alla società cipriota GOI Energy, parte del gruppo Argus New Energy, per una cifra stimata intorno a 1,5 miliardi di euro. L’operazione è stata autorizzata dal Governo a condizione che venissero rispettati alcuni principi fondamentali: tutela dei livelli occupazionalicontinuità della produzione per il fabbisogno energetico nazionale e un piano di investimenti per la decarbonizzazione e la riconversione ambientale del sito.

Urso aveva allora chiarito che l’esecutivo «non intende nazionalizzare la raffineria, ma vigilerà affinché il nuovo proprietario rispetti gli impegni assunti e mantenga l’Isab in funzione».

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