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Economia

Con escalation commerciale tra Usa ed Ue, contrazione del 8% dell’ export italiano nel 2026

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L’atteggiamento assai prudente di Giorgia Meloni, che sta cercando, nell’ultima diatriba scoppiata tra Trump e gli europei sui dazi per la Groenlandia,  di fare da mediatrice tra i falchi come Macron e quelli invece più ragionevoli come il cancelliere Friederich Merz e la stessa presidente della commissione Ursuila Von der Leyen. Giorgia Meloni non sta facendo come qualcuno vuol far credere, la valletta di Trump. ma giustamente sta cercando di difendere gli interessi in gioco del nostro paese, che subirebbero un enorme danno da una escalation commerciale tra le due sponde dell’Atlantico.

L’eventuale escalation commerciale tra Unione europea e Stati Uniti, infatti, corre il rischio di avere un impatto significativo sull’export italiano verso il mercato americano, stimato in una contrazione compresa tra il 3% e l’8% nel 2026 nello scenario di ritorsioni tariffarie incrociate. L’impatto sull’Italia sarebbe particolarmente rilevante perché gli Stati Uniti rappresentano circa il 10% delle esportazioni italiane complessive, con un valore che nel 2024 si è collocato nell’ordine dei 65–70 miliardi di dollari. Una riduzione anche limitata dei flussi commerciali avrebbe quindi effetti non marginali su fatturato, produzione e occupazione in diversi comparti ad alta vocazione export.

Questo almeno è quanto emerge da un report del Centro studi Unimpresa, che analizza gli effetti economici delle possibili contromisure Ue sui dazi annunciati da Washington.

Nel dettaglio, lo scenario “soft”, basato su contro-dazi Ue con aliquota media intorno al 10% su un paniere di importazioni statunitensi, produrrebbe un impatto diretto relativamente contenuto sull’export italiano, più concentrato sui costi di approvvigionamento e sull’incertezza delle filiere.

Più critico lo scenario “hard”, con dazi medi al 25% e una probabile risposta americana mirata ai beni europei, che potrebbe colpire in modo selettivo settori simbolo del made in Italy come meccanica strumentale, agroalimentare, moda e beni di consumo di fascia medio-alta. «Il rischio principale non è solo l’effetto immediato dei dazi, ma la durata dell’incertezza: una tensione prolungata potrebbe spingere le imprese statunitensi a riorganizzare le catene di fornitura e le aziende italiane a rivedere strategie commerciali e investimenti, con il pericolo di una perdita strutturale di quote di mercato. Per un Paese esportatore come l’Italia, una guerra commerciale anche parziale tra Ue e Usa avrebbe costi economici superiori ai benefici di breve periodo. Per questo è essenziale che la risposta europea mantenga fermezza sul piano politico, ma lavori in parallelo per una rapida de-escalation negoziata, tutelando imprese e occupazione. In assenza di un accordo, l’effetto complessivo sul biennio 2026–2027 potrebbe tradursi in un freno alla crescita dell’industria orientata all’export, mentre una soluzione diplomatica consentirebbe un recupero dei flussi già dal 2027, limitando i danni a una fase transitoria» commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.

Il contesto geopolitico (e in particolare l’elemento “coercitivo” percepito dall’Europa) spinge Bruxelles a ragionare non solo in termini di ritorsione tariffaria, ma di deterrenza: dimostrare che la politica commerciale europea dispone di strumenti per alzare il costo di un’escalation. È qui che si colloca l’ipotesi di utilizzare, o anche solo rendere credibile, l’Anti-Coercion Instrument, in vigore dal 27 dicembre 2023, che amplia il perimetro delle possibili contromisure oltre i soli dazi sui beni. Il rischio economico non sta solo nell’aliquota di dazio applicata su singoli prodotti, ma nel cambio di regime: da un commercio transatlantico governato da regole prevedibili a un commercio condizionato da shock politici, con volatilità normativa, rischio di rinegoziazione dei contratti e frizioni sulle catene del valore. In questo scenario, la variabile più importante diventa la durata dell’incertezza: poche settimane di tensione hanno un costo gestibile; diversi trimestri di scontro possono incidere su investimenti, supply chain e prezzi.

Sul piano dei beni, l’Ue presenta un surplus rilevante: nel 2024 l’Unione ha esportato verso gli Usa 531,6 miliardi di beni e ne ha importati 333,4 miliardi, con un saldo di 198,2 miliardi. Sul piano dei servizi, la fotografia si ribalta: gli scambi complessivi sono stimati in area 817 miliardi nel 2024, con import Ue di servizi dagli Usa per 482,5 miliardi ed export Ue verso gli Stati Uniti di 334,5 miliardi. Questa doppia asimmetria spiega due elementi centrali. Primo: una ritorsione americana concentrata sui beni europei colpisce un flusso grande e politicamente sensibile per molti Stati membri. Secondo: l’Europa, se decide di salire di livello, può teoricamente esercitare leva anche sui servizi (digitale, cloud, piattaforme, appalti, condizioni di accesso al mercato), cioè sul terreno dove gli Stati Uniti hanno una posizione commerciale più forte. È precisamente l’architettura di deterrenza che lo strumento anti-coercizione rende possibile, almeno in astratto.

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