Regno Unito

Chagos, lo sbarco degli esuli beffa Londra: la lezione di realpolitik e il sogno dell’associazione con gli USA

Esuli delle Chagos sbarcano nell’arcipelago: sfida aperta al governo Starmer. Chiedono di restare britannici e invocano il supporto di Trump contro la cessione a Mauritius.

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Mentre a Londra si cercava di giustificare l’investimento di miliardi di Sterline per regalare le isole Chagos, dove si trova la base USA di Diego Garcia, al governo delle Mauritius, un fatto esterno rischia di mandare in corto circuito tutta la politica estera filocinese di Keir Starmer.

Un gruppo di esuli chagossiani, guidato dal primo ministro eletto del governo in esilio Misley Mandarin, ha forzato la zona di esclusione ed è sbarcato su Île du Coin, nell’atollo di Peros Banhos. Non si tratta di una gita turistica. Equipaggiati con terminali Starlink e provviste, i discendenti degli abitanti hanno dichiarato di essere tornati per restare, issando la Union Jack e, ironia della sorte, indossando cappellini con la scritta Make Britain Great Again. Perché non hanno nessuna intenzione di diventare abitandi delle Mauritius

L’assurdità economica del piano Starmer-Mauritius

Per comprendere la portata della sfida, dobbiamo fare un passo indietro all’accordo siglato lo scorso maggio. Il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha accettato di cedere la sovranità delle Isole Chagos alle Mauritius. In cambio, il Regno Unito affitterà la propria base militare di Diego Garcia per i prossimi 99 anni, a un costo stimato di oltre 30 miliardi di sterline.

Da un punto di vista strettamente economico e di dottrina keynesiana applicata alla spesa pubblica, l’operazione lascia interdetti. Lo Stato britannico si impegna a pagare una rendita colossale a un Paese terzo (Mauritius) per utilizzare un territorio che, di fatto, controllava legalmente dal 1814. La spesa pubblica, in un’ottica keynesiana, dovrebbe generare moltiplicatori interni, sviluppare infrastrutture o garantire la sicurezza nazionale in modo efficiente, ma in questo caso si traduce in un mero trasferimento di ricchezza verso Port Louis per sanare un senso di colpa post-coloniale.

I chagossiani, espulsi tra il 1967 e il 1973 per fare spazio alla base congiunta anglo-americana, non ci stanno. Quasi 10.000 di loro vivono oggi nel Regno Unito, e la loro posizione è chiara: “Sono nato in esilio a Mauritius, non è il mio Paese e non sono mauriziano”, ha tuonato Mandarin.

Che cos’è l’accordo di “Associazione” e perché i Chagossiani lo vogliono

Qui entra in gioco il vero nodo politico della questione. I chagossiani non chiedono semplicemente di tornare alle loro capanne in rovina, ma stanno avanzando una proposta politica sofisticata, che guarda direttamente a Washington. Rifiutando la sovranità di Mauritius, i nativi puntano a un modello di Libera Associazione (o Stato Associato), un istituto ben noto nel diritto internazionale.

Posizione delle isole Chagos

Il concetto di associazione prevede che un micro-Stato ottenga l’autogoverno e la piena sovranità interna, ma deleghi la politica estera e la difesa a una nazione più grande e potente. È il modello che lega, ad esempio, le Isole Cook alla Nuova Zelanda, o gli Stati Federati di Micronesia e le Isole Marshall agli Stati Uniti d’America e che probabilmente Trump vorrebbe allargare alla Groenlandia.

Per le Chagos, un accordo di libera associazione con gli USA (o con il Regno Unito) si tradurrebbe in un vantaggio reciproco enorme:

  • Per i Chagossiani: Garanzia di sicurezza assoluta, autonomia amministrativa e, soprattutto, l’accesso a massicci fondi di compensazione e aiuti economici diretti da parte del Pentagono per l’affitto della base, bypassando l’intermediazione (e i prelievi) di Mauritius.
  • Per gli Stati Uniti (e l’amministrazione Trump): Il controllo perpetuo e incontestato di Diego Garcia, senza il rischio che Mauritius – un Paese che ha mostrato crescenti aperture commerciali e diplomatiche verso la Cina – possa un domani usare la propria sovranità per rinegoziare i termini o far pressioni a favore di Pechino.

In sintesi, i nativi stanno offrendo agli USA di Donald Trump un affare d’oro: “Riconosceteci, e la base sarà vostra per sempre”. Un approccio di pura realpolitik che fa impallidire le contorte architetture legali di Downing Street.

Il dilemma strategico e l’ombra cinese

La mossa dei coloni, supportata dall’ex deputato e ufficiale dell’esercito Adam Holloway, mette Starmer in un angolo. Holloway ha definito l’accordo con Mauritius una “stupidità catastrofica” in un’era di giochi di potere globali. E non ha torto. La base di Diego Garcia è il perno della sicurezza occidentale nel quadrante indo-pacifico.

Ecco un quadro riassuntivo delle opzioni sul tavolo:

Scenario Sovranità Vantaggi Rischi e Svantaggi
Accordo Starmer Mauritius Fine formale del contenzioso ONU. Costo enorme (£30 mld), rischio ingerenze cinesi, violazione dei diritti dei nativi.
Libera Associazione Chagossiani (delegata a USA/UK) Base blindata per l’Occidente, nativi soddisfatti, costi diretti inferiori. Necessità di annullare l’accordo con Mauritius, scontro diplomatico all’ONU.
Status Quo (Pre-accordo) Regno Unito Controllo totale. Pressioni internazionali e cause legali continue.

Il governo britannico si trova ora di fronte a cittadini che sventolano la Union Jack e chiedono di restare sudditi di Re Carlo III, ma che minacciano di denunciare qualsiasi tentativo di sgombero come un nuovo “crimine contro l’umanità”. Intanto però pare che le pattuglie britanniche stiano dando la caccia ai chagossiani ed abbiano intimato loro lo sfratto, che ovviamente questi rifiutano:

La diplomazia ha cercato di cancellare la geografia e la storia con un tratto di penna, ma la storia è tornata a bussare alla porta. Resta da capire se Londra avrà la lucidità tecnica di riconsiderare una spesa inutile e un rischio strategico inaccettabile, o se preferirà ignorare i legittimi “padroni di casa” per compiacere le aule dei tribunali internazionali.

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