Cultura

Caffè e salute cognitiva: perché la tazzina quotidiana è un investimento a lungo termine

Uno studio di Harvard e MIT durato 40 anni conferma: bere 2-3 caffè al giorno riduce del 18% il rischio di demenza e migliora le funzioni cognitive. Tutti i dettagli della ricerca pubblicata su JAMA.

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In un’epoca in cui l’inflazione erode il potere d’acquisto e le dinamiche demografiche mettono sotto pressione i sistemi sanitari occidentali, esiste una variabile a basso costo che sembra offrire dividendi inaspettati: il caffè. Non parliamo però di una semplice abitudine sociale, ma di un presidio per la salute del capitale umano. Un recente e imponente studio pubblicato su JAMA il 9 febbraio 2026, condotto da ricercatori di Harvard, del MIT e del Mass General Brigham, getta una luce analitica e rassicurante su una delle bevande più amate (e discusse) al mondo.

I numeri del benessere: 40 anni di osservazione

La ricerca non è il solito studio osservazionale di breve respiro. I dati provengono da due dei più longevi e autorevoli database epidemiologici americani: il Nurses’ Health Study (NHS) e l’ Health Professionals Follow-up Study (HPFS). Parliamo di un campione di ben 131.821 individui, seguiti per un arco temporale che arriva fino a 43 anni.

Durante questo periodo sono stati documentati 11.033 casi di demenza. Incrociando le abitudini di consumo con l’incidenza della patologia, i ricercatori hanno estratto dati che farebbero invidia a un analista di mercato per precisione e solidità.

Il “Dividend Yield” della Caffeina: i risultati principali

Il dato centrale è inequivocabile: un elevato consumo di caffè caffeinato è significativamente associato a un minor rischio di demenza. Chi consuma regolarmente caffeina mostra non solo una protezione contro le patologie neurodegenerative gravi, ma anche una migliore tenuta delle funzioni cognitive soggettive.

Ecco una sintesi dei risultati emersi dal confronto tra i consumatori più assidui e quelli occasionali:

Parametro Risultato (Quartile Alto vs Basso)
Rischio di Demenza Riduzione del 18% (Hazard Ratio 0.82)
Declino Cognitivo Soggettivo Riduzione della prevalenza (7,8% contro 9,5%)
Funzione Cognitiva Oggettiva Punteggi TICS significativamente superiori
Variante Decaffeinata Nessuna associazione significativa rilevata

Alla ricerca del “Punto di Equilibrio”

L’ottimizzazione è una questione di equilibrio marginale. Lo studio ha individuato quello che potremmo definire il “sweet spot”, ovvero il livello di consumo che massimizza i benefici senza incorrere in rendimenti decrescenti o effetti collaterali.

  • Caffè Caffeinato: Il massimo beneficio si osserva con circa 2-3 tazze al giorno.
  • Tè: L’effetto protettivo è simile, con un consumo ottimale di 1-2 tazze al giorno.

Interessante notare come il caffè decaffeinato non abbia mostrato gli stessi benefici. Questo suggerisce che la caffeina stessa, o forse la specifica combinazione di polifenoli e alcaloidi presenti nella versione “strong”, sia il driver principale della neuroprotezione. Ma, come sottolineato dal professor Daniel Wang di Harvard, non dobbiamo cadere nel determinismo: il caffè è un tassello di un puzzle più complesso che riguarda lo stile di vita.

Una nota di realismo keynesiano

In un mercato sanitario dove le terapie per la demenza hanno costi esorbitanti e risultati spesso incerti, la scoperta che una “commodity” così diffusa possa fungere da stabilizzatore cognitivo è una notizia eccellente. Non è la panacea, ma è uno strumento di prevenzione democratica.

Certamente, l’effetto non è tale da giustificare un’iper-eccitazione da caffeina prima dell’apertura dei mercati, ma conferma che il rito dell’espresso non è solo un piacere edonistico, ma una scelta razionale per preservare l’asset più prezioso che abbiamo: la nostra mente, l’unica cosa sulla quale valga veramente investire.

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