Energia

Blocco di Hormuz: il petrolio punta ai 150 dollari, ma gli USA lanciano un piano assicurativo da 20 miliardi

Il blocco dello stretto di Hormuz spinge il petrolio verso i 150 dollari e costringe il Kuwait a tagliare la produzione. Per evitare la recessione globale, gli USA mettono in campo un fondo assicurativo da 20 miliardi di dollari.

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Il mondo dell’energia sta trattenendo il respiro, e non per una scelta ecologista. Lo stretto di Hormuz, il collo di bottiglia più vitale del pianeta per il commercio di idrocarburi, è praticamente paralizzato. Se la situazione non dovesse sbloccarsi entro due o tre settimane, il prezzo del greggio potrebbe schizzare alla cifra di 150 dollari al barile. A lanciare l’allarme non è un analista in cerca di visibilità, ma Saad al-Kaabi, ministro dell’Energia del Qatar, che in una recente intervista al Financial Times ha delineato uno scenario decisamente preoccupante per l’economia globale.

Con il WTI che ha già superato la soglia d’allarme dei 90 dollari, ci troviamo di fronte a un classico, devastante shock dal lato dell’offerta. Un evento che rischia di comprimere la domanda aggregata globale e mandarci dritti in recessione, sfidando le rassicurazioni di chi credeva che l’inflazione fosse ormai un ricordo.

Petrolio WTI da Tradingeconomics

La paralisi logistica e la ritirata dei produttori

La realtà sul campo è impietosa. Il traffico marittimo nello Stretto è letteralmente collassato, portando a conseguenze operative immediate e tangibili:

  • Traffico azzerato: Le navi in transito sono passate da una media di 138 al giorno a sole due, nessuna delle quali era una petroliera.
  • Stoccaggi saturi: Il Kuwait, membro storico dell’OPEC, ha iniziato a chiudere la produzione in alcuni giacimenti. Il motivo è prettamente fisico: non c’è più spazio per stoccare il greggio che non può essere esportato.
  • Forza maggiore: QatarEnergy ha già fermato la produzione di GNL a Ras Laffan, il più grande complesso al mondo, notificando la causa di forza maggiore agli acquirenti. È probabile che tutti gli esportatori del Golfo seguano a ruota nei prossimi giorni.

Ci troviamo di fronte a decine di petroliere bloccate, alcune finite nel mirino di attacchi, con le compagnie di assicurazione che, comprensibilmente, hanno ritirato le coperture per i rischi di guerra.

La contromossa di Washington: il paracadute da 20 miliardi

In questo quadro di asfissia commerciale, l’amministrazione Trump ha deciso di intervenire non solo con la diplomazia, ma con la finanza pesante. La U.S. International Development Finance Corporation (DFC), in accordo con il Segretario al Tesoro Scott Bessent, ha annunciato un piano di riassicurazione marittima.

Il tentativo è quello di ripristinare la fiducia nel commercio marittimo, facendo scudo alle imprese americane e alleate. Di seguito, i dettagli tecnici dell’operazione:

Elemento del Piano DFC Dettagli Tecnici
Capitale stanziato Fino a 20 miliardi di dollari su base rotativa
Tipologia di copertura Rischio guerra, focalizzato su Scafo, Macchinari e Merci
Coordinamento operativo DFC, Tesoro USA e CENTCOM (Comando Centrale USA)
Obiettivo strategico Garantire il transito di petrolio, GNL, carburante avio e fertilizzanti

L’iniziativa governativa americana è senza dubbio massiccia, ma resta da vedere se sarà sufficiente a rassicurare armatori ed equipaggi. Riattivare l’assicurazione è un passo fondamentale per abbattere i costi di trasporto schizzati alle stelle, ma non ferma i droni. Come ha ricordato lo stesso al-Kaabi, anche se le ostilità terminassero oggi, ci vorrebbero mesi per riportare il ciclo delle consegne alla normalità. La coperta dell’energia globale è diventata improvvisamente cortissima.

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