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Addio Mugabe!

Prova a resistere il 93enne Robert Mugabe, il capo di Stato più anziano del mondo; ma per lui le ore sono contate. Ci sono voluti 37 anni di potere, che hanno trasformato lo Zimbabwe in un regime dittatoriale, perché la comunità internazionale si accorgesse dei suoi metodi per nulla democratici e delle sue manie da grande despota della storia (“solo Dio può destituirmi” è una sua celebre frase).

Di umili origini, abbandonato all’età di 10 anni dal padre e cresciuto dalla madre, Mugabe ha conseguito una solida formazione universitaria: una laurea in scienze politiche all’università di Fort Hare in Sudafrica – famosa per essere stata frequentata dai più grandi leader sudafricani come Nelson Mandela – una seconda presso l’Università di Londra, nonché una laurea honoris causa dall’Università di Edimburgo nell’84 ed altri riconoscimenti accademici.
È proprio nella facoltà di scienze politiche che il leader africano entra in contatto con l’ideologia marxista leninista e con i movimenti di protesta indipendentisti del Paese, all’epoca ancora noto come Rhodesia, che ha raggiunto l’indipendenza dalla Gran Bretagna solo nel 1980. Il suo attivismo politico gli costa 10 anni di reclusione a partire dal 1964: nel periodo di prigionia consegue due lauree, in giurisprudenza e in economia, rafforzando le sue tesi marxiste. Quando nel 1980 hanno luogo le prime elezioni parlamentari per la nuova Repubblica dello Zimbabwe Mugabe diventa Primo Ministro, carica che esercita fino al 1987, anno nel quale diviene Presidente della Repubblica, avendo abolito il ruolo di primo ministro.

Un mandato lungo e controverso il suo, fatto di repressioni sanguinarie delle opposizioni (stime recenti calcolano in oltre 20.000 le vittime del suo lungo regime) e forti contrasti con le istituzioni internazionali, in particolare con il Fondo Monetario Internazionale per il suo rifiuto di ripagare il debito estero e di attuare le politiche di austerity e di tagli alla spesa pubblica. Ma, allo stesso tempo, apprezzato da buona parte della sua popolazione per aver abbattuto il regime di apartheid e aver posto fine ai latifondi dei bianchi, per le riforme del sistema scolastico nazionale – che hanno portato lo Zimbabwe a raggiungere il tasso di alfabetizzazione più alto di tutto il continente africano – e quelle del sistema sanitario, che gli sono valse la contestata, e poi ritirata, onorificenza di ambasciatore di buona volontà da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Nonostante quello che raccontano i media, la povertà dell’ex Rhodesia non è poi così diversa da quella del resto dell’Africa sub sahariana, con un tasso di crescita del Pil altalenante durante il lungo mandato, con picchi che vanno dal +15 al -16% (dati tradingeconomics), fortemente influenzato dalla spesa militare e dal pagamento del debito contratto con gli investitori esteri. Come per molti paesi africani entrambi questi settori – quello dell’industria bellica e quello dei crediti e degli interessi finanziari generati dal debito pubblico nazionale, detenuti da parte di soggetti stranieri – hanno visto negli ultimi anni una crescente ingerenza da parte di Pechino, a discapito degli USA e delle potenze coloniali.

Nel 2016 lo Zimbabwe ha stabilito di introdurre lo yuan cinese come moneta corrente, in cambio dell’impegno della Cina nella cancellazione di 40 milioni di dollari del debito dello stato africano. Pechino è diventato ormai il primo partner commerciale nel paese ed è curioso come proprio nei giorni scorsi sia avvenuta la visita del capo dell’esercito dello Zimbambwe al ministro della difesa cinese.

Forte è inoltre l’ostilità unanime da parte degli investitori stranieri, occidentali e asiatici, alla decisione di Mugabe di nazionalizzare le miniere di diamanti del paese per impedire che continuino a essere fonte di ricchezza, nonché di scontri intestini, tra le grandi multinazionali e al tempo stesso di povertà e sfruttamento per la popolazione locale.

Non è facile ripercorrere quarant’anni di governo di questo sanguinario dittatore ormai ammalatosi di potere al pari della sua giovane e ambiziosa consorte, soprattutto per la faziosità delle informazioni da parte dei media: di certo, dietro la destituzione di un leader così longevo, vi è un avvicendarsi di interessi politici ed economici che vanno ben oltre i confini africani e di cui difficilmente il mainstream ci terrà al corrente.

 

(da ilariabifarini.com)

 


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