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Voglia di Nazioni (di Paolo Becchi)

 

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Pubblichiamo la puntuale analisi del prof. Paolo Becchi apparsa a tutta pagina nell’edizione odierna di Libero e ignorata dalle rassegne stampa delle TV nazionali per ovvi motivi di censura. Ma come sempre poi però ci pensa il web a fare giustizia!

Gli episodi elettorali recentemente avvenuti in Europa (penso in particolare alle elezioni presidenziali in Austria) porterebbero a ritenere che per quelle forze politiche che tendono a rivalutare  il principio di identità territoriale dei popoli europei sia ancora difficile ipotizzare nel breve termine una vittoria politica. È  probabile che l’Austria sia stata la possibilità più concreta per far valere quel principio, una possibilità che tuttavia è fallita per poco, stando peraltro ad un risultato elettorale tutt’altro che cristallino. Vedremo però ora  che cosa succederà in Gran Bretagna  con il referendum sulla UE. Un’eventuale uscita sarebbe un forte segnale per tutti, non solo per i Paesi del Nord, in particolare quelli scandinavi, ma anche per i Paesi Bassi tradizionalmente legati al Regno Unito. Si comprendono quindi  le reazioni dei massimi rappresentanti  delle istituzioni europee  che minacciano addirittura ritorsioni qualora gli inglesi  decidessero di abbandonare l’Unione, dimenticando  che l’uscita dalla UE è pure giuridicamente  prevista dai Trattati. Ma il timore di un effetto a catena è grande, da qui le reazioni del tutto irrazionali, tra l’altro essendo la Gran Bretagna importatrice di beni dal resto della UE qualsiasi ritorsione sarebbe addirittura, sotto il profilo economico, per noi controproducente. Il problema è che se gli inglesi escono addirittura dall’Unione, gli olandesi che già si sono col referendum opposti all’accordo  tra UE e l’Ucrania, potrebbero fare altrettanto e gli italiani potrebbero domandarsi perché devono restare chiusi nella gabbia dell’euro che li sta strangolando. I finlandesi ad uscire dall’euro ci stanno già seriamente pensando. Insomma, il contesto europeo potrebbe cambiare repentinamente e la Brexit avere un effetto domino. Non dimentichiamo inoltre le prossime elezioni politiche in Francia. E aria di elezioni anticipate si respira anche in Italia. Insomma, la situazione è in evoluzione e dopo il referendum inglese tutto potrebbe cambiare o rimanere  come adesso. Eppure anche indipendentemente dall’esito del referendum qualcosa  si muove.

È  evidente che i partiti identitari europei si trovano solo in apparenza  a confrontarsi oggi con i partiti che sono i loro diretti avversari, avendo in realtà di fronte un “sistema” economico globale, centrato sul primato della speculazione finanziaria, che nell’ultimo decennio si è progressivamente consolidato nei meccanismi della società, grazie al controllo totale delle vie che presiedono alla formazione dell’opinione pubblica dei cittadini ridotti a sudditi: il sistema educativo, gli organi di stampa, i media audiovisivi, la cultura, i sindacati, ecc.. Il “sistema” su cui si fonda l’establishment mondialista  dispone inoltre  di tutti i mezzi possibili per immunizzarsi da eventuali attacchi provenienti dall’esterno: il monopolio della legge, l’amministrazione della forza pubblica, il controllo diretto o indiretto sui media, la giustizia e l’orientamento politico della giurisdizione, il fisco. Questo “sistema” in Europa si basa su quattro menzogne che qui di seguito cerco sinteticamente  di smontare: la democrazia in Europa , la sua autonomia nello scacchiere internazionale, lo spirito liberale e l’ immigrazione.

  • l’ Unione Europea non è una democrazia, ma una plutocrazia, un regime cioè in cui la ricchezza finanziaria funge da principio di legittimità, e in ciò stesso si autodissolve;
  • l’ Unione Europea non costituisce una realtà autonoma, ma è una semplice entità tecnocratica infeudata al sistema di dominio politico-ideologico liberal degli Stati Uniti;
  • l’ideologia dominante in Europa che si autodefinisce “liberale” è un falso: essa non

trova alcun fondamento nel pensiero liberale classico, riferendosi piuttosto sul piano ideologico al radicalismo liberal americano e sul piano economico al  primato della speculazione finanziaria sui meccanismi  dell’economia reale;

  • l’immigrazione in Europa non costituisce una necessità economica e neppure corrisponde ad un   obbligo  morale di riparazione dal  passato coloniale: ha solo il compito di  portare a compimento  la distruzione delle identità nazionali su cui si è costituita  l’Europa moderna.

 

È sempre più evidente che l’Unione Europea è completamente funzionale al  sistema economico della globalizzazione, anzi è il modo in cui il “sistema” opera in  Europa,  soffocando i popoli che la costituiscono o persino cercando di sostituirsi ad essi, come sta già accadendo in Grecia, dove i greci vengono rimpiazzati dai immigrati  che scappano dalle guerre alimentate dagli Stati Uniti in Medio Oriente. Ecco, il progetto della UE della finanza globale: la sostituzione dei popoli che  storicamente hanno formato l’Europa in modo che il “sistema”  possa eliminare  il vero nemico: gli Stati nazionali che  ancora  oppongono resistenza, che cercano di frenare il processo della globalizzazione.

Ma è altrettanto vero che il “sistema” presenta delle linee di possibile incrinatura (ben visibili già a partire dal fatto che, ogni volta ad esempio che il progetto di costituzione europea sia stato sottoposto a referendum, esso è risultato respinto dalle relative popolazioni). Si possono segnalare  almeno quattro linee di incrinatura:

  • il “sistema” si ritiene infallibile, e per questo risulta incapace di trarre una lezione dai propri errori di percorso, con la conseguenza di trovarsi imprigionato in una continua fuga in avanti, fatta di continue  L’esempio classico  è stato l’introduzione  dell’ euro, un fallimento  di cui ci si ostina a non voler  prendere atto;
  • il “sistema” presuppone il sovradimensionamento della dimensione finanziaria e speculativa dell’economia (capitalismo fittizio), priva di un substrato nei processi reali di formazione della ricchezza (capitalismo reale), il che lo espone a continui rischi di collasso interno o alla crisi permanente;
  • mancando di argomenti pubblicamente spendibili, il “sistema” non può che rinunciare (e in parte ha già rinunciato) a muoversi sul terreno della razionalità, per focalizzare l’esercizio del proprio dominio di massa su leve emotive elementari (la paura dei mercati, le minacce di ritorsioni, la strumentalizzazione di vittime innocenti, come è avvenuto di recente con la deputata laburista inglese). Ma l’emozione è un’arma a doppio taglio;
  • sta prendendo piede, su dimensione ormai anch’essa globale, un movimento di forze antisistema, ancora embrionale, che fa proprio il principio di identità nazionale, sulla base dell’idea che non ci possa essere popoli liberi in una nazioni asservite.

Queste tendenze, che con un termine comune potremmo definire “sovraniste”, sono ancora per la verità troppo legate agli schemi ideologici dei vecchi partiti della destra (e della destra estrema) con il rischio agli occhi dell’ opinione pubblica di assimilare quei movimenti identitari  che si battono giustamente per la difesa di interessi nazionali al nazionalismo del secolo scorso, con tutti i suoi corollari di razzismo, xenofobia, antisemitismo e via dicendo. È facile allora  per il “sistema” bollare di razzismo e xenofobia  tutti coloro che in realtà si battono per un mondo “non globale” ma multipolare. Un pluriversum al posto dell’ universum.  Per vincere la battaglia contro il “globalismo”, i “sovranisti” dovranno anzitutto liberarsi del pesante fardello del vecchio nazionalismo e far capire che la voglia di nazioni oggi  è  anzitutto una voglia di libertà.

Paolo Becchi, Libero 22.6.2016

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