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UNA PROPOSTA ALTERNATIVA PER LA SOLUZIONE DEL DRAMMA DELLE BANCHE POPOLARI VENETE.

Ormai siamo agli sgoccioli dell’offerta transattiva fatta alle due banche venete , scadente il 15 marzo e che offriva un ristoro del 15% del valore azionario in cambio dell rinuncia ad ogni azione legale. Allo stato attuale pare che l’offerta sia molto lontana dai numeri di accettazioni che si proponeva e quasi sicuramente sarà prorogata.

Il problema dell’offerta è insito sia nell’entità della stessa sia nella specificità delle banche venete. Il 15% non è molto, anzi è proprio poco, soprattutto per famiglie che hanno affidato la totalità dei propri risparmi all’istituto. Le azioni non erano offerte sul mercato azionario, per cui gli acquirenti erano ben consci de rischi che correvano, ma sono state vendute a prezzo pieno ai clienti-azionisti dando assicurazione che i valori sarebbero stati conservati. Assicurazioni fornite in modo personale sia dai vertici aziendali in persona , sia dai quadri intermedi, con una pletora di promesse false di MiFiD scorretti. Affermare ora che il capitale di rischio ha, per sua natura, valore mutevole, quando le stesse strutture hanno, per decenni, conclamato l’esatto contrario è offensivo per chi lo ascolta. Sono convinto che, allo stato attuale, una fetta consistente degli azionisti sia propensa piuttosto a vedere il fallimento e la chiusura delle banche, piuttosto che accettare la scarsa offerta, cosa che suonerebbe come un premio a chi li ha truffati. Mi spingo a pronosticare che anche il prolungamento di una settimana o di un mese dell’offerta potrà cambiare il numero di accettazioni, anche se , naturalmente, posso sbagliarmi.

Ci sono molti attori con diverse  diverse priorità in gioco nella questione delle banche venete:

  • la banca vede naturalmente prioritaria la propria sopravvivenza, a qualsiasi costo;
  • i vecchi azionisti vogliono veder restaurare il valore delle proprie azioni e, se possibile, vederne una forma liquidabile;
  • l’ultimo azionista, il Fondo Atlante,  vuole vedere in qualche modo tutela
  • la Banca Centrale vuole la certezza del sistema creditizio, senza se e senza ma;
  • la Commissione europea desidera il minor intervento possibile dei singoli stati, anche a costo di veder chiudere qualche istituto di credito;
  • lo Stato italiano vuole un sistema creditizio stabile, con la minor perdita possibile da parte dei risparmiatori;
  • l’amministrazione locale e regionale non vorrebbero dei traumi eccessivi per l’economie locali.

Sono finalità opposte e di non facile combinazione. In una soluzione mediata qualche parte vedrà le proprie opzioni maggiormente rispettate, qualcun altra invece le vedrà messe in secondo piano. Si tratta di una questione di possibilità e di opportunità. Alcuni attori sono prevalenti: non si può salvare la banca senza dare ai precedenti azionisti un ristoro , anche perchè questi sono anche i clienti della banca stessa. Come si pensi di “Salvare” un istituto di credito cacciandone i clienti rimane, almeno a me , un mistero. Allo stesso modo bisogna tener conto delle posizioni della Commissione europea e del commissario alla concorrenza, responsabile per questo tipo di pratiche. La BCE è rilevante, ma nello stesso tempo è anche l’istituzione che da un lato è intervenuto con ritardo, dall’altro appare confusa nel proprio ruolo: stabilizzare il sistema creditizio è un obiettivo raggiungibile, ma solo salvando istituti e risparmiatori, non esiste altra via. La banca deve essere salvata in quanto portatrice di una funzione utile e di interessi socialmente rilevanti anche, se non soprattutto , dei risparmiatori. Lo stato  le amministrazioni locali sono attori essenziali, se si vuole trovare una soluzione a questo problema.

Ormai appare chiaro che la matassa non sarà risolvibile senza un intervento dello Stato. Però come farlo intervenire? Una ricapitalizzazione netta e secca delle società non sarebbe direttamente auspicabile in quanto :

  • non porterebbe ristoro ai vecchi soci;
  • sarebbe visto come una pensante intrusione da parte della Commissione Europea;
  • rebus sic stantibus sarebbe notevolmente oneroso;
  • non risolverebbe i problemi di fiducia nell’istituto ne la cause legali nei suoi confronti.

Cosa porta a fondo patrimonialmente questi istituti? Da un lato la scarsa redditività operativa, legata alla perdita di fiducia, dall’altro il fardello delle sofferenze e dei crediti di dubbia esigibilità, collettivamente chiamati “NPL”, Non performing loans. La pratica attuale è la cessione di questi valori , generando delle perdite ulteriori. Il problema è legato alla differenza fra valore medio di incasso dei Non perfoming loans nel sistema bancario. Infatti , confrontando le valutazioni , abbiamo:

  • incasso medio da procedure interna,  dati ABI: 47%
  • valorizzazione ICCREA:  23,5%
  • valorizzazione banche risolte : 17%
  • valorizzazione cessione UNICREDIT 14%.

Abbiamo un divario fortissimo fra quelli che sono gli incassi interni degli NPL e quello che accade nelle valorizzazioni esterne. Del resto è abbastanza ovvio che un incasso accelerato diviene una svendita , con la gioia degli speculatori internazionali, mentre un incasso prolungato nel tempo, con una trattativa con il debitore, viene a configurarsi come più redditizia.

I due istituti di credito hanno coefficienti di copertura delle sofferenze già piuttosto elevati :

Per BPVI abbiamo (dati al 30/6&2016):

  • copertura delle sofferenze 61,3%
  • copertura deteriorati 46,24%
  • Valore lordo sofferenze 4,61 miliardi
  • Valore netto sofferenze 1,87 miliardi
  • Valore lordo deteriorati: 4,64 miliardi

Purtroppo inferiore è la copertura delle sofferenze e dei deteriorati di Veneto Banca:

  • copertura sofferenze 52,9%
  • copertura deteriorati 22,67
  • Valore sofferenze lordo 3,67 miliardi
  • Valore sofferenze netto 2,47 miliardi
  • Valore deteriorati lordo 3,73 miliardi

Ora la cessione delle sofferenze  e degli incagli di venetobanca al 17% porterebbe l’emergere di perdite per 3,74 miliardi. Una cessione simile per BPVI farebbe emergere perdite per 3,59 miliardi. Un totale di perdite a coprire con nuovo capitale per oltre 7 miliardi. A chi andrebbero questi 7 miliardi ? Essenzialmente ai fondi speculativi che giocano sugli NPL.

Perchè lo Stato dovrebbe  iniettare questo capitale ? Per fare un regalo a qualche speculatore ? La soluzione che invece proponiamo è la seguente.

Invece di intervenire direttamente con il tesoro nelle banche si potrebbe creare un ente intermedio. Non pensiamo ad un carrozzone statale, ma ad un ente snello con personale preso essenzialmente dal MEF, dalla Guardia di Finanza e dal MISE, selezionato con cura fra i più preparati (ce ne sono, anche se bistrattati), quindi senza costi aggiuntivi.

Questo ente effettua le seguenti operazioni :

  • acquisisce ai valori netti i crediti delle banche in questione, iniziando dalle sofferenze per poi allargarsi ad una fetta importante dei deteriorati;
  • paga questi crediti con  titoli da se emessi,  con garanzia statale a lungo termine )ad esempio 30 anni), quindi con un RWA molto basso.
  • acquisiti gli NPL si occupa del loro incasso con un profilo temporale lungo: questo favorisce la possibilità di accordi favorevoli con i creditori o valorizzazioni massime dei beni.
  • Il rendimento di questi titoli è variabile e dipendente con il ricavato degli NPL stessi. Un po’ come i CoCo Bond. Viene magari garantito un rendimento minimo, inferiore al 1% fisso, che può essere comunque rivisto in rialzo nel caso di buon andamento degli incassi stessi.

Questo sul lato degli NPL bancari. In questo modo NON si genererebbero perdite ulteriori e l’intervento statale sarebbe minimizzato.

Il medesimo istituto potrebbe poi intervenire direttamente sul patrimonio bancario:

  • Acquisendo una partecipazione di maggioranza , tramite aumento di capitale, nei patrimoni bancari, relegando a minoranza , ma non a irrilevanza, Fondo Atlante. Del resto le perdite del 2016 saranno in grado di ottenere questo risultato.
  • In cambio di questa partecipazione acquisendo le azioni di rivalsa che saranno da portare a termine nei confronti dei precedenti amministratori e di tutti coloro che hanno approfittato illecitamente nei confronti degli istituti, “Valorizzando” un valore immateriale altrimenti non esistente.

Fatte alcune valutazioni patrimoniali estremamente grossolane dei membri dei precedenti CdA delle due banche, ed integrati con la possibilità di restaurare i valori da chi ha tenuto comportamenti illeciti, possiamo valorizzare il secondo punto in un non indifferente 1,5 miliardi di euro, in linea con quanto recuperato nel caso Parmalat.

Quindi una terza operazione:

  • emissione di titoli a lungo termine, senza cedola , da assegnare ai cosi per il ristoro di un una percentuale del valore versato significativa, da assegnare agli azionisti – risparmiatori colpiti dal crack bancario sino ad un valore massimo congruo (ad esempio 1 milione per azionista), con valore facciale limitato (ad esempio  250 euro);
  • rinuncia degli azionisti ad ogni azione legale nei confronti della banca, anzi rientro fra la clientela;
  • cedibilità degli stessi al fine del loro utilizzo come moneta complementare in ambito regionale e/o nazionale;
  • trasformazione, al termine del periodo, in warrant per il rientro nell’azionariato bancario, eventualmente per una futura quotazione in borsa degli istituti di credito.

Questa parte è la più complessa e che richiede maggiormente l’intervento delle pubbliche amministrazioni locali. Se l’ente emette un titolo di debito a lunghissimo termine (40 anni, ad esempio) è necessario che lo stesso sia valorizzato in modo immediato. Alla fine questo non sarebbe altro che la monetizzazione di un debito, in un modo simile a quanto per esempio teorizzato da Borghi per i BOT. Se endo il titolo, emesso nominativo, trasferibile al portatore, lo potrà essere utilizzato per transazioni commerciali nell’ambito del territorio del Veneto e del territorio nazionale. Questa fungibilità potrebbe essere incentivata da comportamenti premianti della Pubblica Amministrazione , come l’accettazione dei titoli stessi per il pagamento di piccole imposte e servizi (ad esempio imposte di occupazione suolo pubblico, concessioni regionali, concessioni marine, imposte residuali sulla caccia etc).  La’amministrazione regionale e quella nazionale potrebbero incentivare, a costi minimi se non nulli, la nascita di un circuito economico che accetta questo tipo di titoli. Non si tratterebbe di una violazione dell’art 128 TFEU, in qunto il titolo è comunque espresso in euro.

Il termine lungo e la cumulazione dei redditi relativa renderebbe anche realistico il rimborso del titolo al termine del periodo, sotto forma monetaria, tramite la cumulazione ed il reinvestimento degli utili derivanti dall’operatività bancaria, sia tramite l’assegnazione delle azioni per una eventuale quotazione borsistica delle banche stesse.

Ammetto che si tratta di un programma ambizioso, ma realistico. Dalla sua applicazione si otterrebbero :

  1. la salvaguardia degli istituti di credito;
  2. il ristoro degli azionisti truffati;
  3. un incentivo alle economie nazionali e locali;
  4. un intervento minimo dello stato;
  5. un po’ di giustizia.

Condizioni necessari affinché questo piano possa venire realizzato sono;

a) Una disponibilità monetaria immediata dello Stato ;

b) La selezione di funzionari capaci e dalla mente aperta;

c) La restaurazione della fiducia negli istituti bancari tramite l’azzeramento di tutti quei quadri che hanno avuto coinvolgimento, anche minimo, nelle azioni delle precedenti gestioni. Non si può mandare le stesse facce a chiedere sacrifici ai risparmiatori;

d) La volontà totale di rivedere il business bancario dei due istituti, riformandoli radicalmente e creando utili quanto prima;

e) La volontà di gestire gli NPL in modo da un lato di massimizzarne il valore, dall’altro senza punire le capacità imprenditoriali locali. Paradossalmente queste due finalità sono fra loro complementari;

f) Una gestione efficiente ed assolutamente spietata delle azioni legali nei confronti di chiunque abbia approfittato degli istituti che siano dirigenti, amministratori, dipendenti o  clienti truffaldini. La ferocia delle azioni per massimizzare , ad ogni costo, l’incasso ed il restauro dei valori saranno una delle conditio sine qua non del restauro della fiducia degli azionisti/clienti. Deve diventare chiaro e lampante che chi sbaglia paga, qualsiasi sia la sua posizione. Purtroppo l’attuale azione degli organi dello stato locali ha dato adito a sospetti di vera e propria connivenza.

g) La collaborazione degli enti, anche locali, affinchè i titoli da assegnarsi ai rimborsati diventino effettivamente un valore quasi-monetario, almeno per il periodo di loro circolazione

Un lavoro immane. Un lavoro che richiede coraggio, forse l’impegno di un’intera generazione  se non di più. L’esatto contrario di una pezza, ma che , se svolto con onestà e dedizione, può costruire un grande valore per il futuro.

 

 

 

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