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“Son dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive”: la UE, l’euro e la Brexit

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Nel 1836 Giacomo Leopardi (La ginestra) dubitava con malinconico sarcasmo delle “magnifiche sorti e progressive” (…)  ma quella percezione critica che c’era sempre stata era sembrata un’anomalia passatista o pessimista nella generale glorificazione del “progresso” come soluzione di tutti i problemi e portatore di insperata e universale felicità. (tratto da “Le ambiguità dell’innovazione” di Giancarlo Libraghi su “Il filo d’Arianna” Ottobre 2003).

Il “ballo Excelsior” andò in scena per la prima volta alla Scala di Milano nel 1881. Ebbe un’infinità di repliche e di tournée, in Italia, in Europa e anche in America. (…)  Narrava con enfasi entusiastica i prodigi della modernità ottocentesca, come la luce elettrica, il piroscafo, il telegrafo, il canale di Suez, il tunnel del Moncenisio. Celebrava la gloria della splendente Luce che liberava il povero Schiavo dalle tenebre del malvagio Oscurantismo. (ibidem).

Sono passati 135 anni, ma l’entusiasmo per la modernità ed il progresso non ha abbandonato il pensiero occidentale ed anzi sembra più forte che mai attualmente in campo politico. Mentre infatti le due guerre mondiali avevano messo in crisi per un certo periodo la “progressività” delle umani sorti, dal boom degli anni ’60 ad oggi si è tornati ad avere fiducia piena nel progresso tecnologico e non solo e l’andare avanti è diventato un valore positivo in sé, senza neanche chiedersi dove realmente si stia andando. Chiunque si fermi a riflettere su questo non trascurabile aspetto e magari si domandi se per caso davanti non ci sia un burrone viene tacciato di conservatorismo, di arretratezza mentale e culturale, insomma di “indietrismo”.

Uso il termine “indietrismo” non casualmente: gli appassionati di fantascienza nord-americana degli anni 60-70, ovvero gli anni d’oro di questo genere di letteratura, spesso misconosciuta, avranno riconosciuto il termine usato da Frederik Pohl e Cyril M. Kornbluth nel loro capolavoro “I mercanti dello spazio” per indicare l’ideologia, considerata eversiva e punita con la morte, di quel gruppo di persone che contestavano il mondo in cui vivevano, totalmente dominato dalle multinazionali e dove tutto, l’appartenenza al ceto sociale, l’informazione, i diritti personali e sociali, il governo stesso ed ovviamente le leggi, erano determinati dalle corporation e subordinati all’interesse delle vendite e della competizione commerciale.

Le scomposte ed isteriche reazioni alla Brexit che abbiamo potuto ammirare nei giorni scorsi (magistralmente raccolte ed esaminate dal Pedante) e l’ossessione nel portare avanti un progetto oggettivamente fallito e disastroso, come l’Unione Europea e l’euro, ricordano sinistramente la distopica società del romanzo: la legittima e ampiamente giustificata volontà del popolo britannico nella sua maggioranza di staccarsi totalmente da un progetto nel quale partecipavano marginalmente, ma che anche così influenzava negativamente l’economia dell’Inghilterra (ed infatti i mercati, molto prosaicamente, dopo l’iniziale shock stanno valutando positivamente questa decisione e le sue prospettive), è diventata nelle parole dei commentatori e politici nostrani ed europei la vigliacca e paurosa reazione isolazionista di anziani nostalgici ed egoisti, contro l’anelito progressivo e comunitario dei giovani. Corollario di questa odiosa quanto falsa analisi del voto è stato il mettere in discussione, per la prima volta dopo settant’anni in Italia, il suffragio universale, il diritto di voto uguale di tutti, chi volendolo togliere ai vecchi, chi volendolo ipocritamente pesare differentemente, chi volendolo far sottostare ad una specie di patentino civile di idoneità. Tutto ciò solo perché gli inglesi che si sono recati al voto nel referendum (disertato dalla maggior parte dei giovani) ha detto no alla partecipazione, anche solo minima, alla UE, che è sinonimo di progresso e futuro secondo le élite del continente.

Ma è davvero un progresso? E soprattutto qualsiasi progresso è un miglioramento?

Evidentemente no. Intuitivamente è facile da comprendere: se io cammino su un terreno solido e davanti mi si parano delle sabbie mobili, solo perché sono avanti a me e quindi devo “avanzare” e “progredire” nel mio cammino, non significa che la scelta migliore sia andare avanti e caderci dentro. Idem con un burrone. Avanzare per avanzare è una decisione irrazionale, tanto quanto tornare indietro senza un motivo. Però se in un bivio ho imboccato la strada sbagliata tornare indietro e prendere quella corretta è semplice buon senso. Nessuno credo taccerebbe un viaggiatore di paura o vigliaccheria se, accortosi di aver sbagliato strada, girasse e tornasse indietro e soprattutto si dubiterebbe della sanità mentale di chi, accortosi che la strada non porta dove vorrebbe, avanzasse al grido di “la strada è sbagliata, quindi bisogna andare ancora più avanti”…

In Europa sta invece accadendo questo: nonostante ci siano ormai prove su prove che la strada che si è intrapresa è totalmente sbagliata ed andrebbe come minimo azzerata e ripensata, chiunque mette in discussione il sogno/progetto europeo è un odioso populista, reazionario, fascista. Se poi qualcuno fa notare che il sogno è stato partorito da una mente che, per quanto antifascista, era piuttosto allergica alla democrazia e sosteneva la necessità di una oligarchia autoritaria che guidasse, anche contro la volontà dei popoli, definite “confuse”, il cambiamento verso l’Europa unita (ignorando evidentemente le ragioni macroeconomiche che lo sconsigliavano), allora si arriva all’alto tradimento ed alla blasfemia, come se si fosse bestemmiato in una chiesa.

Ed in effetti si sta parlando di una vera e propria fede: solo una fede, come tale irrazionale ed impermeabile a qualsiasi dato oggettivo contrario, potrebbe convincere che, in nome del “progetto europeo” è giusto e necessario soffrire, ma soprattutto far soffrire agli altri l’impoverimento e la perdita della sicurezza economica e sociale; solo una fede da fanatico integralista potrebbe far credere giusto e necessario smantellare le tutele sociali ed il welfare faticosamente costruito negli anni precedenti, come una giusta e sacrosanta vittoria sulla povertà e sull’emarginazione sociale, creando torme di disperati ed abbandonati e senza una lacrima per la devastazione sociale (vedi Grecia) così provocata, solo in nome della preservazione e sviluppo del modello economico europeo.

E questo lo chiamano con squisita ipocrisia “futuro per i giovani” (ai quali regalano disoccupazione al 40%) e “progresso per la pace e l’unione dei popoli” (che stanno portando a riscoprire la diffidenza e persino l’odio reciproco, che erano stati banditi dall’orrore della II Guerra Mondiale), così entusiasti del loro progetto da concedergli con involontaria suprema ironia il Nobel per la Pace, senza vedere che, proprio a causa di questo progetto, mai è stata così forte la spinta isolazionista e mai così vicina la guerra. Eppure la Storia dovrebbe loro insegnare che l’ascesa delle estreme destre, presente soprattutto nel Nord Europa e in Grecia e da essi provocata, ne è sempre stata il sinistro prodromo.

Il vero progresso sarebbe fermare questo incubo, rompere questa disfunzionale unione, che sta rovinando anche il futuro del resto del mondo, soprattutto dei Paesi economicamente emergenti, e riprendere un cammino di sviluppo economico e sociale con nuovi accordi fra Stati, nuove monete nazionali e sovrane da gestire secondo l’interesse dell’economia di ciascuno, come accade nella quasi totalità del mondo, un nuovo “New Deal” europeo concordato fra Nazioni indipendenti che spazzi via il liberismo del “lavoro-merce” e della cinica competizione sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini. Questo è il programma che, ad esempio, Alternativa per l’Italia si è data per il futuro, questo è la nostra idea di “andare avanti”: fare un passo indietro e cambiare totalmente strada per tornare a crescere, a progredire.

Perché le sabbie mobili sono già quasi sotto i nostri piedi.

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