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SIA LODATA LA LIRA CHE PORTA L’INFLAZIONE E SALVA LE PENSIONI, ALLA FACCIA DEI PORNOLIBERISTI di Eriprando Sforza

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In pensione a 70 anni con non più di mille euro al mese. Questo è il futuro immediato che si prospetta per il 99 per cento degli italiani. Questo destino non può essere evitato tagliando le pensioni dei parlamentari o togliendo l’invalidità a qualche finto cieco, come sostengono gli amici di Luigi Di Maio. I lettori di Scenari economici sanno benissimo che l’unico modo per cercare di rianimare l’economia italiana è quello di riconquistare la sovranità monetaria uscendo dell’euro. Così alla svalutazione salariale si sostituisce quella della lira per recuperare la competitività e la flessibilità indispensabili per riconquistare quote di mercato senza dover abbattere i consumi interni. Forse non tutti sanno, perché questo piccolo particolare viene sottaciuto dai media mainstream, che il ritorno alla lira è anche l’unico modo per sperare di avere una pensione dignitosa e addirittura di percepirla una volta raggiunta la tenera età di 65 anni, altro che 70. Il fatto è che la politica dei tassi zero, unita al celebre QE, ovvero l’acquisto da parte della Bce (ma anche della Banca d’Inghilterra e della Banca del Giappone) di titoli di Stato e di obbligazioni societarie in molti casi ha spinto i loro rendimenti sotto zero. Nel caso dei titoli di Stato tedeschi persino il rendimento del Bund decennale è negativo, mentre due giorni fa la Bce ha reso noti i dati del QE relativo ai corporate bond: ebbene, il 20% di quelli acquistati ha un rendimento inferiore allo zero. In un ambiente del genere come fa un fondo pensioni ad aumentare il valore dei suoi asset? Come ha detto Bill Gross, uno dei più grossi gestori di fondi obbligazionari, i tassi d’interesse troppo bassi «distruggono i risparmi e i modelli di business basati sulla responsabilità. Le banche, le compagnie assicurative, i fondi pensione e i nostri genitori vengono spogliati della loro capacità di pagare i debiti futuri e le prestazioni pensionistiche. Le banche centrali sembrano ignorare il lato oscuro dei bassi tassi d’interesse. Se questi vengono mantenuti per troppo tempo, l’economia reale ne viene influenzata in quanto le attese sui redditi non riescono a materializzarsi e gli investimenti ristagnano». Ci troviamo quindi di fronte a un’economia che nella migliore delle ipotesi è destinata a viaggiare con una crescita tra lo zero e l’1 per cento. Si tratta della stagnazione secolare di cui tanto parlano gli economisti pornoliberisti (perché chiamarli neo? Il mondo da loro descritto in quanto ardentemente vogliono che sia così, è semplicemente osceno, quindi porno) che ci priverà delle pensioni e quindi di un futuro accettabile. Ma lo stesso Gross sostiene che se i tassi sotto zero non portano a una crescita del pil annuo di Eurolandia fra il 3 e il 4 per cento, «in ultima analisi questo tipo di economia si trasforma in uno schema Ponzi destinato a un certo punto a implodere». Vale la pena ricordare che il QE è stato lanciato da Mario Draghi con l’obiettivo ufficiale di riportare l’inflazione a un livello di poco inferiore al +2%. Ebbene, a luglio l’inflazione era allo 0,2%, distanti anni luce dall’obiettivo, che secondo le stime della stessa Bce, non verrà centrato nemmeno nel 2018. Ebbene, siamo di fronte al fallimento conclamato del QE, ma se leggete Repubblica o il Corrierone non troverete nessuno che ve lo faccia notare. E così l’italiano semicolto guarda sconsolato il panorama di macerie che lo circonda, allarga le braccia e dice sospirando: «Che ci possiamo fare, è la stagnazione secolare». La verità è che il QE serve solo a tenere bassi rendimenti dei titoli di Stato italiani, consentendo al governo Renzi (e domani a Di Maio) di gestire il problema del debito pubblico. In caso contrario l’Italia, paralizzata dai tassi di cambio fissi all’interno dell’area euro, andrebbe dritta sparata verso la bancarotta. Bancarotta che farebbe saltare in aria anche l’euro. Pertanto Draghi ci propina i tassi zero e il QE, che portano deflazione e stagnazione e stanno minando in maniera forse irrimediabile il sistema pensionistico, solo per tenere in vita l’euro. Così ci sacrifichiamo per la moneta unica, negando un futuro dignitoso a noi e ai nostri figli, altro che scontro generazionale come dicono i pornoliberisti. E allora sia benedetto lo spettro evocato da questi ultimi quando i sovranisti propongono l’uscita dall’euro: l’inflazione. Non è per niente uno spettro. Se si mantiene entro certi livelli, che comunque non verranno mai superati in caso di uscita dell’Italia dall’euro (soprattutto in uno scenario di stagnazione falsamente secolare come quello attuale nel mondo occidentale), l’inflazione è segno di vitalità dell’economia. E, particolare non trascurabile, l’aumento dei prezzi al consumo porta con sé l’aumento dei tassi d’interesse, rendendo quindi ancora possibile per tutti noi avere una pensione dignitosa. Alla faccia dei pornoliberisti.

Epirando Sforza

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