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Sfida all’Eurotower, Draghi resisterà all’assedio? In Germania sale l’inflazione e i falchi tedeschi sono pronti ad attaccare il Qe di Marcello Bussi

«È un segnale d’uscita dalla politica monetaria espansionistica della Bce», ha dichiarato Clemes Fuest, il presidente dell’Ifo, l’istituto di ricerca economica che elabora l’omonimo indice sulla fiducia dell’economia tedesca, commentando il dato sull’inflazione in Germania, balzata a dicembre all’1,7% dallo 0,8% di novembre. «La politica dei tassi zero, accoppiata all’aumento dell’inflazione, è devastante per i risparmiatori tedeschi», ha rincarato la dose Markus Soeder, il ministro delle Finanze bavarese.

Quell’1,7% è a un soffio dall’obiettivo della Bce di un’inflazione di poco inferiore al 2%. Certo, il dato riguarda solo la Germania. In Eurolandia la prima stima flash relativa allo stesso mese ha registrato un aumento all’1,1% dallo 0,6% di novembre. Un bel salto anche in questo caso, ma comunque ancora lontano dall’obiettivo della Bce.

Il presidente Mario Draghi può allora dormire sonni tranquilli? Forse no, visto che è dovuto scendere in campo il lussemburghese Yves Mersch, membro del Comitato esecutivo dell’Eurotower, raccomandando alla Bce di non reagire ai singoli dati e puntualizzando che «è assolutamente prematuro, oggi, dichiarare vittoria sulla debolezza dell’economia. Abbiamo ottenuto buoni risultati, ma è assolutamente presto per abbassare la guardia».

Mersch è considerato un falco e le sue dichiarazioni sono un chiaro messaggio ai tedeschi: non cercate di mettere in un angolo Draghi, anche questa volta andreste incontro a una sconfitta. Come è successo il mese scorso, quando il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, avrebbe voluto mettere fine al Qe nel marzo di quest’anno. Assalto respinto. Draghi ha prolungato gli acquisti di titoli di Stato e altri bond per tutto il 2017, dando un contentino a chi voleva almeno una loro riduzione: si è scesi da 80 miliardi al mese a 60 miliardi, riportandolo semplicemente alle sue dimensioni originarie, niente di più.

La prossima riunione del Consiglio direttivo si terrà a Francoforte il 19 gennaio, di certo non ci saranno novità. Il mezzogiorno di fuoco fra Draghi e Weidmann andrà in scena in quella successiva, in calendario il 9 marzo, ancora una volta a Francoforte. Allora saranno presi in esame i dati sull’inflazione di gennaio e febbraio. Se il trend al rialzo dovesse proseguire nella zona euro e se nel frattempo il dato tedesco avesse raggiunto il 2%, allora sarebbero guai seri. Fuest ha già dichiarato che, se così fosse, «la Bce dovrebbe terminare il programma degli acquisti di bond a marzo». Mersch ha però messo le mani avanti: i dati recenti avallano la decisione di dicembre sul Qe e ora la Bce ha un anno di «chiarezza operativa» davanti.

«A meno che qualcosa non invalidi drasticamente le nostre previsioni, le nostre decisioni operative non sono soggette a revisioni», ha sottolineato Mersch, che dovrebbe essere spalleggiato anche dai francesi, aggiungendo che la Bce potrebbe discutere «aggiustamenti strategici», senza però fornire ulteriori dettagli. In teoria, l’Eurotower potrebbe anche aumentare le dimensioni e la durata del suo programma di acquisto di asset se le prospettive di inflazione diventassero meno favorevoli.

Mersch ha infine ricordato che l’inflazione a dicembre è stata trainata soprattutto dai prezzi dell’energia, concludendo che «la variazione dei salari non è ancora a un livello tale da generare una spinta inflazionistica». Calma almeno in apparenza, quindi.

Ma c’è un altro fattore da tenere in considerazione. Il differenziale di inflazione fra l’Italia e la Germania si sta allargando in misura preoccupante. All’1,7% registrato a dicembre da Berlino si contrappone lo 0,5% di Roma. A novembre il distacco era minore: lo 0,8% contro lo 0,1%. Con un divario così ampio fra la prima e la terza economia della zona euro, la media di Eurolandia rischia di non essere rappresentativa della realtà. E anche lo spread Btp-Bund si è allargato con il decennale italiano che ora rende l’1,97%.

L’Italia ha bisogno che il Qe duri almeno tutto l’anno (l’ideale sarebbe il suo prolungamento fino alla fine della scadenza del mandato di Draghi nell’ottobre 2019), mentre la Germania non ha mai avuto bisogno del piano di acquisti di bond. E nel corso del 2017 potrebbe avere addirittura necessità di un aumento dei tassi d’interesse. Mossa che l’economia italiana difficilmente potrebbe reggere. A esacerbare le differenze contribuirà il fatto che quest’anno, a settembre od ottobre, i tedeschi andranno alle urne.

È incontestabile che la Germania abbia avuto enormi vantaggi dall’Unione monetaria. Ma i politici, compresa la cancelliera Angela Merkel, per non parlare del ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, hanno alimentato la narrazione dei Paesi mediterranei scialacquatori e corrotti, che devono sottostare alle politiche di austerità in modo da salvaguardare i contribuenti tedeschi che mai e poi mai dovranno pagare gli sprechi del Sud. La Grecia subisce ancora oggi le conseguenze di questo ragionamento. Ma ormai è sottomessa. In campagna elettorale, quindi, il bersaglio sarà inevitabilmente l’Italia. La Merkel è pienamente consapevole di tutto quello che la Germania guadagna dall’euro, ma la retorica esasperata a un certo punti rischia di doversi tradurre nei fatti. Il partito della cancelliera, la Cdu, dovrà rispondere in qualche modo alla concorrenza di Alternativa per la Germania (AfD) e ai mal di pancia del partito gemello, la bavarese Csu.

Se l’Italia diventa un bersaglio è facile che diventino più forti gli attacchi al numero uno della Bce, l’italiano Draghi, reo di avere escogitato il Qe per consentire ai governi della penisola di continuare a spendere senza sottostare alla spada di Damocle dello spread. Se poi questo impianto narrativo venisse corroborato da un ulteriore allargamento del differenziale di inflazione tra Italia e Germania è facile prevedere che Draghi verrebbe accusato di essere la causa di tutti i mali.

L’andamento della campagna elettorale tedesca dipenderà comunque molto dall’esito delle presidenziali francesi, con il ballottaggio in programma il 7 maggio: in caso di vittoria della leader del Front National, Marine Le Pen, il discorso sarebbe chiuso perché l’euro verrebbe colpito al cuore e il nemico numero uno diventerebbe l’Eliseo, lasciando così l’Italia in secondo piano.

Inutile nascondersi dietro un dito, la Bce sarà pure indipendente dalla politica, ma bisognerà vedere come si porrà di fronte alla campagna elettorale il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau. La cosa non viene molto pubblicizzata, ma il Qe è una manna anche per Parigi: il rapporto deficit/pil è al 3,3%, quindi superiore al 3% del patto di Stabilità, mentre il debito pubblico è al 98,2%. Numeri che potrebbero giustificare un attacco speculativo. Per quanto riguarda l’inflazione, a dicembre si è attestata allo 0,8%. Come per l’Italia, un aumento dei tassi sarebbe controproducente. Viste le condizioni della Francia, quindi, Draghi dovrebbe essere tranquillo, logica vorrebbe che Villeroy de Galhau si schieri al suo fianco nella sfida di marzo con Weidmann, anche a fronte della decisa salita dei rendimenti dell’Oat nell’asta di giovedì 5.

C’è un altro fattore da tenere in considerazione: il 20 gennaio Donald Trump diventerà a tutti gli effetti presidente degli Stati Uniti. Se esordirà, come sembra, premendo forte l’acceleratore e quindi attuando rapidamente buona parte del suo programma centrato sulla crescita economica, è facile prevedere un ulteriore rafforzamento del dollaro. E così si abbatterebbero nuove pressioni inflazionistiche sulla zona euro.

Un punto a favore di Weidmann? Non è detto, perché se con Barack Obama Washington aveva delegato a Berlino la gestione degli affari interni della zona euro, con Trump la musica cambierà. E di tanto. Nei giorni scorsi sui social network è stato rispolverato un tweet di Trump del giugno 2012, in cui commentava ironicamente la crisi greca: «L’euro, messo in atto per danneggiare gli Stati Uniti, è fatto! – Avrà un impatto meno negativo di quanto pensi la maggior parte della gente». Ci avviamo verso una Germania isolata dagli Stati Uniti? A maggior ragione a marzo, con la nuova amministrazione ancora in fase di rodaggio, Weidmann tenterà il tutto e per tutto per sconfiggere Draghi. Difficile che ci riesca. Ma è meglio andarci cauti con le previsioni: nel gennaio 2016 nessuno avrebbe scommesso un cent su Trump alla Casa Bianca.

Marcello Bussi, Milano Finanza, 7 gennaio 2016

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