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QUANTITATIVE EASING O QUANTITATIVE IBRIDUM? (di Nino Galloni)

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Il quantitavive easing (acquisto dei titoli pubblici da parte delle banche centrali) era nato (dopo il 2001) per sottrarre il livello dei tassi di interesse all’onnipotenza del “libero” mercato, dopo che ci si era resi conto del fatto che la piena sottrazione di sovranità monetaria agli Stati, decisa circa vent’anni prima, non funzionava così bene. Non si poteva dire: scusate tanto, abbiamo sbagliato tutto e, quindi, si coniò questo termine allo scopo.

 

Ciò che la BCE ha varato il 22 gennaio 2015, però, costituisce qualcosa di ibrido e contraddittorio che dovrebbe farci riflettere sulla effettiva situazione europea.

 

La BCE, infatti, comprerà titoli pubblici non solo sul mercato primario (quando gli Stati, privati di sovranità, emettono titoli per procurarsi moneta), ma anche su quello secondario, vale a dire dalle banche, allo scopo di contenere lo “spread” che si calcola sul fenomeno delle vendite di titoli decennali non ancora in scadenza (“maturi”). Il tutto, si badi bene, con acquisizioni nel portafoglio della BCE, ma con rischio all’80% in capo alle banche centrali dei singoli Paesi.

 

Si è detto, già nei telegiornali e dintorni del citato 22 gennaio pomeriggio, che questo consentirà agli Stati di destinare ad altri scopi le risorse risparmiate grazie al minor pagamento di interessi. Cosa teoricamente vera e positiva se, poi, non prevalesse, comunque, l’esigenza di contenere le spese stesse e tenere basso il livello del debito pubblico (il parametro ufficiale, come è noto, riguarda, per ciascun Paese, il 60% del suo PIL).

 

Lo stesso Mario Draghi, per accontentare Angela Merkel ed altri, ha ricordato che tutto si lega alla prospettiva di accelerare e consolidare le “riforme”. Così, da una parte, queste ultime – che hanno valenza recessiva – compenseranno i possibili effetti benefici del “quantitative ibridum”; dall’altra, viene introdotta nel sistema una logica per cui il controllo delle democrazie (e della spesa pubblica) non passa più per i capricci dei mercati, ma viene stabilito direttamente, anche nei particolari, entro sedi più tecniche che politiche come la BCE.

 

Ma potrebbe esserci di più: perché togliere alle banche degli attivi certi ed esigibili come i titoli di Stato che, a parte, forse, quelli greci, rappresentavano qualcosa di solido e con alti tassi rendimento per sostituirli con liquidità? Visto che le banche non sanno che farsene (a parte le richieste di cash dei loro clienti), banche che, nel corso del 2014 hanno addirittura comperato titoli di Stato sotto la parità in ben nove Paesi!

 

Il fatto che il credito scarseggi è verissimo, ma non per mancanza di liquidità, sibbene per mancanza di richieste ovvero per chiusura delle banche stesse a concederne: finché l’economia non si rianima, il credito è destinato a languire a prescindere dalle condizioni di liquidità del sistema. L’unico modo per far riprendere l’economia sarebbe l’aumento della spesa pubblica ovvero, al limite, una riduzione delle tasse senza pari riduzione della spesa stessa. Ma contro ciò sembrano tutti armati e, allora, nell’attesa di un vero cambiamento in meglio, non resta che trovare soluzioni provvisorie sul territorio con monete complementari, con l’emissione di moneta fiduciaria pubblica, ripristinando la netta separazione tra banche di credito e finanza che l’attuale corsa alla quotazione in borsa anche delle popolari renderà più difficoltosa.

 

Nino Galloni

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