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Inaffidabile. Rozzo. Scandaloso. Sessista. Razzista. Invotabile. Impresentabile. Sì. Ma quale politica economica Donald Trump ha previsto per i primi mesi del suo mandato? (di Francesco Mondardini)

trump-taxes

 

 

 

Il tycoon ha già scritto la manovra finanziaria da presentare al Congresso, sulla base dell’assunto di voler sfiatare la pressione fiscale a favore delle imprese.

La mossa repubblicana consisterà in una riconversione della corporate tax, attualmente scaglionata da Obama in aliquote d’imposta comprese tra il 15% e il 35%, in una flat tax, che ironia della sorte segue proprio il modello fiscale italiano. Tuttavia, l’aliquota americana sarà difatti più vantaggiosa per il contribuente a stelle a strisce rispetto all’Ires italiana.

Usa (Obama)

Usa (Trump)

Italia

 

 

Flat tax: 15%

 

Flat tax (IRES): 27,50%, passerà al 24% con l’applicazione della nuova Legge di Stabilità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Corporate tax scaglionata a livello federale

1° scaglione

15%

Fino a 50.000 $

2° scaglione

25%

50k – 75k

3° scaglione

34%

75k – 10 mln

4° scaglione

35%

> 10 mln

Applicazione aggiuntiva delle tasse statali

(da 0% a 9,99% della Pennsylvania)

Il passaggio alla flat tax comporterà un decremento del gettito fiscale statunitense di circa il 20% (950 miliardi di dollari su 4.800 totali) che dovrà trovare una copertura immediata nel bilancio federale, per evitare il rischio di un ritorno in ballo del fiscal cliff. Legato ormai a doppio nodo con le tute blu e la fascia medio borghese più in difficoltà economica dell’Unione, Trump sa di non poter alzare anche di un solo decimo di punto la tassazione gravante sull’economia reale, pena lo scoppio di tensioni sociali che appaiono già arrivate al limite. E’ per questo motivo che, per trovare la copertura alla sua manovra di espansione fiscale, The Donald dovrà per forza di cose negoziare con chi ha inventato la negoziazione stessa, espandendola a ogni latitudine del nostro pianeta: Wall Street.

Il nodo della tassazione dei capital gain

Dopo aver superato lo shock del Day After all’Election Day dell’8 novembre, Wall Street ha regolarmente ricominciato a pompare denaro, chiudendo la giornata del 9 novembre con i tre indici newyorkesi in positivo (il Dow ha chiuso a +1,39%, Nasdaq +1,11%, Standard & Poor’s +1,10%). Che la borsa si sarebbe col tempo abituata all’elezione di Trump era in effetti un segnale auspicabile quanto sufficientemente prevedibile. Ma il rilancio borsistico a meno di 48 ore dalla vittoria, pone il tycoon in una situazione di paradossale debolezza percepita. In particolare, poiché è stato proprio il Dow Jones, il listino che comprende le 30 maggiori Blue Chips dell’Unione (multinazionali come Coca Cola, General Electric, McDonald’s, Microsoft, Nike, P&G, Walt Disney… Ma anche banche di investimento e istituzioni finanziarie come Goldman Sachs, American Express, Visa, JP Morgan, …), a segnare il miglior rendimento di giornata. D’altronde, non c’è ancora alcuna certezza sulla possibilità concreta che vengano posti i famigerati controlli alle transazioni finanziarie, richiesti a gran voce dai cori populisti interni all’Unione, solida base sostenitrice di Trump. E questo, Wall Street, lo sa.

Tuttavia, il Toro potrebbe tornare a sbuffare appena si tornerà ad affrontare il problema dei capital gain.

Durante la campagna elettorale a stelle e strisce, la convinzione di attaccare i capital gain finanziari ha rappresentato un raro caso di accordo tra le posizioni assunte dal magnate e dalla signora Clinton. Cash flow “ombra” delle dichiarazioni dei redditi di gran parte dell’Occidente (anche in Italia, i redditi da capitale di rischio usufruiscono di un’aliquota agevolata al 12,5%), la fascia medio-bassa dei contribuenti americani chiede un innalzamento della tassazione per tali rendite finanziarie, con conseguente possibilità di coprire la manovra fiscale di detassazione alle imprese.

Ma la battaglia più dura del Governo per tassare la finanza riguarderà una specifica forma reddituale di capital gain, il carried interest, la materia di competenza dell’interlocutore più intransigente del Paese: gli hedge funds e gli investitori di private equity. Trump non ha ancora formulato alcuna ipotesi di tassazione del carried interest, poiché è consapevole che se dovesse presentare in questo campo un progetto di legge poco convincente agli occhi degli investitori, allora pagherebbe immediatamente il controvalore della sua mossa sui mercati finanziari, con lo scotto dell’innalzamento dei tassi d’interesse e dei relativi spread dei titoli di stato americani, già divenuti abbastanza nervosi.

Lotta all’offshoring

Secondo punto della lista Trump per ottenere la copertura sulla manovra fiscale: l’aggancio dell’offshoring al bilancio federale. Si tratta di una mossa delicata per cui verrà introdotta un’altra flat tax favorevole, con l’intento di utilizzarla come magnete per attirare il rientro dei capitali negli Stati Uniti.

Ma qual è il vero problema con la delocalizzazione? Negli Usa esistono le più grandi multinazionali del pianeta. Proprio dalla culla del libero mercato ha avuto origine il fenomeno di delocalizzazione che come un boomerang a favore di vento è recentemente tornato a colpire al cuore gli States. Il Congresso finora non è riuscito a legiferare, in materia di offshoring, una tassazione che possa garantire il rientro (perlomeno parziale) dei capitali offshore. Le aziende americane fatturano ogni anno 3.990 miliardi di dollari fuori dal territorio dell’Unione. Di questi, non ne rientra ormai più nessuno. Il perché lo ha spiegato chiaramente Microsoft, portavoce storica delle multinazionali americane: “Fatturiamo 93 miliardi di dollari all’estero. Se rientrassimo in patria i profitti prodotti dalle nostre sedi delocalizzate, 29.6 miliardi di questi se ne andrebbero in tasse. Chi ce lo fa fare?”. E in effetti, allo stato attuale, funziona così. Il Tesoro americano impone ai capitali di rientro alla casa madre un’aliquota fiscale pari alla differenza tra quella americana (35%) e quella del Paese in cui la multinazionale ha investito. Di conseguenza, essendo queste aziende spesso incentivate a versare poche tasse all’estero, il rientro dei capitali in patria subisce una tassazione media sfavorevole che si attesta attorno al 30%, corrispondenti ai 29,6 miliardi che effettivamente Microsoft si troverebbe a versare se riportasse i propri investimenti sulla West Coast. La proposta di Trump, che segue quella fatta da Obama alla fine del 2015, è di applicare un’aliquota una tantum del 10% ai redditi da capitale rientranti. Questa manovra, se approvata, comporterebbe un aumento del gettito fiscale di circa 400 miliardi di dollari e potrebbe convincere tutti gli investitori che credono nel rilancio degli Usa.

Tuttavia, se sull’offshore non è così remota la possibilità di un accordo, il fronte più caldo rimane quello apertosi sulla questione della tassazione dei capital gain.

Per affrontarla, Trump ha pochissimo tempo e si trova a dover scegliere il Segretario del Tesoro, il ruolo chiave che dovrà materialmente trattare con Wall Street quando verrà interrogato sulle implicazioni prodotte dalle manovre di finanza pubblica.

Derby aperto tra JP Morgan e Goldman Sachs per la poltrona del Tesoro

In questo momento, ci sono due uomini in lizza per la poltrona di tesoriere: Steven Mnuchin e Jamie Dimon. Si tratta di due personalità differenti. Mnuchin pur essendo un ex banchiere di Goldman Sachs, appare come un uomo più svincolato dal sistema ed è un consueto finanziatore repubblicano (aiutò anche Romney, nelle presidenziali del 2012). Ma è dell’ultim’ora la notizia che Jamie Dimon, attuale CEO di JP Morgan, è entrato in corsa per il Tesoro. Se Mnuchin dovesse diventare Segretario si troverebbe in prima persona a negoziare direttamente con Wall Street, dovendo tornare per questo a nuotare nella vasca degli squali, l’habitat da dove in realtà il candidato proviene, professionalmente parlando. Come insegna la natura, il pescecane riconosce e rispetta il suo simile, solo fino a quando un altro squalo non decide di rientrare nel proprio territorio di caccia: a quel punto scatta la misura di difesa che può arrivare fino alla cannibalizzazione dell’avversario. Questo è ciò che dovrà evitare di subire Mnuchin, qualora venisse eletto a tesoriere di governo: un’epurazione dal suo stesso ambiente di provenienza.

Diverso lo scenario se Dimon dovesse essere eletto a Segretario del Tesoro. In questo caso si tratterebbe di uno squalo ancora totalmente appartenente alla vasca di Wall Street e sulla carta non potrà essere fagocitato da nessuno. Ma nonostante il suo enorme potere di influenza, difficilmente controllabile persino da Trump, anche la mossa di puntare su di lui potrebbe rivelarsi azzeccata, qualora Dimon diventasse lo strumento per colpire l’attenzione e la fiducia di Wall Street.

Il tycoon ha infatti già compreso che solo un’alleanza strategica con le forze speculative del suo Paese, controllabili solo se assorbite all’interno della propria schiera di collaboratori con un processo di cooptazione, potrebbe avverare il suo obiettivo di “Make America Great Again”.

Francesco Mondardini

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