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PERCHE’ DIFENDERE LA COSTITUZIONE: LA FORZA DELLE LEGGI

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Uno dei discorsi che si fa sulla nostra Costituzione, anche dai suoi sostenitori, è che, sì, è bella e dice tante cose giuste, ma ormai sono vent’anni che viene calpestata e disapplicata, quindi è da considerarsi defunta ed inutile.

Questo ragionamento, mentre è purtroppo corretto nella sua prima parte è totalmente errato nella seconda e fa il gioco di chi vuole abbatterla.

E’ verissimo che da almeno vent’anni, ma forse anche di più, considerando le politiche monetarie di attacco al lavoro ed ai diritti sociali, attraverso la contrazione della spesa primaria per il pagamento degli interessi sul debito pubblico, la nostra Costituzione è ignorata e violata, in nome dell’emergenza finanziaria e, in definitiva, del “non ce la possiamo più permettere”. E’ verissimo che lo sciagurato attuale Parlamento, che ora vorrebbe riformare la parte seconda della Carta, ha già inserito in costituzione una norma-cancro come il nuovo articolo 81, ovvero il pareggio di bilancio, che depotenzia tutto il programma costituzionale di cui all’art. 3 comma II, impedendo la spesa a deficit dello Stato a tutela dei diritti e per l’eliminazione delle disuguaglianze, ottenibile solo con una spesa sociale, senza criteri economici stringenti. Ma è pur vero che la Costituzione è ancora una legge sostanzialmente integra che detta i principi fondanti della comunità che vive nel territorio italiano, che sancisce i diritti e doveri di un popolo e ne dà così un’identità, e come ogni legge ha una sua forza che i pessimisti dell’ “ormai è morta” ignorano, mentre conoscono bene i suoi nemici, quelli che l’hanno calpestata e che la vogliono abbattere. Chiedetevi: perché se è morta vogliono comunque modificarla e stravolgerla? Se hanno avuto la forza di ignorarla e violarla impunemente, in nome del “ce lo chiede l’Europa” o “ce lo impone la crisi” (due facce della stessa medaglia) e sono riusciti a farlo accettare al popolo, perché non si accontentano della vittoria ed insistono nel cambiarla?

Per rispondere a queste domande dobbiamo capire capire cosa è una norma in generale e qual’è il suo valore.

Una norma si può definire come una statuizione che obbliga, vieta o regola un certo comportamento, con modalità che dipendono dal momento storico e politico: quando si crea una consapevolezza della necessità, del disvalore o della funzione sociale di un certo comportamento e questa consapevolezza raggiunge un certo grado di diffusione e consenso, allora quel comportamento viene regolato di conseguenza. Possiamo dire che normalmente la norma di diritto segue e codifica una sensibilità sociale già maturata dai cittadini, la cristallizza e la rende un dato acquisito. Questo è appunto il suo valore: il fatto che, da quel momento in poi la valutazione “storica” di un comportamento umano lascia il posto ad una valutazione “astratta” e quindi a-temporale, diventa un patrimonio acquisito della società che l’ha espressa, portando così ad un mutamento della società, alla sua crescita.

Una volta acquisito, questo dato normativo ha una resistenza al cambiamento – più forte in quanto sia più forte il consenso sociale al suo mantenimento – che è un’opposizione potremmo dire “fisiologica” alla sua cancellazione o modifica. Questo “effetto persistenza” della norma è ciò che più preoccupa chiunque voglia intervenire sull’assetto sociale da essa regolato. Anche il calpestarla o violarla in pratica non toglie nulla alla sua forza: infatti pur se ignorata o disapplicata una norma esiste e questa sua esistenza mostra e continua a mostrare l’illiceità della condotta tenuta da chi l’ha ignorata e può sempre essere riapplicata. Questa è l’altra importante caratteristica di una legge: la sua elasticità. Si può ignorare o comprimere una prescrizione, ma essa esiste e può in ogni momento riespandersi per sanzionare il comportamento in violazione. Si può dire che finché esiste la norma violata esiste ed è palese la violazione che ne viene fatta e si ha la possibilità di farla ritornare in vigore.

Ecco che adesso possiamo spiegare l’attacco alla Costituzione attraverso la riforma: solo modificando e rendendo norma costituzionale la sottoposizione ai vincoli europei, il potere discrezionale di legislazione d’urgenza dell’Esecutivo, la formazione di un Senato col compito di vigilare sull’applicazione delle normative europee ed eletto all’interno di Consigli che non esprimono la volontà popolare, ma quella delle segreterie dei Partiti, solo dando ad essi la forza di legge (e legge rafforzata) i soggetti che vogliono la cessione della sovranità ad un’Europa liberista possono finalmente considerare concluso il loro compito e definitivo il nuovo assetto.

Senza la riforma, basterebbe che mutasse il sentimento della Nazione nei confronti della UE, che perdessero presa gli attuali governanti e, senza necessità di fare nulla, i principi costituzionali si riespanderebbero pienamente e mostrerebbero tutta la loro forza precettiva antitetica alle previsioni dei trattati europei.

La Costituzione, come tutte le leggi, si piega ma non si spezza e, appena lasciata libera, si riespande nei suoi precetti e nei suoi principi. L’unica maniera è cambiarla e così rendere definitiva la sua disapplicazione, rendere “giusto”, perché diventata norma di legge, il suo stravolgimento.

Ecco perché bisogna andare a votare contro la riforma ed ecco perché dobbiamo difendere la nostra Carta fondamentale, anche se da tempo viene calpestata: perché le maggioranze passano, ma la Costituzione resta.

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