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Per difendere l’interesse nazionale l’incontro tra Renzi e Theresa May è cruciale: cosa va fatto (e pubblicizzato)

Italian Prime Minister Matteo Renzi (R) during a joint press conference with British Prime Minister Theresa May (L) at Villa Doria Pamphilj in Rome, Italy, 27 July 2016. ANSA/ETTORE FERRARI

Italian Prime Minister Matteo Renzi (R) during a joint press conference with British Prime Minister Theresa May (L) at Villa Doria Pamphilj in Rome, Italy, 27 July 2016.

A seguito del Brexit Theresa May sta incontrando i leaders europei e mondiali. Da una parte vorrà concludere accordi commerciali soprattutto con paesi extra EU; dall’altra cercherà la miglior attuazione delle clausole di uscita dall’EU nel rispetto dei preminenti interessi britannici.
Parallelamente la strategia d’oltremanica è già stata chiarita:

  • addio all’austerità tanto cara a Berlino,
  • politiche mirate alla crescita anche facendo deficit,
  • competizione fiscale e regolatoria per attrarre e/o mantenere imprese, capitali ed occupazione in UK e
  • soprattutto la svalutazione della sterlina contro tutte le valute e principalmente contro l’euro.

In breve, quello che farebbe l’Italia fuori dall’euro.
Il contraltare per l’EU sarà, oltre ad avere un formidabile competitor appena fuori dai propri confini continentali: minori esportazioni verso Londra e quindi deflazione da invenduto in forza dell’inevitabile caduta delle importazioni britanniche per via della sterlina debole. Ossia, a termine anche minore ingerenza eurotedesca sul continente dovuta all’inevitabile fallimento delle politiche austere su cui si basa il piano di Berlino per mettere le mani sul continente indebolendo i paesi “partner” con un mix di, appunto, austerità e diritto europeo asimmetrico a favore dei poteri centrali.

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L’incontro tra T. May e M. Renzi avviene in questo contesto.

Dunque, cosa dovrebbe fare il governo italiano per difendere gli interessi nazionali? Semplicissimo, spiegare al primo ministro britannico – al di fuori delle frasi di rito sull’attuazione del Brexit in base ai dettami EU (…) – che “in ogni caso l’Italia guarda con grande attenzione ed interesse alle future strategie di Londra post Brexit, inclusi i risultati delle azioni che verranno intraprese dal governo di Westminster anche e soprattutto in politica economica con il fine di scongiurare un avvitamento della crisi ed anzi per favorire la crescita. Chiaramente se i risultati ad esempio di una drastica rimodulazione e/o diniego dell’austerità, austerità imposta fino al 23.6.2016 da Bruxelles senza deroghe anche a Londra, porterà i risultati che anni di rigore europeo non hanno saputo dare ai vari paesi dell’EU sarà dovere dell’Italia prendere atto della necessità di un cambio di rotta, ovvero di apportare radicali correttivi alle politiche economiche attuate fino ad oggi“.

Naturalmente tale messaggio andrà opportunamente pubblicizzato in conferenza stampa (sembra chiaro che le reazioni non tarderebbero ad arrivare).

Non a caso durante l’incontro tra Theresa May e Renzi il Guardian, un giornale che supportava lo Stay e NON il Brexit, ci parla di una futura uscita di Roma dall’euro, magari a braccetto di Londra (come da noi previsto da tempo…). A buon intenditore…

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Infatti oggi l’Italia deve accuratamente evitare ogni misura che possa anche lontanamente configurarsi come un ostacolo alla crescita, ivi inclusi aumenti della tasse. A costo di andare in infrazione europea.

Parallelamente il governo dovrà fare in modo di evitare che aziende italiane siano oggetto di un assalto alla diligenza – per comprarsele – soprattutto entro la fine del mandato di Obama, infatti un’elezione repubblicana cambierebbe completamente le carte in tavola. Or dunque la Cassa Depositi e Prestiti (CDP) dovrebbe essere pronta a rilevare quote di aziende nazionali se non strategiche quanto meno rilevanti, anche e soprattutto in presenza di paralleli interessi stranieri (questo perché una futura uscita dall’euro avrà senso solo ed esclusivamente in presenza di un tessuto produttivo che crei valore, leggasi che continui a pagare tasse sugli utili e stipendi di qualità in Italia, ndr).
Parallelamente il governo farebbe bene ad implementare le stesse policies USA in tema di supporto alle famiglie in crisi per il pagamento dei debiti contratti soprattutto se ipotecari con il fine non tanto di salvare le banche ma piuttosto di evitare che i debitori diventino incapienti ossia agendo sulle cause del crollo io privato. All’uopo, si legga l’interessante intervento di Fabio Lugano pubblicato su ofcs.report *.
Chiaramente le banche in crisi dovranno – se sistemiche – essere compartecipate dallo stato per pulirle e dunque fonderle in aggregati più grandi, in barba alle norme EU.

Una parola su Enel. Mi giungono voci di un rinnovato interesse del settore utility tedesco per il nostro campione nazionale, settore che secondo le parole dell’ex ceo di EDF a FT, Proglio, suona più o meno così: oltre Gottardo il settore è fatto da aziende morte o quasi dopo gli innumerevoli errori del passato.
Ossia, un’acquisizione di Enel per mano tedesca (magari facendo leva su tassi di finanziamento a zero, figli del QE) servirebbe solo per coprire i buchi germanici nel settore oltre a mettere a rischio un’eventuale risurrezione italiana post euro vista la strategicita’ dell’azienda Italiana in questione. Dunque, Enel NON va venduta ed anzi va difesa, ossia dovrebbe essere la prima candidata per l’acquisizione di quote del capitale da parte di CDP, per garantirne l’italianità.

Mitt Dolcino

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*https://ofcs.report/banche-sofferenze-italia-quelle-un-paese-guerra/

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