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Negli Usa grande non è più bello di Marcello Bussi

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La senatrice Warren, che rappresenta l’ala sinistra dei Democratici, promette di limitare il potere di Apple, Amazon e Google. Sembra finita l’epoca in cui il big business poteva fare quello che voleva.

Donald Trump l’ha detto chiaro e tondo: la megafusione da 85,4 miliardi di dollari tra il colosso della telefonia AT&T e quello dei media Time Warner con lui alla Casa Bianca non passerà. I sondaggi (sempre che non si rivelino fallaci come quelli sulla Brexit) danno però il candidato repubblicano perdente. Quindi il ceo di AT&T, Randall Stephenson dormirà sonni tranquilli? Non è detto. Perché anche tra i Democratici c’è una certa insofferenza nei confronti dell’operazione, che in tempi non lontani sarebbe stata accolta da unanimi peana.

La stessa Hillary Clinton ha espresso dubbi sulla fusione, mentre da tempo la sua stretta alleata, la senatrice Elizabeth Warren, ripete che bisogna mettere un freno allo strapotere di colossi come Apple, Amazon e Google. È lo stesso discorso di Bernie Sanders che, seppure uscito sconfitto alle primarie democratiche, continua a godere di un largo seguito. L’ala sinistra del partito promette insomma di far sentire tutto il suo peso nella futura amministrazione Clinton. Uno dei primi atti del nuovo presidente sarà infatti una raffica di nomine nel dipartimento della Giustizia e nella Ftc, le due autorità statali incaricate di vigilare sulla concorrenza. In un comizio in Ohio, uno degli Stati in bilico, decisivo per la corsa alla Casa Bianca, la Clinton ha promesso di «nominare personalità indipendenti e inflessibili per rafforzare l’attuazione delle norme antitrust ed esaminare sul serio le operazioni di fusione e acquisizione in modo che chi è già grosso non diventi sempre più grosso». Non siamo ancora al piccolo è bello, ma di certo il troppo stroppia anche nel mondo degli affari, almeno nei proclami della Clinton.

Che poi ci sia da fidarsi è una altra storia. Sembra strano che l’ex segretario di Stato voglia davvero mettere i bastoni tra le ruote ad alcuni dei suoi più grossi finanziatori, come i già citati Apple, Amazon e Google. Nei giorni scorsi è spuntato un donatore a sorpresa: si tratta del co-fondatore di Facebook, Dustin Moskovitz, che conduce una vita lontana dai riflettori: il giovane magnate, ha solo 32 anni ma un patrimonio valutato 12,7 miliardi di dollari, ha dato ai Democratici 35 milioni di dollari, la più grossa donazione individuale di questa campagna. I rapporti del Partito dell’Asinello con Facebook sono stretti, al punto che si è parlato di una delle top manager del social network, Sheryl Sandberg, come di un possibile segretario al Tesoro. Segno dei tempi: quella carica è stata spesso appannaggio di esponenti di Goldman Sachs.

Il ruolo decisivo di Facebook nei giorni scorsi è balzato agli occhi di tutti quando si è saputo che Mark Zuckerberg in persona ha deciso di lasciare sul social network dei post di Trump che alcuni top manager della società avrebbero voluto rimuovere perché li avevano considerati un incitamento all’odio. Zuckerberg ha così dimostrato di volere mantenere la libertà di espressione nel suo social network, facendo allo stesso tempo capire che può censurare chiunque. Se il potere di Goldman Sachs è mediato, quello di Zuckerberg è diretto e solo grazie alla sua benevolenza Trump non è stato censurato. Ecco perché il passaggio del Tesoro dai banchieri a un esponente del social network avrebbe una sua logica. Ma l’ala sinistra dei Democratici potrebbe mettere il veto alla nomina della Sandberg.
Se negli Stati Uniti lo strapotere delle imprese private non è certo finito, almeno in questa campagna elettorale si è manifestata la volontà di limitarlo. In questo è più credibile Trump, visto che in passato la Clinton e suo marito Bill hanno fatto in modo che questo potere diventasse sempre più forte. Fin dall’inizio l’immobiliarista newyorchese si è scagliato contro i vari trattati commerciali, dal Nafta al Ttip, che sono una manna per le grandi imprese americane. Trump non ha esitato a dire davanti a una platea di dirigenti della Ford che «se chiudete le vostre fabbriche in città per aprirle in Messico metterò un dazio del 35% su tutte le auto lì prodotte e vedrete che non le comprerà più nessuno». Trump si è anche scagliato contro l’acquisto del Washington Post da parte del patron di Amazon, Jeff Bezos, e contro l’ormai vecchia fusione Comcast-Nbc. Così si capisce perché i media non lo vogliono alla Casa Bianca. Comunque vada a finire, queste elezioni sembrano segnare una svolta: negli Stati Uniti la politica si è stufata di essere l’ancella dei potentati economici. Chissà se riuscirà nel suo intento.

Marcello Bussi, 26 ottobre 2016

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