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L’Italicum e la parità di genere. Una previsione idiota ed anticostituzionale

Parità di genere

Art. 4 comma II “Ogni elettore dispone di un voto per la scelta della lista, da esprimere su un’unica scheda recante il contrassegno di ciascuna lista e il nominativo del candidato capolista. Può altresì esprimere uno o due voti di preferenza, scrivendo il nominativo del candidato o dei candidati nelle apposite linee orizzontali. In caso di espressione della seconda preferenza, a pena di nullità della medesima preferenza, l’elettore deve scegliere un candidato di sesso diverso rispetto al primo“.

Art. 18 bis comma III “Ogni lista, all’atto della presentazione, e’ composta da un candidato capolista e da un elenco di candidati, presentati secondo un ordine numerico. La lista e’ formata da un numero di candidati pari almeno alla meta’ del numero dei seggi assegnati al collegio plurinominale e non superiore al numero dei seggi assegnati al collegio plurinominale. A pena di inammissibilità, nel complesso delle candidature circoscrizionali di ciascuna lista nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore al 50 per cento, con arrotondamento all’unita’ superiore, e nella successione interna delle liste nei collegi plurinominali i candidati sono collocati in lista secondo un ordine alternato di genere. A pena di inammissibilità della lista, nel numero complessivo dei candidati capolista nei collegi di ciascuna circoscrizione non può esservi più del 60 per cento di candidati dello stesso sesso, con arrotondamento all’unità più prossima.“.

Art. 18 bis comma III bis “Salvo quanto previsto dal comma 3, alla lista e’ allegato un elenco di quattro candidati supplenti, due di sesso maschile e due di sesso femminile.“.

Queste sono le modifiche attuate alla legge elettorale (Decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957) dalla Legge 6 maggio 2015 n. 52, conosciuta anche come “Italicum” che istituiscono il principio della c.d. “parità di genere”. Questo principio è stato sostenuto da parlamentari del PD, come Laura Coccia o Laura Puppato, ma considerato sbagliato anche da femministe storiche, come Ida Dominijanni.

Ed in effetti è un principio stupido, sessista e soprattutto anticostituzionale.

La parità di genere, intesa come pari condizioni per entrare e rimanere, nel mondo del lavoro è sacrosanta: è una vergogna che in Italia (e non solo) gli stipendi delle donne che svolgono pari mansioni siano ancora nettamente inferiori a quelle degli uomini, come è una vergogna che il promettere al datore di lavoro di non fare figli sia ancora un presupposto implicito per ottenere un posto di lavoro. Detto questo però, trasportare il sacrosanto diritto ad un trattamento paritario alla materia elettiva e soprattutto nel campo dell’elettorato passivo (diritto a farsi eleggere) è un’idiota ed ipocrita forzatura.

Fermo il diritto di chiunque, cittadino italiano e godente dei diritti civili, a candidarsi per farsi eleggere, la scelta dell’elettore deve essere libera e parimenti libera la scelta di un partito di chi candidare. Dover dividere una lista elettorale obbligatoriamente fra donne e uomini è un’insulto all’intelligenza: in un certo collegio vi possono essere molte donne più meritevoli degli uomini, per intelligenza ed onestà, ad essere candidate o viceversa: dover sacrificare alcune od alcuni di essi per mettere in lista una persona che ha solo il merito di essere donna o uomo significa svilire il significato di rappresentanza. Credere poi che in questo modo si possano risolvere problemi di sottostima delle qualità delle donne in politica da parte dei vertici dei partiti significa anche essere degli ingenui o dei disonesti: se un partito non vuole donne elette, basta che ammetta in lista solo donne di scarsa qualità e l’elettore non le voterà; se invece vuole donne, ma che non disturbino la linea politica metterà donne nominate per fedeltà, magari di bell’aspetto (che qualche voto lo porta sempre), o per garantire loro una posizione e quindi grate (questo naturalmente vale anche per gli uomini). L’elettore a sua volta potrebbe conoscere ed apprezzare dei candidati due uomini o due donne che vedrebbe bene in Parlamento, ma è costretto a rinunciare ad uno/a di questi perché la legge elettorale glielo impedisce.

Questa visione ottusa della parità (che non significa mai 50% e 50%, ma pari trattamento ed opportunità) è anche una visione cripto-sessista, perché crede necessaria un’azione di imposizione per far “digerire” la presenza femminile nelle istituzioni, invece di colpire la mentalità che c’è sotto con un’azione di educazione sociale, dimostrando in fondo di non credere nelle reale qualità di donne, che quindi possono emergere per capacità, ed attribuendogliele pertanto ope legis. Una donna in gamba credo dovrebbe sentirsi offesa da questa falsa considerazione.

Ma cosa ancora più grave questa previsione di parità di genere è soprattutto anticostituzionale: l’art. 3 comma I che prevede l’uguaglianza formale davanti alla legge punisce anche la discriminazione a contrario, ovvero quella discriminazione che nasce dall’eccesso di tutela di una categoria considerata debole, che diventa appunto una forma di discriminazione rispetto alle altre od a quella presunta privilegiata. Se quindi un uomo non può candidarsi perché si supererebbe il limite del 50% nella lista evidentemente gli si negano diritti civili e lo si discrimina per il sesso. La legge che impone questo limite viola così l’art. 3 comma II che prevede il dovere dello Stato di agire per eliminare disuguaglianze, non certo per crearle. L’elettore che non può esprimere una preferenza perché viola il principio di parità è evidentemente leso nel suo diritto costituzionale di esprimere liberamente il suo voto senza limitazioni (art. 48 comma I e III).

La parità per legge è solo una forzatura che crea altre disparità e uno svilimento delle donne, per le quali si considera necessario creare una riserva protetta nelle istituzioni, con ipocrita sollecitudine, mettendosi così la coscienza a posto e tralasciando la vera discriminazione che è nel mondo del lavoro e dell’impresa: non a caso un’analista politico come Costanza Hermanin ha scritto un articolo dal titolo “Le riforme per la parità devono andare nel Jobs Act, non nella legge elettorale“.

Sarà perché i deputati, ancor più con la riforma costituzionale, sono solo ormai dei ratificatori di leggi pensate altrove e quindi non importanti, mentre il lavoro e gli affari lo sono eccome? A pensar male…

Luigi Pecchioli

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