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L’Europa dopo Trump di Marcello Bussi

 


La Brexit e l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti sono stati un uno-due che ha lasciato molti osservatori senza fiato. Manca solo l’uppercut della vittoria di Marine Le Pen in Francia per il ko finale del vecchio mondo. Al di là degli spauracchi agitati per evitare i primi due risultati (i fatti hanno dimostrato che è andato tutto oltre le più rosee previsioni, visto che gli indici di Wall Street macinano record senza sosta) ci sono dati macroeconomici inequivocabili che potevano far supporre un cambio di strategia del mondo anglosassone. Nel Vecchio Continente pochi se ne sono accorti, tutti intenti come erano a magnificare le pseudo-virtù dell’austerità espansiva. Virtù che tardano a manifestarsi.

Pochi numeri inchiodano l’Unione europea alle sue colpe: nel 2000 la quota della Ue sul pil mondiale era del 26,5%; nel 2015 è scesa al 22,2%. Quell’anno il Regno Unito pesava per il 3,9%. La sottrazione è presto fatta: 18,3%. L’euro ha cominciato a circolare nelle tasche dei cittadini il primo gennaio 2002. Evidentemente non è stato in grado di frenare la decadenza dell’Europa (qualcuno sostiene che l’abbia accelerata). La quota della Cina sul pil mondiale si è invece impennata dal 3,6% del 2000 al 15% del 2015. Mentre la parabola degli Stati Uniti è simile a quella della Ue: sono passati dal 30,9% al 24,5% del pil mondiale.

A questo punto qualcuno Oltreoceano, non solo Trump, si è chiesto se fosse ancora il caso di insistere nelle politiche che hanno dominato il nuovo millennio (ma le cui radici sono state piantate nella seconda metà degli anni 70). Da qui l’attacco alla globalizzazione, mosso dal nuovo inquilino della Casa Bianca: basta delocalizzare, le aziende americane devono tornare a produrre negli Stati Uniti. Come moneta di riserva il dollaro viene insidiato in parte dall’euro e molto di più, in prospettiva, dallo yuan. Ma se il biglietto verde è destinato a trasformarsi in una valuta come tutte le altre, allora bisogna cominciare a riequilibrare gli spaventosi deficit commerciali degli Stati Uniti. E allora, basta con il multilateralismo e largo al bilateralismo. Meglio trattare con Germania e Italia su tavoli separati invece di andare a Bruxelles per parlare con burocrati che rappresentano non si sa a quale titolo 27 Paesi diversi.

La Germania, appunto, la prima potenza europea dal punto di vista economico. Nel 2016 si è avuto un cambiamento epocale: la Cina ha superato gli Stati Uniti come primo partner commerciale della Germania. I dati mostrano che l’anno scorso il volume totale del commercio tra Pechino e Berlino è salito del 4% nel 2016, arrivando quasi a raggiungere i 170 miliardi di euro. La Francia è rimasta il secondo partner commerciale, mentre gli Stati Uniti sono scesi dal primo al terzo posto. Il volume dei commerci tedesco-americani è diminuito del 5% a 165 miliardi. Il sorpasso è da attribuire principalmente alla forte domanda tedesca di prodotti dalla Cina. Gli Usa sono rimasti di gran lunga il più grande acquirente di prodotti tedeschi per 107 miliardi nel 2016. Invece Berlino ha importato 94 miliardi dalla Cina, rispetto a esportazioni pari a 76 miliardi di euro, con un incremento del 7%. Gli Stati Uniti erano diventati il primo partner commerciale della Germania nel 2015, superando la Francia che lo era stata dal 1975 al 2014. Dato molto significativo quest’ultimo: invece di rafforzarsi, l’asse franco-tedesco si sta allentando. I numeri nudi e crudi sono impermeabili alla retorica europeista.

Se il Vecchio Continente si ripiega su se stesso e le ricette proposte restano quelle che hanno distrutto la Grecia, allora il tentativo da parte del Regno Unito di rilanciare il Commonwealth non è una bizzarrìa. Sulla stampa britannica è filtrata l’indiscrezione che sia la stessa regina Elisabetta a volere farvi entrare addirittura gli Stati Uniti. Già oggi il Commonwealth è un’organizzazione che vanta una popolazione complessiva di 2,2 miliardi di persone, giovane e destinata ad aumentare (tutto l’opposto della vecchia Europa). Ne fanno parte 52 Stati, tra cui colossi come l’India, il Pakistan, la Nigeria e il Sudafrica. Un Commonwealth potenziato potrebbe essere in grado di contenere il blocco formato da Cina e Russia (la rivoluzione colorata in Ucraina sostenuta dall’amministrazione Obama ha costretto Vladimir Putin a stringere i rapporti con Xi Jinping). Sempre che Trump non riesca a perseguire l’obiettivo proclamato in campagna elettorale di una distensione con Mosca. Adesso che si è insediato alla Casa Bianca la retorica è cambiata ed è tornata a essere bellicosa. Ma forse si tratta solo di un modo per calmare parte dell’opposizione interna. Si vedrà.

Di certo gli Stati Uniti faranno di tutto per impedire che la Germania venga attratta dall’orbita eurasiatica. Come si è visto, la Cina è diventata il primo partner commerciale di Berlino, dove l’energia estratta dal sottosuolo russo arriva copiosa. Tanto meno Washington vuole che la Germania trascini in questa deriva il resto d’Europa. Che fare allora? Divide et impera, è la risposta più logica. Ecco perché i discorsi sulla fine dell’euro hanno basi molto più solide dei timori di una vittoria della Le Pen in Francia, di un nuovo rischio Grexit o dell’ennesima manovra correttiva italiana.

E allora è tutto un parlare di bond sotto la giurisdizione inglese o della nazione che li ha emessi. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal non ci sono bond davvero sicuri in caso di fine dell’euro. Perché le incognite giuridiche sono molte. In quale moneta verrebbe rimborsato un eurobond emesso dalla filiale olandese di una società francese? In fiorini o in franchi svalutati? Non esiste una risposta certa. Se l’euro continuasse a esistere in qualche modo, le Corti internazionali dovrebbero stabilire se il bond dovrà essere rimborsato in franchi o in euro.

Secondo Tolek Petch, dello studio legale londinese Slaughter & May, se il bond è stato venduto a Londra da un pool di banche internazionali probabilmente sarà pagato in euro. Se invece è stato emesso a Parigi e diretto a una platea di investitori francesi, allora probabilmente sarà pagato in franchi anche se è sotto la legge inglese. Ma siamo sempre al probabilmente. L’unica cosa certa è che in caso di fine dell’euro o di exit di Paesi importanti, gli studi legali internazionali faranno affari d’oro.

Marcello Bussi, Milano Finanza 25 febbraio 2017

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