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LE MULTINAZIONALI ED IL TTIP : UN GRANDE AMORE (di C. Alessandro Mauceri)

 

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Come ha già ripetuto più volte Stiglitz, premio Nobel per l’economia, il TTIP non è un accordo di libero scambio, ma uno strumento per favorire e proteggere le multinazionali.

Da anni, gli stati subiscono le pressioni dei colossi industriali che dominano i mercati globali. Al punto che è diventato sempre più difficile controllarli sia a livello nazionale che a livello internazionale. Spostamenti di sedi legali e operative, internazionalizzazione della produzione per utilizzare manodopera a basso prezzo, materie prime provenienti da tutti i paesi del mondo e metodi di produzione al di fuori di ogni controllo (si pensi alle ripetute accuse di sfruttamento del lavoro minorile nei confronti di grandi gruppi internazionali o ai danni ambientali causati i certe regioni dell’Asia e dell’Africa).

Ultima, ma non meno importante, la possibilità di sfuggire agli interventi fiscali da parte delle autorità dei singoli stati.

La prova di tutto ciò è contenuta in un rapporto diffuso recentemente da Citizens for Tax Justice. Secondo i ricercatori, le multinazionali avrebbero evitato il pagamento di tasse federali per un importo non inferiore al 35 per cento dei profitti. Una evasione che, ogni anno, costa alle casse federali circa 620 miliardi di dollari. Una somma che basterebbe per finanziare l’intero sistema scolastico americano per cinque anni.

La situazione non è diversa in Europa. Secondo i ricercatori di Eurodad, che riunisce 46 ONG impegnate nella lotta per un sistema economico e finanziario globale più equo, nel vecchio continente è sempre più diffuso il “tax dodging”, l’evasione fiscale. E, in base ai risultati rilevati, l’Italia sarebbe al terzo posto della classifica dei Paesi europei vittime di questo fenomeno (preceduta solo da Lussemburgo e Germania che, a differenza dell’Italia sono sempre stati contrari alla creazione di registri pubblici dei beneficiari ultimi delle aziende e delle fiduciarie). Una evasione già denunciata dall’OCSE, l’organizzazione per la cooperazione economica, che proprio per contrastare le pratiche fiscali “aggressive” delle multinazionali e di alcune grandi aziende che operano su scala globale ha proposto un Action Plan on Base Erosion and Profit Shifting. Secondo l’OCSE, dal 2013 ad oggi, le multinazionali avrebbero sottratto al fisco circa 500 miliardi di euro.

Anche la Commissione europea pare conosca bene la problematica. Poche settimane fa, infatti, ha lanciato l’anti Tax Avoidance package, una serie di misure finalizzate a limitare questo modo di operare. Ad esempio, la norma comunitaria prevede l’obbligo per le multinazionali del web di rendere noti i profitti e le tasse pagate in ogni singolo stato. Un tentativo di imporre alle multinazionali di pagare le tasse dove sono dovute.

Per i governi europei, il danno derivante dalle pratiche fiscali al limite della legalità adottate dalle multinazionali ammonterebbe a circa 50-70 miliardi all’anno. “Fondi che potrebbe essere destinati a costruire scuole, ospedali, abitazioni per i senza fissa dimora”, ha osservato il Commissario agli Affari economici Pierre Moscovici.

Ma la cosa più assurda e che anche quando questa forma di evasione viene contestata, quasi sempre, le multinazionali, tra patteggiamenti e sconti di pena, riescono a pagare meno del dovuto: spesso alle multinazionali viene concesso di applicare il tax ruling, ovvero la possibilità di stipulare accordi particolari per pagare solo una parte del totale delle tasse che avrebbero dovuto pagare. Ad esempio, a dicembre scorso, molti giornali hanno lodato l’operato dell’Agenzia delle Entrate italiana e del governo (che se ne vantò largamente) che ha ottenuto dalla Apple il pagamento di 318 milioni di imposte arretrate. Nessuno ha fatto notare che la maxi-evasione da parte della multinazionale informatica ammontava, in realtà, ad una cifra ben maggiore: circa 900 milioni di euro.

Uno strumento che non piace all’Antitrust della Commissione europea, ma che evidentemente fa comodo a molti. A cominciare da alcuni paesi. L’Italia, ad esempio, ha stipulato accordi fiscali specifici con paesi in cui, stranamente, operano alcune multinazionali nazionali (come Eni). E c’è anche chi dice che questi trattati siano stati scritti in modo da favorire specificamente alcune aziende.

E mentre sui giornali (e sui social network) si lanciano slogan tipo “Sono finiti i tempi dei furbi” (Renzi, novembre 2014), si cerca in tutti i modi di evitare che le multinazionali trasferiscano all’estero le proprie attività consentendo loro di pagare meno tasse. Ad esempio, concedendo “patent box”, accordi riservati alle grandi aziende che prevedono una riduzione delle tasse sui proventi per i titolari di brevetti. Una misura presentata come strumento per attrarre gli investimenti, ma che, secondo alcuni, potrebbe violare le regole comunitarie.

La verità è che oggi, in tutto il mondo, le multinazionali hanno raggiunto un tale potere da riuscire a non sottostare più al controllo fiscale dei singoli paesi. Proprio quello che molto probabilmente verrà ratificato con il TTIP.

C.Alessandro Mauceri

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