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La parola curare significa prima di tutto “preoccuparsi di…”, ma non in Italia.

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Acquistare e vendere. Investire e prendere a prestito denaro. Mercati privati e spread. Debito pubblico.
Il capitalismo richiede sempre più un sistema di leggi, e non solo, per tutelarsi e sopravvivere a discapito dei diritti sociali. Si tratta di un sistema, infatti, correlato al libero mercato e sinonimo di un’organizzazione economica che punta al benessere di pochi. La massimizzazione del profitto di pochi a discapito del benessere della stragrande maggioranza della società. Questo ci riporta all’interno di una Unione Europea che si basa sul pareggio di bilancio, praticando, in realtà, il surplus di bilancio: togliendoci più di quello che ci da. Tali considerazioni sono cristallizzate in un criminale principio che ha modificato illegalmente la nostra Costituzione.
Come conseguenza abbiamo assistito, negli anni, ad una diminuita disponibilità di denaro per il supporto dei diritti sociali, che vanno sempre più scomparendo. La maggioranza della popolazione, per esempio, è costretta a ritardare le visite e le cure, peggiorando così le proprie condizioni di salute. Un cittadino su dieci rinuncia a curarsi per motivi economici e liste d’attesa.
Questa famelica massimizzazione del profitto di pochi a discapito del benessere di tutti gli altri, celata dietro le varie crisi economiche, ha provocato una drastica riduzione di risorse a favore della salute della popolazione: dalla prevenzione alle cure… Un diritto alla salute in liquidazione ormai.
La situazione appare più drammatica che mai in tema di cura del disturbo mentale.
In base ai dati acquisiti nel corso di un’audizione all’interno della Commissione diritti umani in Senato, nel corso degli ultimi dieci anni è andato perduto un terzo del personale del servizio psichiatrico di diagnosi e cura , servizio che provvede alla cura dei pazienti che necessitano di trattamenti medici (volontari o obbligatori) in condizioni di emergenza e collegati al Pronto Soccorso. D’altronde l’Italia è il Paese europeo che spende meno per la cura della salute mentale.
Per la salute mentale si spende in media meno del 2% della spesa sanitaria e così come negli altri casi di matrice sanitaria la gestione di tali cure è differente a seconda del territorio di residenza. Ciò dimostra che non si riesce ad armonizzare la materia sanitaria in un unico Stato, figurarsi considerando l’intera Unione Europea! Molte Regioni legiferano in ritardo ed in modo frammentario, spesso contraddittorio rispetto alle indicazioni nazionali (confortante quando saranno gli stessi ad intervenire al Senato se la riforma Renzi/Boschi avrà la meglio). Ne consegue che oltre ad una bassa allocazione finanziaria i pochi fondi che ancora pervengono si risolvono in un finanziamento inadeguato e per niente trasparente. Tutto ciò porta alla creazione di un sistema di cure permeato di indifferenza e abbandono, povertà delle risposte offerte che moltiplicano le condizioni di debolezza e malattia.
Come avviene anche in altri campi del diritto sociale, la maggior parte delle Regioni finanzia privati accreditati con ingenti somme di denaro per poi destinare il minimo (a volte neanche quello) indispensabile ai servizi pubblici che appaiono così fatiscenti, disorganizzati, insomma abbandonati. Ci fanno credere che per mantenere i livelli minimi di assistenza sanitaria è necessario l’intervento dei privati. La spesa sostenuta privatamente dai cittadini italiani per prestazioni sanitarie è al di sopra della media OCSE (3,2% a fronte di una media di 2,8%).
Sempre in materia di cure psichiatriche, in particolare al Centro e al Sud del Paese si assiste alla forte presenza del privato convenzionato.
I famosi Livelli essenziali di Assistenza non hanno mai garantito la loro accessibilità.
L’offerta, così com’è oggi, già fa presagire il fallimento delle cure che si andranno ad impartire, delle speranze di un buon esito ed inclusione.
Al contrario sono in aumento i casi marginalizzazione e di inesperienza nel trattamento sanitario obbligatorio: contornato da un vuoto legislativo e dalla mancanza di protocolli condivisi che indichino effettivamente come e chi debba intervenire, per la realizzazione di buone pratiche.
Anche a livello preventivo sono pressoché assenti servizi pubblici che prestino attenzione all’ascolto e alla condivisione dei soggetti con disturbi mentali (pratiche che, ormai, è comune considerare a livello scientifico come assolutamente necessarie), per non parlare dell’inclusione delle famiglie all’interno del percorso terapeutico; al contrario i pazienti continuano a lamentare la scarsa possibilità di accesso e colloqui con i familiari nelle già fatiscenti strutture preposte.
Tutto ciò fa sì che vengano negati diritti essenziali per uomini e donne che si trovano ad affrontare il disturbo mentale ai margini della società e per quelle famiglie che ogni giorno lottano con le proprie forze e le proprie risorse , abbandonate a loro stesse.
Non dimentichiamoci che questi limiti critici hanno importanti ripercussioni anche a livello economico: in termini di spesa sanitaria, assenze dal posto di lavoro e via discorrendo.
Per questi e tanti altri motivi la dignità delle persone e il diritto alle cure deve venire prima di tutto in un momento in cui la realtà si può solo subire e non superare.

Paola De Pin
Michela ierardi
1) i dati sono stati estrapolati durante un ciclo di audizioni alla Commissione Diritti umani del Senato riguardo la “contenzione fisica” in materia psichiatrica.

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