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Industria italiana, di male in peggio. Crollo del fatturato e non solo.

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Prosegue il processo di deindustrializzazione italiana a pari passo con il processo di integrazione europeo.
La produzione industriale segna a dicembre un negativo dell’1% su base annuale mentre su base mensile un -0,7% (dato inaspettato).
Come avvenuto per la Germania Orientale, grande potenza industriale, una volta annessa da quella occidentale, si è vista distruggere la propria industria dal giorno in cui adottò il marco pesante dell’Ovest. Moneta che erose la competitività dell’industria dell’est tedesco e di conseguenza tutto il suo mercato. I risultato furono: deindustrializzazione, acquisizioni e/o liquidazioni, disoccupazione, emigrazione e denatalità. Coincidenze fortissime con l’Italia ed il Sud Europa.
Tornando sempre all’Italia, anche gli ordinativi sono in calo con un -2,8% a dicembre 2015 su base annua mentre il fatturato cala del 3% su base annua a dicembre. Mentre su base mensile il calo è del -1,6% sempre a dicembre 2015, -1,4% sul mercato estero, più marcato sul mercato interno con un -1,7% (dati ISTAT) ciò significa che prosegue il cammino per la competitività, comprimendo la domanda interna.
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Questi dati infelici mostrano due cose principalmente:
1) Questa è una crisi da DOMANDA: I redditi calano, causa austerità, precarietà, taglie e aumento tasse e quindi i fatturati per le industrie ne risentono.
2) Le politiche delle “riforme” (Jobs act, defiscalizzazione) sono orientate verso l’offerta mentre viviamo, come detto al punto 1, in una crisi da DOMANDA.
3) Le politiche del QE avviate da Draghi sono pressochè inutili, dal momento che manca quel ponte per il passaggio della liquidità nell’economia reale (assenza investimenti pubblici).
4) Come previsto dal sottoscritto l’anno scorso e confermato un anno dopo dall’OCSE, in assenza di investimenti pubblici, nessun privato rischierà neanche un centesimo nell’investire per il rilancio della domanda interna. Pertanto l’osannato Piano Juncker si è rivelato una bufala colossale.
5)Con i vincoli europei d’austerità ogni rilancio della domanda interna è pressochè impossibile.
6) In presenza di una moneta rigida tra i Paesi dell’eurozona, un aumento della domanda interna porterebbe maggiori squilibri nella bilancia pagamenti tra i Paesi del Nord e Sud Europa (maggiori importazioni per il Sud).
7)Austerità competitiva quindi per riequilibrare i gap di competitività in Europa, porteranno anche e soprattutto alla distruzione del tessuto economico industriale del Sud facendo risentire gli effetti all’industria del Nord, soprattutto ora che i Paesi emergenti, (potenziali acquirenti per le industrie del Nord Europa) sono in crisi.
8) Unica soluzione, smantellamento zona euro, per permettere una reale politica economia per lo stimolo della domanda, assenza di politiche d’austerità e vincoli di bilancio per rilanciare gli investimenti pubblici e recupero della competitività tramite la flessibilità della moneta e non dei lavoratori ovvero taglio dei salari.

Quando le materie prime erano molto più costose ai tempi della lira, l’industria italiana era la quinta al mondo, mentre oggi con l’euro forte e il crollo dei prezzi delle materie prime l’Italia va verso la deindustrializzazione…

 

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